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Itaca - Far West

Post n°566 pubblicato il 11 Agosto 2019 da Zero.elevato.a.Zero
 

In, tempi come questi
la fuga è l’unico mezzo
per mantenersi vivi
e continuare a sognare

(Henri Laborit, Elogio della fuga)

Itaca

La Grecia ionica inizia a Corfù e si snoda verso Patrasso con una collana di isole dai nomi celebrati dal mito e dalla storia, taluni dal cronaca mondana, come l'isola di Skorpios di proprietà della celebre famiglia Onassis. Discendendo da Leucade si lasciano a sinistra Skorpios e Meganisi, che si allunga a creare un canale protetto fino ad aprirsi prima di Arkoudi e Atokos, piccole isole che precedono la più famosa Itaca, quella che il mito assegna al trono di Odisseo, come si chiama quaggiù e non più Ulisse secondo la terminologia imparata a scuola.
Scoprire Itaca ha lasciato un segno profondo dentro di me, tralascerò quindi particolari minuti tipici di un diario di bordo, elenchi di attrazioni e ristoranti, per raccontarmi ancora una volta il senso dell'isola, della terra che si leva circondata ovunque dal mare e che solo dal mare si può raggiungere perché ancora non esiste aeroporto sull'isola, una terra che ti attende con le braccia aperte come una rada protetta dai venti.
IonieA vederla sulla carta nautica Itaca sembra una piccola isola attaccata all'altra da uno stretto istmo, protetta dalle ingiurie del mare dalla possente presenza di Cefalonia; in realtà la vera divisione non è tanto Nord - Sud, piuttosto sono evidenti le differenze tra la costa occidentale e quella orientale, quest'ultima più accessibile e quindi vocata al turismo, alle folle, ai negozietti e ristoranti tipici con prezzi economici del tutto greci.
La differenza evidente del navigare rispetto al viaggio in macchina è che non si devono seguire strade per raggiungere una cala o una spiaggia, questo permette di trovare angoli meno frequentati da stranieri terraioli e casomai occupati da qualche velista alla ricerca del selvatico come noi: quello che ho chiamato Far West.
Un po' per caso, un po' per calcolo, siamo capitati quindi al termine di un pomeriggio di pigra navigazione in una piccola spiaggia nord occidentale che si chiama Polis, poche barche, ancoraggio semplice ancora e cima in terra (a filo e ferro) e una gustosa cena a bordo da condire con un tramonto pieno di colori e poesia. Mentre il mangiare è sui fornelli, scopro che il mondo è davvero piccolo come un bottone, ormeggiata a pochi passi da noi una barca che ha un nome noto, ronza nella mia memoria bucata, finché non mi accorgo che sotto al boma è appesa un'amaca occupata da un lettore di quei libri all'antica che ancora si leggono su carta. Questo basta a spolverare la memoria: è la barca del mio primo maestro di vela che da tempo trascorre la vita in Grecia facendo charter d'Estate con la sua barca; calato il tender, due colpi di remi bastano ad arrivare a portata di un saluto, dopo almeno 15 anni che non ci si incontrava più.
PolisLa bottiglia di Sangiovese con la quale mi presento, sana tradizione tra velisti, aiuta a far scorrere i ricordi, da parte sua anche i numerosi consigli dei mille posti che conosce da quando vive qui. Soprattutto mi chiede come ci sono arrivato su questa spiaggia meno popolare, con la faccia di chi la sa lunga.
Il suo racconto del vivere in Grecia e andare per mare per guadagnarsi da vivere è affascinante, quasi travolgente, soprattutto per le tante volte in cui ripete che qui è tutto più semplice. L'appello del mio equipaggio alla cena è irresistibile e lui partirà presto alla mattina, ma mi troverà sveglio per un saluto alla mano e l'augurio di un vento prospero e generoso sulle vele.
La mattina dopo ci si offre l'occasione di una camminata in salita per scoprire il presunto palazzo di Odisseo, dato che il conforto assoluto degli storici non c'è, nemmeno esiste la certezza che davvero fosse Itaca la patria dell'eroe geniale cantato da Omero, molte isole vicine se lo contendono. In cima alla collina nel paesino di Stavros comunque ci sono resti coevi all'eroe dal multiforme ingegneo: un palazzo importante costruito in pietra; dopo averlo visitato aiutiamo una coppia di giovanissimi su un motorino sfiatato che sentono parlare italiano (davvero usiamo toni di voce troppo alta in ogni dove). Si dichiarano cittadini di Barolo (lei) e Torino (lui), sono anche loro alla ricerca del Palazzo dove Penelope tesseva e disfaceva la tela e felici li aiutamo.
L'incontro più bello arriva poco dopo, in una casetta bassa come tutte quelle del centro, il terremoto del '53 ha cancellato le costruzioni precedenti e inculcato prudenze anti sismiche, scopriamo l'esistenza di un museo del mare e della navigazione ai tempi di Omero.
MuseoIl sito non risulta su Internet, ma il fatto che sia costituito da due stanze appena non ci impedisce di affacciare il naso, oltre tutto ad ingresso gratuito, con quello spirito antico della Xenìa, che ancora permea le abitudini di questa gente in maniera preziosa.
Ci si paga in parte da vivere un italiano di nome Giscardo, stanco di fare il commercialista ha cercato la sua fuga qui, vende ricordi fatti a mano, libri e libere offerte per il museo. Nei pochi metri quadrati racconta con modellini auto prodotti la forma delle navi del tempo, la storia, le rotte, le merci. Nella stanzetta adiacente buia ed illuminata solo da lampade di Wood, insomma ad ultravioletti, per ricreare l'ambiente notturno, viene narrato di come gli antichi marinai si orientassero con le stelle (quelle di allora) e con i venti, non possedendo strumenti come la bussola e nemmeno carte nautiche, erano capaci comunque di girare tutto il mediterraneo su fragili gusci di legno portando il loro sapere e la loro civiltà. Davvero bellissimo, realizzato con semplicità, ma con efficacia, profonda cultura ed un enorme amore per il mare. Un'altra indicazione importante si è rafforzata da questa visita, un concetto spesso raccontato su queste righe e che ritrovo in Esiodo (Le Opere e i Giorni), una radice fondamentale: non è il marinaio che sceglie il tempo di andare, ma si affida a quanto il mare gli consente. Oggi molto spesso si pensa non sia più così, di certo non è una considerazione che fa il comandante del grande traghetto che ci fa attraversare l'Adriatico da Ancona a Igoumenitsa a quasi 30 nodi preoccupato solo di rispettare l'orario (ma non sempre ci riesce).
Esiodo
Tornando alla spiaggetta, con agevole passo in discesa, ci fermiamo a vedere un insediamento archeologico: è una piccola chiesetta paleocristiana ancora aperta al culto. È costruita vicino ad una fonte che arriva alla spiaggia, sopra un antico tempio votivo dedicato a Leucotea, la dea bianca protettrice dei marinai, una figura minore nel Pantheon greco, eppure una presenza divina che si è perpetuata con il trascorrere del tempo e del credo religioso. In fondo cambiano nomi e credenze, ma resta intatto il bisogno umano di un aiuto superiore.Tempio
Nel breve tempo trascorso mi chiedo cosa rimane dentro di me di Itaca, quella che già Omero racconta luogo delizioso per tornare o per restare. In un altro viaggio molto più distante la visione di un posto sereno e di un'armonia palpabile tra natura e uomini mi ha lasciato nei giorni a venire il desiderio di tornare, di respirare ancora una volta in più quel profumo di libertà. Certo le differenze con le Seychelles sono evidenti, qui c'è un territorio sismico dove le calcareniti sedimentarie si sgretolano, invece dei graniti immobili nel cuore dell'Oceano Indiano. Diverse le culture: millenaria quella dei Feaci, ed ancora i sapori che qui sono quelli mediterranei potrei di dire di casa, con la melanzana, che mi piace tanto, regina della tavola.
Eppure, nonostante molte cose agli antipodi, anche qui percepisco il desiderio di una fuga dalla turbolenza della vita quotidiana, ed è importante sapere che esistono e non sono chimere posti dove il tempo ha il ritmo più naturale, diverso da quello scandito dall'orologio che suona per incasellare appuntamenti e doveri da compiere.
È stato fondamentale incontrare persone note e sconosciuti con lo stesso sorriso sereno di chi ha trovato il tesoro più bello della vita: la pace nel cuore.
Vero è che Itaca è a 4 giorni di piena navigazione da Rimini, una piccola tratta, contro le oltre 4.000 miglia che separano la costa romagnola dall'isola di Mahè, eppure entrambe mi hanno regalato una visione che non si placa, la medesima che spesso i personaggi di Salvatores interpretano nei suoi film: invitando a cambiare stile di vita, con il proposito salutare di un ritmo più umano in accordo con le maree e con i venti, che sono quelli a dettare il momento e la rotta da seguire verso approdi più vicini alla spiaggia della serenità.
Buon vento!

Lucio Dalla - Itaca

 
 
 
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