Creato da montotto il 10/01/2007

L'angolo di Montotto

"Il paese felice dei porcellini (se fai dodici)"

 

 

Come diventare Moggi in poche lezioni.

Post n°12 pubblicato il 18 Gennaio 2007 da montotto
 

immagine(Dal sito http://www.giulemanidallajuve.com)


AGROPOLI (SALERNO) - Luciano Moggi diventa professore. L'ex direttore generale
della Juve, il prossimo 9 febbraio, a partire dalle ore 11, incontrerà gli studenti dell'Istituto tecnico commerciale 'G.B. Vico' di Agropoli, in occasione di una giornata dedicata dall'istituto al tema dell'educazione allo sport. Dopo l'incontro, Moggi parteciperà alla inaugurazione del primo 'Juventus Club Luciano Moggi', che aprirà i battenti contemporaneamente ad altri quattro club a lui dedicati nel Sud Italia.

"L'apertura di un club dedicato a Moggi - spiega Sergio Vessicchio, giornalista e organizzatore degli appuntamenti 'moggiani' di Agropoli - deve contribuire alla nascita di un movimento di opinione che smentisca finalmente l'equazione Moggi uguale calciopoli. L'ex dirigente bianconero è stato la vittima designata di un sistema che aveva l'obiettivo di azzerare dalle fondamenta una sola squadra: la Juventus".

"L'arrivo di Moggi - ha spiegato Michele Nigro, preside del Vico - coincide con la sospensione delle attività didattiche e l'attivazione di una serie di lezioni dedicate all'approfondimento di temi culturali e di più urgente attualità. Tra i temi, anche quello dell'educazione allo sport, con una serie di lezioni cui parteciperà, con il racconto delle sue esperienze personali, Luciano Moggi". Secondo il preside, Moggi è stato "il capro espiatorio di un sistema corrotto".

Ho appreso la notizia da Studio Aperto, mentre questo pomeriggio zappavo fra le emittenti così, per noia.
Sono rimasto subito colpito dalla notizia. In merito al personaggio, non mi esprimo. Il suo passato (Napoli, Roma, Torino e Juventus) di certo non depone a suo favore. E' un personaggio quantomeno davvero losco, se non personalmente apertamente odioso (ma questo, alziamo le mani, non costituisce reato).

La cosa che mi dispiace è che ci sia gente che LO AMMIRA, ne vuole seguire le orme, ne vuole conoscere le esperienze. Probabilmente per sapere come aver successo senza scrupoli.
Le recenti inchieste giudiziarie hanno portato alla ribalta avvenimenti nei quali Lucky Luciano è stato coinvolto (nno "sarebbe": è): negare la sua influenza sul mondo del calcio e sull'andamento reale degli ultimi campionati di serie A mi sembra davvero quantomeno insensato.

Detta così, la notizia si commenta da sola. Ma mi sento di fare due piccoli appunti:
1 - Ragazzi del "G.B. Vico" di Agropoli (in provincia di Salerno) che leggete questo post: se avete ancora del sale in zucca, il 9 febbraio è proprio il giorno adatto per fare fuga. Se proprio non ve la sentite, venite a scuola con qualche frutto marcio da lanciare. O coi tappi per le orecchie.
2 - Al posto di Moggi, per discutere di "educazione allo sport", avrei preferito chiamare un personaggio come Zeman, un uomo che per denunciare il marciume pallonaro ha sacrificato anche la carriera. Almeno Zeman è persona seria, che non ritratta le sue dichiarazioni, che sa quel che dice e non ha niente da nascondere.

 
 
 

Elogio del Ruggito del Coniglio.

Post n°11 pubblicato il 15 Gennaio 2007 da montotto
 

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Come tante altre cose nella mia vita, ho scoperto questa trasmissione quando ormai era considerata un'attività ben avviata (tanto ben avviata che, salvo imprevisti o festività, quei due vanno in onda da lunedì a venerdì, dalle 8 alle 10); ma come si dice spesso, meglio tardi che mai. E questa volta sono davvero contento di averli, mi contraddico, "riscoperti".

Fino a 18 anni (sono del '79) frequentavo un prestigioso liceo di Bologna (di cui ho notevolmente contribuito a rovinare il nome) e mia madre, dato che in quel periodo odiavo utilizzare i mezzi pubblici (avevo sempre paura di perdermi o di scendere alla fermata sbagliata), era costretta ad accompagnarmi a scuola in macchina tutte le mattine. E mi raccontava sempre che, mentre tornava a casa, riusciva ad ascoltare "Il Ruggito del Coniglio" di allora (oppure, in alternativa, il programma condotto da Mirabella e Garrani, di cui non ricordo il titolo): ed era in queste occasioni che correva i maggiori rischi alla guida, poiché le capitava spesso di lacrimare o di chiudere gli occhi dalle risa. Nemmeno lei ora si ricorda precisamente cosa la facesse ridere tanto, ovvero non si ricorda le rubriche che venivano mandate in onda da quei due mattacchioni; si ricorda solamente che avevano un effetto benefico, mantenendo in esercizio quasi il 90% della sua muscolatura volontaria (un buon allenamento, quindi).

Io mi sono trasferito a Monselice da pochi mesi (più precisamente, dal 30 settembre 2006, un sabato), ed all'inizio i problemi di adattamento non sono stati piccoli; se a tutto questo aggiungete una certa nostalgia di casa, che fino a 27 anni non avevo mai lasciato se non per pochi giorni o per i periodi di vacanza, capirete come mai ho sentito l'urgente bisogno di appigliarmi a qualcosa che già possedesse una "storia" e che bene o male mi ricordasse anche mia madre. Così una mattina (l'11 ottobre 2006) ho scoperto che la trasmissione di quel giorno era stata trasmessa da un'area di servizio (che penso di aver individuato) del mio paese d'origine.

Un notevole segno del destino.
Una coincidenza che ha segnato la mia vita.

Da allora, ho cominciato ad ascoltare le loro puntate su podcast (dalle 8:30 dovevo seguire un buon numero di lezioni universitarie). Qualche volta riesco anche a seguirli in diretta, e spesso m'è venuta voglia di telefonare direttamente in trasmissione (cosa che ritengo sia piuttosto difficile da fare).

Li apprezzo moltissimo. Come mai, mi chiederete? Beh, in primis perché ci sono da lunedì a venerdì. Mi aiutano ad avviare la giornata, anche se il più delle volte riesco a sentirli in diretta solo per pochi minuti.
Semplicemente: li trovo spiritosi, punto e basta. Fanno compagnia e sono simpatici, cosa si può chiedere di più ad un programma radiofonico che non pretende di informare ma di intrattenere?
In secundis, trovo che non siano lontano dagli antipodi, l'uno dall'altro. Il primo, Marco Presta, sempre mia madre l'avrebbe definito un "romano in senso buono": non cafone alla Verdone, non meschino alla Sordi, e dotato di un'affascinante parlantina, che di certo non guasta. E' un piacere ascoltarlo, oserei definire "rilassante" la sua pronuncia delle consonanti, la fluidità del suono della sua voce. Oddio, sto esagerando.
Il secondo, Antonello Dose, forse più compassato, più posato, ma dalle uscite micidiali; pacato nel parlare, ha una risata irresistibile.
Ho sempre trovato piuttosto stimolanti le domande che pongono al pubblico, a partire dai sondaggi dal vivo per finire con le serenate coniglie. Sono un ottimo strumento per fare dello spirito, e raramente rimangono senza saper cosa dire.
Mi piacciono anche per questo: hanno sempre la risposta pronta. E' un piacere sentire il programma scorrere via dolcemente, fra interventi e canzoni. Ho sempre adorato il loro jingle per gli stacchi: il rumore di una paperetta strizzata.
Ci sono tantissime cose che me li fanno apprezzare. Personalmente, desidererei riuscire a partecipare ad un "Coniglio di venerdì", o ad un "Coniglio & Friends", come pubblico, anche per avere la soddisfazione di poter alzare il cartoncino bianco da una parte, nero dall'altro ("la parte grigia? Non esiste").

Sto collezionando tutte le puntate che pubblicano su Podcast, e presto le raccoglierò in un DVD, per poi poterle risentire con calma TUTTE QUANTE, quando ne ho voglia.

Un saluto ad entrambi. Caro Marco, caro Antonello, continuate così.
Ma fateci un piacere: rimanete alla radio. In televisione, fareste ancora cilecca.

 
 
 

Royksopp - Poor Leno

Post n°10 pubblicato il 14 Gennaio 2007 da montotto
 

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Poor Leno
Where you'll be, I'll go
Where you'll be, I'll know
Where you'll be, I'll find you...
(repeat)

Poor Leno
Where you'll be, I'll go
Where you'll be, I'll know
Where you'll be, I'll find you...
(repeat)

Poor Leno
Where you'll be, I'll go
Where you'll be, I'll know
Where you'll be, I'll find you...

Poor Leno
Have you due in time
Reunite as one
Please, I almost find you

Poor Leno
Where you'll be, I'll go
Where you'll be, I'll know
Where you'll be, I'll find you

Poor Leno
Have you due in time
Reunite as one
Please, I almost find you

 
 
 

A tutti gli amici di Monselice & dintorni.

Post n°9 pubblicato il 13 Gennaio 2007 da montotto
 

immagineAmici di Monselice, PALESATEVI!!!
Questo brevissimo post è una specie di censimento. Non ho la pretesa di schedarvi tutti, o di prendervi le impronte digitali, ma semplicemente di allargare la cerchia di amici virtuali e non.
Internet è un bel posto, i blog sono un mezzo stupendo per comunicare, o meglio per condividere le proprie esperienze e le proprie opinioni con chi ha la volontà di leggerle, ma dopo un po' di tempo, con gli interlocutori più assidui ed interessanti vien sempre voglia di incontrarsi dal vivo: chi la pensa come me, si faccia avanti!
Monselice, Abano Terme, Montegrotto, Este, Conselve, non butto via nulla! Fatevi sotto, se volete... e lasciate un commento o un recapito. O l'indirizzo del vostro blog, se ne avete uno.
Vi aspetto numerosi!

 
 
 

Oliviero Beha / Andrea Di Caro - Indagine sul calcio

Post n°8 pubblicato il 13 Gennaio 2007 da montotto
 
Tag: Libri.

immagineINDAGINE SUL CALCIO - OLIVIERO BEHA, ANDREA DI CARO

BUR - 648 pagine - 12,00 Euro

Dai Mondiali del 1982 ai Mondiali del 2006. Una generazione di storie,
personaggi, emozioni e bugie: un gioco appassionante trasformato
in un intrigo industriale.

Dire la verità a volte è colpa gravissima.
Massimo D’Alema


Ho vissuto in un calcio corrotto, ho pagato stipendi in nero ed
evaso le tasse. Ma ho fatto appena il 10% di quello che ho visto,
a tutti i livelli. E sono l’unico finito in galera…
Ermanno Pieroni, ex presidente dell’A.C. Ancona


Se un arbitro è bravo a gestire la partita in un certo modo,
tu perdi. E il 99,9% degli spettatori non capisce il perché.
Luigi Corioni, presidente del Brescia Calcio


L’Italia di Pertini e Craxi, ma soprattutto di Paolo Rossi
e Bearzot. L’Italia di Berlusconi e D’Alema, di Totti
e di Lippi. Che cosa è successo nel calcio e nel Paese negli
ultimi vent’anni? Oggi come allora chi copre invece di scoprire?
Partite truccate, arbitri venduti, calciatori drogati, morti sospette,
inchieste insabbiate, affari sporchi ma anche leggende, grandi e
modesti giocatori, storie di personaggi memorabili e dimenticati.
Un romanzo di fatti e di sport ancora tutto da raccontare. Il diario
di un tifoso deluso, che ama il calcio ma ne detesta la generazione.

 
 
 

Happy feet

Post n°7 pubblicato il 13 Gennaio 2007 da montotto
 

immagineNon ho potuto fare a meno di vederlo.
Il cinema del mio paese ha organizzato una proiezione particolare, sabato scorso, il 6 gennaio.

Sono fidanzato con una ragazza appassionata di film d'animazione, una cultrice del genere fin da quando ha visto al cinema quello che probabilmente è e resterà a lungo, a mio parere, il migliore film d'animazione, "Monsters % Co.". Il nuovo film della Warner Bros. è stato ampiamente pubblicizzato, e bombardato dalla sua tambureggiante promozione non ho potuto fare altro che capitolare alle richieste della mia dolce metà: così siamo andati a vederlo.

Lo spettacolo cominciava alle 14:30, ci siamo resi conto da subito che la proiezione era stata organizzata quasi esclusivamente per i bambini: solo noi, come coppia, non eravamo accompagnati da dei minori.

I bambini, si sa, sanno essere rumorosi e molesti (senza cattiveria), specialmente al cinema: e così durante la proiezione, abbiamo dovuto sorbirci le loro domande praticamente urlate, i loro commenti "spiritosi", addirittura uno che verso la fine, per ammazzare la noia, ha preso a correre su e giù fra le file di poltrone (e la madre non lo richiamava: ma non voglio fare polemiche).

Detto questo, veniamo al film. Dunque, dall'inizio si presenta davvero bene. L'aspetto che più colpisce, sembrerà banale, ma è proprio l'animazione. Cercherò di spiegarmi. La mia ultima esperienza cinematografica d'animazione era "Monster house", film nel quale le figure umane sono state ricalcate pedissequamente sulle movenze di alcuni attori, ottenendo un'effetto pretestuoso ed anche leggermente mostruoso (nel vero senso della parola). La seppur breve storia di tale filone cinematografico ha conferito allo stesso un linguaggio abbastanza ben definito, nel quale, ad esempio, sembra davvero un controsenso assegnare i movimenti umani (caratterizzati tutti dalle loro intrinseche imperfezioni, quali ad esempio l'incostanza delle velocità, la presenza di un numero indefinito di fattori che contribuiscono a rendere tutti i movimenti più complessi di quanto possano essere resi dalla computer grafic) a delle creazioni virtuali (spero di essere stato chiaro). Ed è per questo che riaffermo che il film si presenta bene.

Veniamo alla trama. Non scontata, non banale. Magari all'inizio può sembrarlo: un pinguino che, a causa di una disattenzione del padre durante la cova, nasce con l'istinto per la danza invece che per il canto (come tutti i suoi simili). E questo, ovviamente gli crea notevoli problemi d'adattamento (allena il suo corpo al ballo ma non la sua voce al canto, rimediando tremende figuracce); ma da varie fonti, viene a conoscenza di una specie di "alieni", figure che si ergono su due zampe e che viaggiano su tremendi oggetti volanti (ovviamente gli uomini). E così, il suo coraggio lo spinge ad approfondire l'argomento. Non solo: il pesce, nella zona d'abitazione dei pinguini, sta lentamente ma inesorabilmente calando, e Mambo (così viene chiamato il pinguino danzerino) si impegna, con alcuni amici incontrati lungo il cammino, a proseguire la via per la scoperta della verità.

Dal punto di vista della sceneggiatura, il film scorre abbastanza fluidamente, la musica ben si adatta ai movimenti di macchina ed alle sequenze. I personaggi, tutti molto umanizzati, sanno essere molto interessanti, ognuno a modo suo: i pinguini ballerini, gli anziani del villaggio, la pinguina dalla voce fatata, il guru, sanno tutti aggiungere colori e sfumature alla narrazione. Nessun personaggio rallenta o impoverisce la trama: ogni inserimento la arricchisce di nuovi caratteri, e non caratteristi.
I dialoghi possono sembrare un po' banali, ma non è su questo che il film si impernia, e quindi è abbastanza comprensibile che questo fattore non sia stato particolarmente curato. L'incipit del film è maestoso e potente, con la scena del viaggio dei padri, ognuno col suo uovo fra le zampe, in una vallata ghiacciata spazzolata da una bufera incessante: ed il loro unisono canto conferisce notevole drammaticità alla sequenza. Di poi, si fa leva sulla tenerezza: la scena, al momento della schiusa delle uova, si riempie di tanti piccoli batuffolini nani, ridicoli e teneri al tempo stesso, che muovono i loro primi passi, levano i loro primi gorgheggi e, nel caso del pinguino danzerino, battono i loro primi passi. Ma la reazione degli altri pinguini non si fa attendere, dalle preoccupazioni della maestra di canto alle severe considerazioni degli anziani del villaggio, che imputano al piccolo la causa dell'ira degli dei, che non mandano più cibo (leggi pesce).
Ma dopo, il racconto assume i classici temi eroici stile "Compagnia dell'Anello": un gruppo di volonterosi pinguini lo accompagnerà nella sua ricerca della verità (gli stranissimi "alieni" di cui parla il guru esistono!), fra pericoli e colpi di scena, fra scivolate e litigate (poderosi sono il leone marino, coi quali s'incontrano, e l'orca che tenta di azzannarli: il doppiaggio italiano ha conferito all'orca una voce talmente profonda e potente da far pensare che scaturisca direttamente dal sottosuolo).

A questo punto, vorrei fare una considerazione sul finale, sperando che chi legge non ne venga danneggiato (se ancora non ha visto il film). In una delle ultime scene, i pinguini, raccolti sulla distesa ghiacciata, osservano allibiti l'arrivo di un elicottero a doppia elica. Anche chi non riconosceva l'esistenza degli "alieni" (come i pinguini anziani) è quindi costretto a ricredersi, quando da quell'elicottero scendono alcune figure umane ad osservarli.
Il punto clou giunge ora. Mambo, rinchiuso per qualche tempo in uno zoo, ha imparato che per allietare gli "alieni", per accattivarsi le loro compagnie, basta proprio il difetto che tanto problemi gli aveva causato fra i suoi simili: ballare. E facendolo, gli umani, si intenersicono, prendono a cuore il suo caso e decidono di liberarlo, lasciandolo tornare alla sua terra d'origine. Egli, appena giunto, racconta la sua storia ai suoi compagni. Chi ci crede, chi non ci crede, ma l'arrivo dell'elicottero mette d'accordo tutti.

Ed ecco la considerazione. Nel branco, gli anziani disapprovano il comportamento di Mambo: ma quando alzano gli occhi al cielo, e si vedono minacciati da "alieni" di cui non conoscono le intenzioni, anche loro cominciano a ballare, nella speranza di divertirli ed, al contempo, di intenerirli. E ci riescono. Ma quando cominciano tutti i loro passi di danza (quelli di Mambo, ovviamente), il cinema scoppia a ridere. Chi platealmente, chi sommessamente, tutti gli spettatori in sala (inclusi i bambini) hanno colto solo la parte comica del messaggio.
Personalmente, non m'è venuto per niente da ridere. M'è invece tornata in mente una scena già vista: quella dell'avventore del saloon, invitato a ballare da un cattivo del luogo a suon di spari verso i suoi piedi. Non ho trovato molto divertente il comportamento dei pinguini, che in fin dei conti si umiliano (nel loro concetto) per garantirsi la sopravvivenza. E' la manifestazione della presenza di un potere opprimente, incontrollabile ed indipendente dalla loro volontà, che è comunque capace di commuoversi: ed in base a certi sentimenti umani, suscitati arbitrariamente, può decidere della vita o della morte di un numero sconfinato di altri esseri viventi. Come direbbero Jannacci e Fo: "E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re...". Ed in questo ho apprezzato il regista: è riuscito a veicolare in un unico gesto due messaggi, due visioni del mondo, ha costretto lo spettatore a schierarsi, non gli ha offerto una qualsiasi vecchia, trita morale buonistica, ma gli ha impedito di sottrarsi al giudizio. Ed io, forse perchè più pessimista degli altri, ne ho colto l'aspetto più sconvolgente. Oserei aggiungere, anche più commovente.

Ecco cosa ha suscitato in me questo film. Spero che altri lo vedano: la sua morale è molto meno banale di quanto si creda, e riesce comunque a conciliarsi con il lieto fine (gli umani, una volta attirata l'attenzione dai pinguini, scoprono che con la loro attività di pesca tolgono la principale fonte di sostentamento ai pinguini stessi; quindi avviano la burocrazia per regolamentare la pesca in quelle zone; il pesce torna a popolare quei mari ed i pinguini finalmente sono liberi di cantare e ballare di gioia).

 
 
 

Voi cosa fareste?

Post n°6 pubblicato il 12 Gennaio 2007 da montotto
 

immaginePosto questo breve messaggio. E' una domanda piuttosto semplice, e forse ve l'avranno già posta migliaia di volte (oppure ci avrete riflettuto voi stessi, specialmente se vivete in condominio)... quindi probabilmente la posto per il gusto di leggere i commenti, o anche solamente per permettere a qualcuno di sfogarsi liberamente.

Sono le 23:45. Siete a casa con la vostra fidanzata (o con la vostra famiglia). I vicini del piano di sopra stanno amabilmente chiacchierando con degli amici. Ma non accennano a smettere nonostante l'ora, e diventano sempre più rumorosi col passare dei minuti. Insomma, in parole povere le loro risate e i loro discorsi (che perdippiù non riuscite a decifrare) non vi permettono di addormentarvi.

Come reagite?

Voglio aggiungere che questa domanda non è stata generata sull'onda del tragico omicido di Erba, ma solamente dalla confessione di un amico (magari in un commento vi scriverò come ha reagito LUI, se mi permetterà di farlo).

 
 
 

Il contributo del neurochirurgo Giovanni Migliaccio nel caso di Cogne.

Post n°5 pubblicato il 11 Gennaio 2007 da montotto
 

Egregi Colleghi,
qui di seguito riassumo con qualche aggiunta tutti punti essenziali che, a mio parere, sono inequivocabili per convincersi che il piccolo Samuele è morto di morte naturale e che non c'è né un mostro in libertà né tantomeno una madre snaturata e omicida.
In ogni caso finora nessuno ha portato un solo, dico un solo, argomento che possa seriamente contraddire le deduzioni cui sono giunto.
Ecco i punti essenziali sulla convinzione che il piccolo sia realmente morto per cause naturali, cioè a seguito di una imponente emorragia cerebrale, improvvisa e violenta, a seguito della rottura di una malformazione vascolare (aneurisma e/o malformazione arterovenosa):

1) si dice che il piccolo sia stato colpito in regione frontale con 17 colpi ad opera di un arnese largo e pesante! Mi chiedo: come è possibile contare 17 colpi sul capo di un bimbo di tre anni? Il numero di colpi inferti su un corpo si possono contare sul torace, sull'addome, ma non sul cranio.

2) a una prima ispezione del cadavere, ictu oculi, non si sono evidenziati lesioni di alcun genere: lo sfondamento del cranio in regione frontale provoca la frattura della base cranica anteriore che si esprime esternamente con un’enorme tumefazione del viso e degli occhi, definita come occhi da procione, patognomonica appunto di frattura della b.c.a.. E poi: in nessun'altra parte del corpo vengono riscontrate lesioni: è mai possibile che chiunque l’abbia colpito con violenza e in preda ad uno stato psichico quanto meno alterato neanche per sbaglio abbia colpito sul torace, sulle spalle, sull’addome? E’ vero, il prof. Viglino segnala delle escoriazioni sul 3° e 4° dito della mano destra, diagnosticandole come effetto del tentativo di difendersi dall’aggressore. Ma ragioniamo un attimo: istintivamente chi sta per esser colpito al capo tende a coprirsi, a difendersi con entrambe le mani, non con una sola!

3) Le ferite cutanee sul cuoio capelluto per la maggior parte sono dell’ordine di pochi millimetri. Esse sono spiegabili non come l’effetto di un corpo contundente (che ne avrebbe procurate di ben maggiori dimensioni), ma come l’esito della trazione che l’osso fratturato, affondandosi, esercita prima sul periostio, quindi sulla galea, poi sul sottocute e quindi sulla cute.

4) L'esame necroscopico ha evidenziato una emorragia intraventricolare e una emorragia subaracnoidea, senza tracce di ematomi extradurale e/o sottodurale: questi ultimi sono generalmente tipici delle lesioni traumatiche, mentre l’e.s.a. è tipica della rottura di lesioni vascolari. Esiste sì una e.s.a. post traumatica, ma con caratteristiche del tutto diverse.

5) Il piccolo è morto circa due ore dopo l'evento: se avesse ricevuto tutti quei colpi sul cranio, sarebbe morto all’istante. Non è possibile sopravvivere oltre pochi minuti dopo aver subito 17 colpi sul cranio!

6) E ancora: il medico del 118 non avrebbe potuto trasportarlo se ne avesse constatato la morte.

7) La stessa perizia esclude che le lesioni abbiano potuto creare spruzzi di sangue a distanza come sono stati rinvenuti attorno al corpicino e sulle pareti della stanza. Esatto! Infatti gli spruzzi a distanza non possono che essere riferibili al cosiddetto vomito a getto tipico dell'ipertensione endocranica.

8) Le fratture affondate riscontrate non sono che la conseguenza di trauma cranico a seguito di crisi epilettica insorta a seguito dell'emorragia. La dinamica può essere questa: si verifica il sanguinamento della malformazione con immediato inondamento ventricolare e degli spazi subaracnoidei, da qui l’irritazione della corteccia provoca la crisi epilettica generalizzata (che può essere della durata anche di alcuni minuti), nel corso della crisi il cranio ripetutamente “sbatte” contro il muro o contro il letto e si verificano le fratture.

9) Nella perizia necroscopica assurdamente si dichiara che lo stato di coma valutato con la scala CGS (Coma Galsgow Scale) e risultato = 3 consente la diagnosi di morte: non è così! Sappiamo bene che la diagnosi di morte viene accertata con altri parametri e per un certo periodo di tempo (EEG, EKG ecc.). Dal coma, anche con punteggio = 3, si può uscire.

10) Nella perizia viene affermato anche che il bimbo era già morto quando sono arrivati i soccorsi perché (e sarebbe una prova inoppugnabile) quando il medico del 118 ha introdotto nel cavo orale la tipica cannula detta di Guedell per favorire la respirazione, non vi è stato il riflesso della tosse! E' assurdo: in un paziente in coma profondo non è possibile evocare il riflesso della tosse!

11) Non risulta che sia stato fatto un esame istologico dei vasi del circolo di Willis (la zona vascolare arteriosa dove vi è maggior frequenza di malformazioni) o di altri distretti vascolari, attraverso il quale si sarebbe potuto evidenziare l'eventuale alterazione delle pareti di uno o più vasi arteriosi.

Rimango esterefatto come nessun medico, nessun avvocato, nessun giudice, quasi nessuno della gente comune, come se tutti fossero presi da una forma di condizionamento collettivo, si sia soffermato per un solo istante a voler prendere in considerazione con un minimo di razionalità l'eventuale ipotesi alternativa alla morte violenta del piccolo Samuele.

A questo proposito mi sovviene una barzelletta che poi tanto barzelletta non è: durante il giro visita il Primario preceduto dal solito codazzo di medici, infermieri, e caposala, deve fornire la diagnosi di 3 o 4 morti verificatesi nella notte precedente. Osserva il primo e dice: "questo è morto per ictus cerebrale", e la caposala prende nota. Al secondo: "questo è morto per edema polmonare" e così via. Giunge all’ultimo e dice: "questo è morto per infarto del miocardio" e se ne va. A questo punto la caposala si sente tirare la veste, si volta e quest’ultimo paziente le dice: "ma
signora io sono vivo!". E la caposala di rimando: "stia zitto lei! Ne vuol saper più del professor?"

Mi scuso per l’aneddoto, ma esso riflette un atteggiamento purtroppo comune in molte persone che, spesso, non sanno dare forza alle proprie idee e, anche, alla propria dignità.

Tornando al problema Samuele, mi sia consentito anche di sfiorare gli aspetti psichiatrici e psicologici poiché ritengo che gli psichiatri soprattutto, per la stessa natura della loro disciplina, devono tenere conto di mille variabili del comportamento umano, alcune delle quali sono senz'altro il confronto con personalità analoghe, la considerazione delle caratteristiche espressive di un carattere, la valutazione e il confronto delle analogie e via dicendo; è mai possibile che, pur riconoscendo l'anomalia del caso Franzoni (prof. Bruno in trasmissione TV “Porta a Porta”) non incomincino a pensare seriamente che non c’entra nulla la morte violenta?

Non vi è, nella storia criminale di tutti i tempi, riscontro di madri infanticide che, in un lasso di tempo più che breve, non abbiano confessato il loro misfatto dimostrando tutta la loro patologia e il loro dramma. E' mai possibile che questa donna, la signora Franzoni, non dimostri un minimo cedimento psichico, che dopo oltre tre anni non si ritrovi nei suoi comportamenti qualcosa di anormale?

E non mi si venga a raccontare la storiella dello sdoppiamento di personalità e della rimozione dell'accaduto! Una personalità è doppia per tutta la vita e non la si può nascondere!

Per la signora Franzoni, poi, dove sono le prove oggettive che possano far porre diagnosi di personalità schizoide? Nessuna personalità nè psicopatica nè criminale rimuove veramente il momento di un misfatto e poi di tale gravità! Può mentire ma non rimuovere il ricordo.
E il ricordo di un efferato omicidio pesa su comportamenti e personalità ogni giorno, ogni minuto!
Vorrei sperare che non si lasci nulla di intentato perché giustizia trionfi, e, fino ad ora, mi pare, nessuno ha preso seriamente in considerazione l’ipotesi della morte naturale.
Tale ipotesi è stata ritenuta e continua a ritenersi assurda, ma quali sono gli elementi clinico-scientifici che sostengono tale assurdità?

Ringraziando per l’ attenzione, invio a tutti cordiali saluti

Dott. Giovanni Migliaccio, Neurochirurgo
Specialista in Neurochirurgia
Dirigente U.O. di Neurochirurgia
Azienda Ospedaliera
Fatebenefratelli & Oftalmico - Milano

 
 
 

UB40 - Tell me is it true.

Post n°4 pubblicato il 11 Gennaio 2007 da montotto
 

immagine
Tenderly she smiles
Forgiving my mistakes
Getting her to love me
Was my biggest break
Every place I go, she’s inside of me
Giving up her love unconditionally
She shines the sun
She pours the rain
She touches me in places that I can’t explain
She’s got a powerful hold on me
The kind of hold from which I’d never struggle free

Tell me what you know
Tell me is it true
Do you really love me just like I love you
Everything I say
Everything I do
It’s purely cos’ I’m aiming to get hold of you
People tell her she could do better than me
She wouldn’t necessarily agree
We’ve got a thing going on you see
The two of us together for eternity

Tenderly she smiles
Forgiving my mistakes
Getting her to love me
Was my biggest break
Every place I go, she’s inside of me
Giving up her love unconditionally

Tenderly she smiles
Forgiving my mistakes
Getting her to love me
Was my biggest break
Every place I go, she’s inside of me
Giving up her love unconditionally
She shines the sun
She pours the rain
She touches me in places that I can’t explain
She’s got a powerful hold on me
The kind of hold from which I’d never struggle free

Tell me what you know
Tell me is it true
Do you really love me just like I love you
Everything I say
Everything I do
It’s purely cos’ I’m aiming to get hold of you
People tell her she could do better than me
She wouldn’t necessarily agree
We’ve got a thing going on you see
The two of us together for eternity

Tenderly she smiles
Forgiving my mistakes
Getting her to love me
Was my biggest break
Every place I go, she’s inside of me
Giving up her love unconditionally

 
 
 

Corse sulla spiaggia.

Post n°3 pubblicato il 11 Gennaio 2007 da montotto
 

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Ho corso tante volte sulla spiaggia, anche d’inverno. Col bel tempo.
Spogliavo i miei piedi, rivoltavo l’orlo dei pantaloni e cominciavo
a camminare. Cominciavo lentamente, poi ci prendevo gusto: e quindi
mi mettevo a correre, dapprima piano, poi sempre più veloce,
il mio passo si allungava. E sulle spiagge della riviera romagnola,
avrei potuto correre così per tutta la giornata. Ogni piccolo
molo, ogni rotonda sul mare era un obbiettivo, ogni passo lasciava
un’orma sulla sabbia bagnata della battigia.

 

Sentivo dentro la mia testa le voci dei miei genitori, che litigavano; i
rimproveri della mia fidanzata, che mi rintronavano le orecchie; le
inutili parole che trasmetteva la televisione, i rumori della città
e quello sordo che sentivo in un treno in corsa, le urla di rabbia e
di dolore che ogni tanto esplodevano dagli altoparlanti dei cinema,
le voci acide e fredde di alcuni conduttori televisivi, i commenti
gratuiti ed urlati che mio padre lanciava alla televisione quando il
telegiornale mandava i servizi di politica interna… Tutti quei
suoni dapprima mi riempivano la mente, mi facevano sentire quasi
colpevole di aver trovato la spensieratezza di togliermi scarpe e
calzini e passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia. Anche le nuvole,
d’inverno, ed il grigio del cielo mi ricordavano continuamente i
lati negativi della vita, del mondo, della storia e di noi stessi. Le
mie corse non avrebbero potuto cominciare in maniera peggiore: quasi
me ne passava la voglia, e camminavo “un piede leva e l’altro
metti”, come avrebbe scritto Camilleri. Il mio corpo era rigido,
l’andatura era controllata, le mani affondavano il più
profondamente possibile nelle tasche: e col capo reclinato in avanti,
fissavo con sguardo imbronciato i pochi metri di battigia che mi
precedevano.

 

Ma spesso mi imbattevo in qualche conchiglia frantumata, in una penna,
in un’alga, a volte in qualche lattina di coca cola: dapprima non
ci badavo, perso com’ero nella consapevolezza della mia
colpevolezza; ma poco dopo, mi fermavo, mi chinavo e le mie mani
finalmente riemergevano dal profondo delle tasche, magari per
appoggiarsi una su un ginocchio, e l’altra per raccogliere
delicatamente una pompetta o un piccolo pezzo di carta strappato da
chissà quale giornale. Rimanevo là, chino, a pormi
domande imbecilli su chi avesse potuto perderlo, o se era una
conchiglia da quale abisso marino fosse resuscitata, a che specie
animale fosse appartenuta e qual era il suo habitat naturale. E la
mia mente cominciava a sgombrarsi, si dissolvevano molti dei fastidi
che opprimevano i miei pensieri, e il mio sguardo si rialzava
all’orizzonte sul mare, piatto, calmo, illimitato; riprendevo la
mia passeggiata, sollevando il capo, cercando di riconoscere alcune
sagome nella forma delle nuvole, e non di rado in quei momenti
rispuntava il sole, fra il grigiore delle nubi. E andava a colpire la
superficie dell’acqua, rimandando riflessi abbaglianti, illuminando
anche il mio volto e le costruzioni che davano sulla spiaggia. Le mie
preoccupazioni cominciavano a svanire, a venire ricacciate
nell’inconscio, e ai miei occhi restava solamente il piacere di
sentire sotto i piedi qualcosa che non fosse una suola o una soletta
fredda. Camminavo più speditamente, le mie mani ondeggiavano
al passo, mi rendevo conto di un flebile sentimento di felicità,
di gaiezza, che lentamente pervadeva il mio spirito. Le mie
espressioni corrucciate si distendevano, a volte mi fermavo a fissare
qualche piccola imbarcazione che galleggiava sull’orizzonte, a
chiedermi chi vi fosse sopra e perché fosse uscito proprio
quel giorno. E pensavo alla distanza che separava la battigia sulla
quale mi trovavo dall’altra sponda, proprio di fronte a me, a
centinaia di chilometri; a che altezza avrei dovuto spostare il mio
sguardo per poterla vedere; a chi vi abitava vicino e a cosa stava
facendo. Oppure immaginavo che ci fosse un altro ragazzo dall’altra
parte del mare che fissasse anch’egli l’orizzonte e si chiedesse
dove fossi io e cosa stessi pensando.

 

Non mi sedevo mai: non sentivo il bisogno di riposarmi, di fermarmi, ma
piuttosto raggiungevo la punta di tutti i moli che incontravo lungo
la costa, mi fermavo sotto al faro e mi ci appoggiavo. Il freddo
vento dell’inverno pungeva il volto, gonfiava i vestiti ed avrebbe
molto probabilmente portato via i miei pensieri, veloci com’erano,
se non fossero rimasti nella mia testa. Poi, non appena tornavo a
camminare sulla sabbia, sentivo un irrefrenabile impulso a correre.
Non so perché: forse per raggiungere il prima possibile quel
ristorantino tipico, piccolo sui pali infissi nell’acqua bassa
della baia, forse per sgranchirmi le gambe. O forse per il desiderio
di sgombrare la mente impegnando il corpo.

 

Così allungavo il passo, saltellavo come avevo imparato a fare da piccolo,
ritmando i miei movimenti: poi finalmente correvo, dapprima piano,
poi sempre più veloce, da solo. I miei muscoli cominciavano ad
affaticarsi, li sentivo trasmettermi lo sforzo, ma non mi fermavo;
continuavo imperterrito, e mi sentivo parte di un mondo diverso,
totalmente avulso da quello in cui ero costretto a muovermi io: un
mondo fatto di sabbia, acqua, nuvole e vento, quasi totalmente
sconosciuto, che mi divertivo ad esplorare correndo. Mi sembrava
quasi di lanciare i miei scatti sul verde intenso di una prateria
irlandese, o di correre lungo le rive del Nilo, o nel deserto del
Gobi, o nelle strade larghe ed affollate di Washington o di Roma.
Sentivo tutto scorrere attorno a me, e tutto ciò che ero
abituato a vedere nella mia vita (case, persone, strade, lampioni e
quant’altro) sfumava sempre più velocemente, mi scompariva
dietro, indefinito e dimenticato, per lasciare posto ai luoghi
partoriti dalla mia fantasia. E correvo la maratona, correvo sulla
Grande Muraglia cinese, correvo sulle piste dei bufali, assieme ad un
branco di giraffe, tagliavo curve e chicane assieme a Montoya, e più
su ancora, correvo beatamente e lentamente sulla luna, e ad ogni
passo mi trovavo un chilometro più avanti, fino a quando non
spiccavo un salto e mi allontanavo inesorabilmente… Il vento mi
sferzava il volto, ma non lo sentivo; le gambe cominciavano a
dolermi, ma non me ne curavo; gli occhi mi lacrimavano, ma non li
chiudevo: proseguivo la mia corsa, fino a conquistare completamente
ogni lembo di spiaggia, a marcarlo con le mie orme, e non contento,
azzardavo qualche passo di danza, ma ne uscivano movimenti sgraziati
e goffi, dei quali ridevo da solo; e così mi lasciavo cadere,
sorridente, stanco e felice, sulla sabbia, fredda e dura, e fissavo
il cielo, ansimando. Potevo vedere il cielo o solamente la cappa
grigia di un’uggioso pomeriggio invernale: ma ero sempre ed
ugualmente felice. Per pochi minuti, per pochi brevi istanti della
mia vita, c’ero stato solo io, e niente e nessun altro, al centro
di un universo immenso e sconosciuto. E solo io avevo potuto
comandarlo. Non mi preoccupavo nemmeno dell’impatto che avrebbe
avuto su me stesso il ritorno alla “civiltà” dal tempo
della pietra nel quale mi trovavo.

 

Là rimanevo, fantasticando sul mondo e su me stesso, ripetendomi frasi
scherzose, richiamando alla memoria le espressioni più belle,
le esperienze più care che avevo vissuto coi miei amici (e non
erano molte), ridendo delle risate che m’ero fatto, dell’amore
che avevo provato, della felicità che in qualche rara
occasione della mia vita mi aveva spalancato il cuore, ma che spesso
rivedevo negli occhi della mia ragazza. Rimanevo sdraiato anche per
smaltire l’affanno, che ora si faceva sentire prepotente, e in quei
momenti avrei potuto far di tutto, se non fossi stato solo: baciare
un’amico, tuffarmi in mare anche se fosse stato febbraio, scavare
tutta la sabbia della spiaggia ed infilarla – ah, ah! - in una
bottiglietta di plastica.

 

Ma il tempo correva: e mi rendevo conto di aver qualcosa legato attorno
al polso. Lo guardavo, e spesso mi capitava di sbottare: “Cavolo,
ma è tardissimo!”, così mi rialzavo, mi scrollavo di
dosso la sabbia, appiccicatasi ai vestiti ed al mio sudore, e mi
dirigevo verso casa, che correndo correndo m’ero lasciato molto
indietro.

Il rientro era sempre più o meno traumatico: il campanello,
l’attesa davanti al portone di vetro e metallo, mal verniciato di
grigio, poi mio padre che spuntava dalla finestra per chiedere chi
fosse – ben sapendo che ero io -, mia madre che mi avvicinava
subito per dirmi che un mio amico mi aveva cercato al telefono, la
televisione, sempre accesa e sintonizzata su qualche stolido
programma pomeridiano, oppure su un film western, oppure ancora
zittito mentre trasmetteva della pubblicità, mio fratello che,
appena tornato da scuola, mi minacciava di non avvicinarmi al
computer perché “doveva scrivere una cosa importante”…
Così finivo sempre per rintanarmi in camera mia, infastidito
dai soliti rumori, dai soliti luoghi, dalla solita vita. E non
riuscivo nemmeno ad addormentarmi.

 
 
 
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"Quel mattino lo svegliò il silenzio"

(Italo Calvino - Marcovaldo, ovvero le stagioni in città - La città smarrita nella neve)
 
 

LA BESTEMMIA DI BUTTERS...

"Oh Si-signore b-benedetto, vogliono m-mandarci a fuoco! Oh Gesù, figlio di Maria, moglie di Giuseppe, che-che cosa facciamo, San Giuseppe m-marito di Maria ma non padre del Santo Gesù?! [...] Ci bru-bruceranno vivi e faranno finta di niente! Oh, Ge-Gesù Maria madre di Gesù, moglie di Giuseppe, pa-padre di Maria, aspetta... Maria moglie di... com'era?"
(episodio 308 di South Park "Bagno Caldo Per Due")
 
 

PABLO NERUDA - LA REGINA

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Io ti ho nominato regina.
Ve n'è di più alte di te, di più alte.
Ve n'è di più pure di te, di più pure.
Ve n'è di più belle di te, di più belle.

Ma tu sei la regina.

Quando vai per le strade
nessuno ti riconosce.
Nessuno vede la tua corona di cristallo, nessuno guarda
il tappeto d'oro rosso
che calpesti dove passi,
il tappeto che non esiste.

E quando t'affacci
tutti i fiumi risuonano
nel mio corpo, scuotono
il cielo le campane,
e un inno empie il mondo.

Tu sola ed io,
tu sola ed io, amor mio,
lo udiamo.