Creato da beatoalano il 27/07/2011

Beato Alano De Rupe

Beatus Alanus de Rupe, B. Alain de la Roche, il Beato Alano della Rupe

AREA PERSONALE

 

TAG

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Luglio 2019 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31        
 
 

FACEBOOK

 
 

 

OMELIA III DOMENICA DI AVVENTO ANNO A, 15-12-2013

Post n°69 pubblicato il 15 Dicembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

La vita di San Giovanni Battista che fin dal grembo della madre ha esultato di gioia per la venuta di Cristo (Lc.1,43), ne annuncia la venuta come uno “di cui non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo” (Gv.1,27). Egli vide lo Spirito Santo scendere su Gesù, e udì la voce del Padre, e chiamò Gesù “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Egli poi dirà: “Chi possiede la Sposa è lo Sposo. Ma l’amico dello Sposo, che è presente e lo ascolta, esulta di gioia alla voce dello Sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere ed io diminuire” (Gv 3,29-30).

L’Avvento ricorda a tutti di fare del tempo un canto di gioia oggi che lo possiamo fare, prima che il carcere della vita serri per sempre il canto del nostro giubilo. Scrive Qoelet: “Ricòrdati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: -Non ci provo alcun gusto-, prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle e ritornino le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno le porte sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l'uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si rompa il cordone d'argento e la lucerna d'oro s'infranga e si rompa l'anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra, com'era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità” (Qo. 12,1-8).

San Giovanni Battista, dopo una vita eroica nella penitenza e altissima nella contemplazione vive gli ultimi giorni della sua vita nella dimenticanza totale della sua missione, e saranno i suoi discepoli ad aiutarlo nell’ultima fase della vita raccontandogli le gesta di Gesù (questa condivisione è stata poi presa dalla Madonna quando nel medioevo fondò la Confraternita del Rosario, dove i meriti di ciascuno vanno a tutti, e così anche chi non può più pregare, magari perché anziano o malato viene rivestito di preghiera dagli altri). Eppure, per Gesù, la figura di Giovanni Battista non è cambiata: nonostante avesse dimenticato la sua missione, per Gesù è sempre il più grande tra i figli di donna (questo ci svela il senso del IV Comandamento che non dice: onora il figlio e la figlia, ma: onora il padre e la madre, perché essi invecchiano e diventano più deboli e i giovani entrano nella maturità della vita).

Approfitta anche tu del tempo che ti è stato concesso oggi, costruendo, imparando a pregare, tessendo con coraggio l’arazzo che sarà splendente nel giorno della tua santità in Cielo. Madre Teresa di Calcutta diceva: “E’ Natale ogni volta che permetti al Signore di amare gli altri attraverso di te”. Questo è l’amare per Amor di Dio: fare del tempo della vita una possibilità di cantare a Dio e illuminare il mondo del Suo Amore, proprio come la luna che riflette la luce del sole e rischiara il buio della notte. E’ in questo servizio che si consuma la gioia di appartenere al Signore. Non aver paura a spargere i semini d’Amore di Dio lungo il sentiero del quotidiano, non aver timore a dispensare il tuo sorriso su ogni forma di povertà. Ricordati di dispensare il tuo sguardo sui poveri che sono i privilegiati della luce del Natale, eppure di questa luce oggi sulla terra siamo noi le torce vive che la Grazia di Dio viene ad infiammare. Forse è proprio questo il senso di questo paramento rosa così inusuale: simbolo forse proprio di quella luce che si deve accendere in noi a partire da questa domenica, per accendere le luci del Natale ovunque manca il sorriso, ovunque regna la tristezza; ovunque le droghe di ogni genere rendono cupa la vita, dovunque manca il mordente del domani. Ricordati dei tuoi cari, dei più piccoli e dei più poveri, perché un giorno ci siano altri a irradiare su di te la luce del Natale. E la gioia da trasmettere sia non la gioia mondana che nel Nuovo Testamento è detta “eufraine”, ma la gioia della grazia, che è detta “chaire”, la Gioia di Maria Santissima all’annuncio dell’Angelo, la gioia di Giovanni Battista nel seno di Sant’Elisabetta al sentire la presenza di Gesù nel Seno di Maria, la gioia dei pastori e dei Magi al vedere Cristo Bambino tra le Braccia della Sua Santissima Madre. Il Bambino accende la gioia della grazia col Suo Sorriso, che ci svela il Sorriso di Dio ed il Suo Amore tenerissimo. Aiutiamoci l’un l’altro a vivere la gioia dell’incontro con il Dio Bambino nella Santa Notte del Natale, perdonandoci di cuore, e volendoci sinceramente bene.

 
 
 

OMELIA IMMACOLATA CONCEZIONE, 8 DICEMBRE 2013

Post n°68 pubblicato il 08 Dicembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

La Solennità dell’Immacolata Concezione squarcia l’Avvento e ne è la sua Luce più splendida in preparazione al Natale. Viene spesso confusa con l’Annunciazione di Maria, a motivo del brano del Vangelo sull’Annunciazione, ma è una festa completamente diversa: è la festa della creazione di Maria Santissima da parte di Dio nel seno di Sant’Anna, è la festa del primo respiro vitale di Maria, un respiro che ha dato gloria a Dio e ha iniziato la via della Salvezza. Il sentiero del Natale non può omettere Colei per cui mezzo Cristo è sceso in terra e ci ha rivelato nel Suo Volto di assoluto candore, il Volto di Dio. Un respiro vitale che si legge nella volontà di Maria di diventare la Madre del Signore. Il verbo “si compia”, così raffinato nella lingua italiana, è invece sorprendente nel testo originale greco: la parola γένοιτό μοι è un aoristo, ovvero un passato remoto, medio, ottativo, terza persona singolare, un modo l’ottativo, assai raro nella lingua greca classica, e una vera eccezione nel Nuovo Testamento, che conta oltre ad esso, solo altri due casi. Ottativo, dal latino “optativus”, o “optare”, è un modo di desiderio che va tradotto letteralmente “desidero fermamente che avvenga in me”, oppure: “voglio fortemente che nasca (sia) in me”, una volontà che apre le porte al Natale. Un ottativo rafforzato dal termine precedente “dia-tarasso”, il cui senso nel contesto è : “a motivo di [questa visita dell’Angelo] (dià), Ella si commosse (tarasso)”, che assai più del turbamento, sottolinea lo stupore e l’attesa di Maria, che pone all’Angelo una domanda: “Πς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω”, ovvero: “come avverrà questo, dal momento che io non conosco uomo”, una frase enigmatica perché Maria era tornata dal Tempio di Gerusalemme a Nazareth proprio per contrarre matrimonio. I marianisti medievali, invece, traducevano “Πς ἔσται τοῦτο, ἐπεὶ ἄνδρα οὐ γινώσκω” con: “come avverrà questo, proprio come (è avvenuto a me) che non riconosco uomo (nella mia generazione)?”, ovvero vedevano nella radice della parola, ovvero “γν”, la radice non solo di γινσκω, che significa conoscere, ma anche di γίνομαι  che significa, nascere, essere generato: una radice che sembra riferirsi non solo all’esperienza del conoscere, ma anche alla nascita di Maria, ovvero Maria svela all’Angelo che ella è stata creata, quale novella Eva, direttamente da Dio, senza concorso d’uomo, nel seno di Sant’Anna: questa storia è stata tramandata in testi autorevoli quasi contemporanei ai Vangeli e in questa parola sembrerebbe trovare il suo carattere di conferma biblica. Nel celebre quadro del Maestro di Moulins, esposto nel museo di Londra, l’incontro tra San Gioacchino ed Anna, dopo le visioni dell’Angelo che preannunciava loro, anziani e senza figli, la nascita di una prodigiosa Bambina, vede il concepimento già avvenuto per opera di Dio, e il loro casto bacio conferma il miracoloso evento. Per questo il Beato Pio IX disse che il peccato originale non aveva toccato fin dal primo istante della sua Concezione Maria, che per questo è Immacolata nella Sua Concezione. A Lei il nostro tributo di lode chiedendo a Lei di donarci il Suo straordinario Amore a Dio.

 
 
 

I DOMENICA DI AVVENTO ANNO A, 1-12-2013

Post n°67 pubblicato il 01 Dicembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

Il tempo di Avvento che ci conduce al Natale, porta con sé le grandi domande della vita: il Signore Gesù che è venuto nel mondo ci interroga, nella prima parte dell’Avvento, sulla fine del mondo e la Sua Venuta (Parousia) alla fine della nostra esistenza.

La stessa parola “Maranathà”, indica sia un passato remoto, “maran-athà” il Signore è venuto, che un imperativo, “marana-thà”, Signore vieni.

Una Venuta da attendere dice il Vangelo, con il  termine “gregorèo”, ossia “vegliare, essere svegli”, perché la Venuta di Cristo ci trovi pronti, ossia ci trovi con la luce della fede.

La fede, infatti, ci è stata donata nel Battesimo e questa fiamma fino all’ultimo giorno della vita, per quanto smorzata e fumigante, rimarrà accesa.

Sarà nel Regno del Giudizio che questa fiamma sarà o accesa o spenta, perché il tempo della grazia è finito e inizia la vita eterna se avremo questa fiamma ancora accesa, sacrificio di una vita di preghiera, di impegno della vita, e delle opere di carità.

Eppure quanto è difficile impegnarsi nelle opere della fede se Cristo non avesse svelato il Volto di Dio nel Sorriso di Gesù Bambino tra le braccia della Sua Tenerissima Madre.

In quel Sorriso nasce l’Amicizia e la fiducia in Dio, nasce l’Amore che manterrà viva la fiamma della fede fino all’incontro.

Quel Sorriso sarà per noi il ricordo che si avvicina non la morte, ma “la nostra liberazione”, come il fico ricorda l’arrivo dell’estate.

La dolcezza della Grotta di Betlemme dona occhi di grazia a chi non riuscendo ad arrivare al mistero di Dio, vivrebbe nella dissipazione e nella paura del futuro.

L’Avvento, dunque, dandoci come meta la grotta di Betlemme, ci svela il Progetto d’Amore, che Dio ha intessuto, giorno dopo giorno, nella storia dei Patriarchi e dei Profeti, dei fili d’arazzo della Redenzione, e che compie in maniera uguale anche nella nostra vita, nel tempo che si incammina verso l’eternità.

L’Avvento, così, ci chiede che la vita non ci “accada” ma ci “avvenga”: ossia che non siamo soggetti passivi ma attivi del tempo della storia della Redenzione che ci è stato affidato, affinchè possiamo realizzare i sogni di un mondo e un’umanità migliore.  

 
 
 

CRISTO RE DELL'UNIVERSO ANNO C, DOMENICA 24-11-2013

Post n°66 pubblicato il 24 Novembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Parola del Signore

 

OMELIA 24-11-2013: La festa di Cristo Re è una festa moderna: fu istituita da Papa Pio XI per la giornata missionaria mondiale come un augurio che in tutto il mondo potesse splendere la luce di Cristo. Poi, la stessa festa fu spostata all’ultima domenica del tempo ordinario per chiudere l’anno liturgico e presentarci il Cristo di Gloria come immagine viva che l’amore vince sempre, che la via del bene è una via vittoriosa.

Ma da dove viene questo titolo? Anzitutto dall’augurio che il popolo faceva a Cristo che diventasse loro Re, ma soprattutto dal dialogo tra Gesù e Pilato: “dunque tu sei Re”, disse Pilato, e Gesù rispose: “Tu lo dici”; frase che Pilato, poi, scrisse sulla tavoletta della Croce: “Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”, una frase che fece sobillare i Giudei, ma Pilato rispose: “Ciò che ho scritto ho scritto”, quasi a dire che misteriosamente sarebbe rimasto scritto per sempre come titolo di Cristo! La regalità di Cristo è scritta sul trono della Sua Croce, che, come un novello Sole di Giustizia, sarebbe diventata il punto focale che avrebbe gravitato ogni croce intorno alla Sua, e l’avrebbe riscaldata coi Raggi del Suo Amore. Si compì dunque la profezia: “Quando sarò elevato in alto attirerò tutti a me”.

Tutti, buoni e cattivi, dunque, sono gravitati dal Sole di Cristo, e fino alla fine si ha la possibilità di salvarsi: come entrare, allora, nell’incontro con Cristo nell’orbita della Sua Croce? Mediante il Battesimo, che ci dona la figliolanza Regale, e l’Eucaristia, ovvero il comunicarsi al Suo Corpo e al Suo Sangue, che ci fa entrare nella Sua Alleanza, ovvero attira la nostra storia attorno alla Sua, perché siamo in grado di lottare contro lo spirito del male, e possiamo donare l’amore ricevuto come una sorgente che porta acqua al mondo.

Il titolo regale di Cristo ci dona il potere della croce, che possiamo accogliere come il buon ladrone, che sulla croce si accorge che poteva fare della sua vita “un’opera d’arte”, o respingere come il cattivo ladrone che, invece di guardare a quello che stava capitando intorno a lui, si chiude alla storia della sua vita e impreca. La storia del buon ladrone ci insegna che non ha importanza se dipingi un tramonto o un cielo di notte, l’importante è avere la tavolozza e i colori che sono la vita, una scintilla che non ritornerà mai più su questa terra.

Madre Teresa di Calcutta scriveva:

La vita è opportunità:

coglila 

La vita è bellezza:

ammirala 

 La vita è beatitudine:

assaporala 

 La vita è sogno:

fanne una realtà 

 La vita è una sfida:

affrontala 

 La vita è dovere:

compilo 

 La vita è un gioco:

giocalo 

 La vita è preziosa:

custodiscila 

 La vita è ricchezza:

conservala 

 La vita è amore:

godine 

 La vita è mistero:

scoprilo 

 La vita è promessa:

adempila 

 La vita è tristezza:

superala 

 La vita è un inno:

cantalo 

 La vita è lotta:

accettala 

 La vita è croce:

abbracciala 

 La vita è avventura:

rischiala 

 La vita è felice:

meritala 

 La vita è vita:

difendila” 

E questo lo puoi fare perché Cristo ci ha dato il segno del Comando: la Croce come Sigillo Regale, e Maria come Madre e Sposa dei suoi Consacrati, che ci condurrà per mano e non ci abbandonerà mentre stiamo sulla Croce della vita, e mai sarà opprimente se rimarremo nell’Alleanza e nell’Amicizia con Cristo Re e la Sua Santissima Madre, perché saremo Gravitati dal Loro Amore fino all’ingresso della nostra vita in Cielo.

 

 
 
 

XXXIII DOMENICA TO ANNO C, 17-11-2013

Post n°65 pubblicato il 17 Novembre 2013 da beatoalano
 
Foto di beatoalano

+ Dal Vangelo secondo Luca (21,5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».


Parola del Signore

 

SPUNTI DI OMELIA: Il Vangelo di questa domenica è tratto dall’ultimo discorso di Gesù alle folle. Subito dopo vi è l’Ultima Cena. Il discorso inizia con lo sguardo di Gesù alla gente che donava monetine per il tempio. Gesù loda una povera vedova, che buttò due monetine nel Tesoro del Tempio, dicendo che ella aveva messo più di tutti perché era l’intera sua vita (olon ton bion): sembrerebbe che San Luca voglia nascondere in questo personaggio la Madonna, la cui vita è stata tutta al servizio del Signore. Da lì Gesù prende spunto per parlare della fine di tutto e che solo l’Amore a Dio, che ciascuno deve coltivare personalmente, potrà salvarlo dalla terribile distruzione del mondo. Quello che Gesù chiamerà “perseveranza” o nel termine greco “upomonè”, ossia “lo stare sottomessi (a Dio)”. Alla fine del discorso Gesù dirà di radicare la propria fede, perché tanti falsi profeti verranno a dire: “Sono io il Messia!”. Ci saranno anche guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tradimenti delle persone care, ma se saremo legati all’Amore di Dio vinceremo le sfide della vita.

Alla fine di tutte queste delusioni la domanda è: perché bisogna attraversare questo lago della disillusione per salvarsi?

Perché per salvarsi occorre desiderare la patria del Cielo! Ma questa patria si desidera poco, finchè ci saranno le realtà della terra a legarci ed affascinarci. Ecco perché Dio permette la debolezza del creato e la disillusione delle creature, perché si desideri il Cielo, e non ci si volti indietro, come la moglie di Lot, che divenne una statua di sale. Gesù nell’ultimo discorso dice: “Ricordatevi della moglie di Lot”, ovvero fate memoria di questa direzione ascendente verso il Cielo.

Ma, come possiamo staccare il cuore dalle altezze della creazione, se il nostro cuore ha pur sempre in se l’impronta del creato? Rimaniamo incantati davanti ad un tramonto, davanti a un prato pieno di fiorellini, davanti all’imponenza di un albero. Ancor più nei legami d’affetto e d’amore, l’anima sente una pace grande in sé e un senso di protezione, e certamente l’amore è la culla con cui l’Amore di Dio e di Maria ci fanno crescere. Eppure, lo svezzamento inizia con la nostra uscita da questo mondo per entrare in Cielo, svezzamento che Dio prepara mediante le piccole delusioni, le piccole sofferenze: il libro del Qoelet dice: “di ogni cosa perfetta ho visto il limite”, e “ciò che ti piace, prima o poi non ci prendi più gusto!”: in questo svuotamento, tuttavia, Dio non vuole che ci rintaniamo nella tristezza, ma che speditamente camminiamo avanti attaccando il nostro cuore alla Città del Cielo. Più svaniscono dal nostro cuore le realtà della terra, più si accresce in noi l’amore per la Città di Dio. Santa Teresina del Bambin Gesù scrisse che i fiori di primavera iniziano a germogliare sotto la neve, ovvero la felicità eterna inizia a sbocciare nel gelo della sofferenza, dove non manca mai il calore e la brezza primaverile dell’Amor di Dio. Ella racconta nella sua autobiografia che era attaccata morbosamente al padre, e questo le frenava molto l’entrata in convento. La notte di Natale del 1886, era usanza, tornati dalla Messa di Mezzanotte di Natale di andare al camino e prendere le calze dei doni. Quella sera il padre, stanco, disse, tra sé e sè: “Meno male che questo è l’ultimo anno!”. Queste parole le ferirono il cuore, ma, scrisse la santa, ritornò nella stanza del camino gioiosa come se nulla fosse accaduto: quella notte ella sarebbe uscita dall’infanzia e sarebbe avvenuta la sua conversione completa.

Anche noi accogliamo dal Cielo le gioie e i momenti di stacco, come giorni di grazia per contemplare il Cielo che ci attende.

Nell’ordine certosino, i certosini vivono in una cella a forma di casetta, nel silenzio e nella solitudine tutta la vita. Ma quel silenzio non è autolesionista ma un silenzio che orienta la vita a Dio nel distacco da tutte le cose.

Chiediamo a Maria che il nostro cuore sia capace di guardare a Dio quando le cose nel loro moto, si orientano verso il difetto creaturale, che è l’impronta del peccato originale: un difetto creaturale che non deve farci rompere le relazioni, per quanto difettose esse siano, ma orientare il nostro sguardo al Creatore e alla Regina del Cielo.

 
 
 
Successivi »
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

leilamignitorricellothankGodfedesalv89clementina.gisonnachristie_malryMaturoRmCercaMaturaacer.250pino1959gLunaltabeatoalanoluce66_2009toros12lory635
 

ULTIMI COMMENTI

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom