Il fatto che l’attività svolta in modo così imperfetto sia stata e sia tuttora per me fonte inesauribile di gioia, mi fa ritenere che l’imperfezione nell’eseguire il compito che ci siamo prefissi o ci è stato assegnato, sia più consona alla natura umana così imperfetta che non la perfezione che non ci appartiene
Elogio della Imperfezione biografia di Rita Levi Montalcini
Premessa Il post precedente non è ancora evaporato dai pensieri, la lezione ricevuta è che devo migliorare il mio modo di scrivere, magari anche nell'approccio alle immagini, che al pari della musica sanno parlare senza linguaggi mediati e quindi vanno dritte al cuore. Proverò a cercare frasi meno lunghe e proporre immagini opportune, ma intanto, questi pensieri sono il riverbero delle belle chiacchierate con il mio amico e Kohai, anzi più spesso ancora dei momenti speciali dove si supera la parola e si dialoga con gli occhi, quasi sempre quando siamo nell'Elemento... quindi: Ricominciano le regate d'inverno e sono tornato in mare, con qualche chilo in meno ma qualche cigolio in più, da qui nascono i miei pensieri di oggi...
Dal Diario di bordo Piego con un po' di fatica la caviglia che ha dentro i chiodi di titanio per vedere più da vicino: c'è una crepa nel Gelcoat a prua, proprio vicino allo Stralletto che si fissa al rinforzo di coperta. La osservo da due giorni. Non è strutturale, è solo una ragnatela superficiale, un segno del tempo e delle tensioni che lo scafo ha assorbito in anni di bolina stretta. Il primo istinto, quello ingegneristico, quello di chi vuole che i conti tornino sempre in bolla, sarebbe di prendere stucco epossidico, carta abrasiva a grana fine e cancellare l'offesa. Riportare il sistema all'equilibrio ideale. Poi mi fermo e penso che quella crepa non è un errore: è una storia. Viviamo in un'era ossessionata dalla risoluzione 8K, dal botulino per gonfiare la pelle e far sparire le rughe, dalle carene tirate a specchio che sanno di cantiere ma non di mare. Eppure, se c'è una cosa che la navigazione mi ha insegnato, tra un calcolo di deriva e una notte passata a scrutare il barometro con le stelle che scompaiono dietro alle nuvole, è che la perfezione non esiste, o meglio, è statica; tutto ciò che è statico, in mare, è morto.
Il Giappone e la tazza rotta: Wabi-Sabi In Oriente hanno dato un nome a questa sensazione che qui in Occidente ci affanniamo a nascondere. Lo chiamano Wabi-Sabi (侘寂). Non è sciatteria, è la profonda, malinconica accettazione della transitorietà e dell'imperfezione, ed è bellissimo come il mio bokuto in legno di ciliegio che con i molti anni di pratica ha perso la patina lucida sulla tsuka, è così che mi racconta quante volte ho fatto tenuchi, quanto sudore speso lo ha impregnato allo stesso modo in cui la sua essenza di legno ha impregnato me. Per un giapponese, una Chawan, la tazza da Thè irregolare cotta in modo disomogeneo secondo lo stile Raku, ha più valore di una porcellana industriale perfetta. Perché? Perché quell'irregolarità la rende unica. E quando quella tazza si rompe, non la buttano. Usano il Kintsugi: incollano i cocci con una lacca mista a polvere d'oro.La ferita non viene nascosta, viene esaltata. Diventa la parte più preziosa dell'oggetto. L'oro dice: "Qui mi sono rotto, qui ho sofferto, e ora sono più forte e più bello di prima", brilla come l'oro di Federica Brignone. È un concetto che risuona potentemente con chiunque abbia mai dovuto riparare una vela strappata in mezzo al nulla, con ago, filo e mani intirizzite. Quella cucitura a zigzag, imperfetta e grossolana, diventa la medaglia al valore della vela stessa.
L'Italia e la nobile arte dell'Arrangiarsi Noi italiani non abbiamo il Wabi-Sabi, o meglio, non lo chiamiamo così, noi abbiamo qualcosa di più viscerale, meno filosofico ma altrettanto potente: abbiamo il culto delle rovine e la nobile arte dell'arrangiarsi. Non parlo della cialtroneria del "fatto male", quella la lascio a chi non ha rispetto per la vita. Parlo di quella genialità adattiva che ti permette di far funzionare un motore diesel che perde colpi usando un pezzo di fil di ferro e una vecchia guarnizione ritagliata da una camera d'aria. La nostra bellezza sta nel Colosseo sbrecciato, nei castelli diroccati in cima alle colline, non nel grattacielo sfavillante di vetro e acciaio. Sta nell'intonaco scrostato di un palazzo veneziano che rivela i mattoni sottostanti, raccontando secoli di acqua alta e salsedine che hanno protetto dalle invasioni nemiche. C'è una sorta di "sprezzatura" nell'imperfezione italiana. Una noncuranza studiata. È il marinaio che non indossa la divisa stirata da yacht club, ma il maglione di lana cotta liso sui gomiti, che però sa esattamente dove mettere le mani quando il vento rinforza oltre i 30 nodi. La nostra imperfezione è calda, è umana. È la differenza tra un manuale di istruzioni tedesco e una ricetta della nonna dove le dosi sono "quanto basta" ed il numero degli ingredienti del Bustreng dipende da quelli che trovi in dispensa.
La Vela come Elogio dell'Errore E poi c'è la vela. Il mio zero elevato a zero. In mare la perfezione è un'illusione pericolosa: chi cerca la rotta perfetta, l'angolo di scotta millimetrico, l'assetto ideale costante, è destinato alla frustrazione. Il vento gira, cambia di intensità, l'onda frange con treni a numero variabile, la corrente è invisibile ma ti sposta eccome. Navigare è l'arte di gestire l'errore continuo. È una correzione costante di una rotta che non sarà mai una linea retta, ma una serie infinita di approssimazioni. Una barca vissuta, con i suoi graffi sulla fiancata (ricordi di quell'ormeggio difficile a Lussino scampati ai 40 nodi di Bora), con il teak del pozzetto sbiancato dal sale, con le drizze un po' rigide lavate solo una volta all'inizio d'Inverno, ha un'anima. Le barche da charter, quelle immacolate, che sanno di plastica nuova e disinfettante, sono gusci vuoti. Non hanno memoria, non sono come dice meravigliosamente il mio amico Kohai della propria: un ventre. L'imperfezione in barca è segno di vita. Un grillo ossidato che tiene ancora duro è più rassicurante di uno lucido che non è mai stato messo sotto carico. Il cigolio del boma diventa una voce familiare, non un difetto. L'arte del marinaio non è impedire che le cose si rompano (perché si romperanno, è una conseguenza dell'entropia), ma saperle accogliere e riparare, integrando la rottura nel sistema. Fare del danno una risorsa, o almeno, una lezione.
Conclusione Forse dovrei imparare a trattare me stesso come quella tazza giapponese o come quel vecchio scafo. Smettere di nascondere le mie cicatrici e il segno dei punti sulla caviglia; i miei fallimenti, le mie "riparazioni di fortuna", sono quelle che mi tengono a galla, che raccontano davvero di me, assieme alla barba che diventa bianca ed alle rughe. La mia vita, come questo blog, non è un'autostrada dritta e asfaltata a fresco, è l'angusto passaggio sotto l'Isola di Katina, dove si devono allineare le Mede in terra per non finire incagliati, aggiustando continuamente la spinta della corrente e lo scarroccio del vento. È una rotta segnata a matita su una carta nautica macchiata dal Thè rovesciato dalla raffica improvvisa, perché le rotte tracciate sono sempre e solo desideri, sta a noi farle diventare vere, onda dopo onda. Buon vento (e buona ruggine) a tutti, ciao Kohai :)
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