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Guarda in alto e alle tue spalle...
folclore o folklore
tratto da wikipedia: Il termine (dall' inglese folk = "popolo", e lore = "sapere"), si riferisce all'insieme delle tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, tramandate oralmente e riguardanti usi, costumi,leggende e proverbi, musica al canto alla danza, riferiti ad una determinata area geografica o ad una determinata popolazione.


ROVIGO : I LUOGHI E IL TEMPO

"Rovigo appartata città di provincia? Forse sì, ma ormai tanto tempo fa. Rovigo città di campagna come suggeriva uno scrittore che l'ha molto amata? Sì, ma oggi la campagna è lontana. Rovigo città di confine? Certamente, ma con misura. Rovigo città d'acqua? A patto, però, di tenere a mente che è tutto il territorio a essere stretto tra i due maggiori fiumi d'Italia e tagliato in ogni direzione da altri fiumi e canali. Rovigo città di pianura? Naturalmente, ma i colli euganei sono a due passi e le loro forme si profilano nell'azzurro quando il cielo è terso. Rovigo città d'arte? Se ne parla in tempi recenti e i capolavori e le raccolte preziose non mancano. Rovigo città di poeti? Ce ne sono stati diversi e hanno lasciato traccia vivida e affettuosa. Per cogliere l'identità smemorata e smemorante di questa città si può, forse, cercarla con il cannocchiale rovesciato della storia, magari per trovare il segno di una duplicità che si manifesta in ogni tempo ma in modo diverso. Ci sono le vestigia di un castello medievale perduto che si affaccia su una strada di grande traffico urbano, per riconoscersi nello specchio deformante del presente. C'è la città estense e c'è quella veneziana, con palazzi prestigiosi e la memoria affascinata di stagioni d'arte e cultura, ma anche di complesse vicende idrauliche. C'è la piazza grande e c'è quella più recente e attigua che occupa lo spazio che era stato di una chiesa e una terza che si apre là dove era il ghetto ebraico. C'è un duomo luminoso e maestoso, ma c'è anche l'antica chiesa francescana che ancora offre i suoi tesori e poco oltre un tempio dedicato alla Vergine che è anche il trionfo del manierismo veneto. A percorrerla e ripercorrerla, Rovigo offre stimoli e suggerimenti, ma con pudore e reticenza, come ha sempre fatto, in un continuo intreccio di presente e passato. Una città disseminata di segni e indizi che non si lasciano catturare al primo sguardo. Una città che questo volume vuole raccontare attraverso un itinerario che va dalle due torri e dai brandelli di mura al duomo di Santo Stefano e a piazza Vittorio Emanuele II con i suoi poderosi palazzi e l'Accademia dei Concordi, per poi insinuarsi in piazza Garibaldi e correre verso la chiesa di San Francesco e la Rotonda, senza però tralasciare deviazioni e occasioni diverse, mescolando storia e quotidianità, sogno e realtà, arte e tradimenti, poesia e aneddoti. Né mancano le incursioni fuori dalla cinta urbana, per scoprire quartieri antichi e recenti e la corona delle frazioni che circondano la città, magari seguendo il corso dell'Adigetto, sospinto, nei secoli, sempre più in periferia, fino a perdersi nella campagna. Questo viaggio attraverso i luoghi e il tempo è sostanziato da immagini vecchie e nuove, ma soprattutto dai risultati di una attenta ricognizione fotografica che vuole rivelare i numerosi volti della città."
Prefazione del Volume: Rovigo I luoghi e il tempo - ed. Signum (PD) aut. S. Garbato
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Nickname: LIBRERIAVENETA
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Età: 57 Prov: RO |
OGGETTO:
Testi degli autori della terra Polesana, scritti in lingua Veneta. Il sentire, le parole, gli ambienti di un tempo; le immagini dei luoghi della terra , della città, e dei dintorni , per aumentare la visibilità, farne ammirare la bellezza,far conoscere la storia; i personaggi e personalità del mondo Veneto.
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LA TRADIZIONE

... che la saggezza degli antichi non sia una via di fuga?
Coro Monte Pasubio canta: "Me compare giacometo"

IL GRUPPO : ANDE CANTI E BALI
EL MOETA
Su 'a porta de 'a casa
vien uno che dise:
"Co'l me furgonsin,
mi son l'arotin"
Tacà su 'a sintura
ga un masso de forbici,
che 'a par na picàia
de tordi ciapài;
in man i cortei,
na ròncoea, na brìcioea,
pirata el me par,
brigante del mar.
Mi penso al moèta,
che 'a roda el girava
alzando 'a ganbeta;
al vaso co'l fil
de fero tacà,
che assava cascar
sui sighi e lamenti
na gossa, na eàgrema,
precisa e costante
ea pena a lenir.
( Attilio Scremin da Dialettando.com)
CONTE

canzone dei gobeti
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La Canzone Popolare
I CRONISTI DEL TEMPO
marco paolini
Rigoni Stern
Marco Paolini legge Rigoni Stern
IL RICORDO DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA
BY CORO MONTE PASUBIO
A ROVIGO A GH È ON CURATO
A Rovigo a gh é on curato
mia bela ti do.
A Rovigo a gh’é on curato
mia bela ti do.
E a Rovigo a gh é on curato
che l é bravo da confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
E a Rovigo a gh é on curato
che l é bravo da confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una giovane mandatela avanti
mia bela ti do.
Se l é una giovane mandatela avanti
mia bela ti do.
Se l é una giovane mandatela avanti
che la vòlio confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una giovane mandatela avanti
che la vòlio confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una vechia mandatela via
mia bela ti do.
Se l é una vechia mandatela via
mia bela ti do.
Se l é una vechia mandatela via
che il demonio la porta via
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una vechia mandatela via
che il demonio la porta via
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
E anche il figlio raconta al padre
mia bela ti do.
E anche il figlio raconta al padre
mia bela ti do.
E anche il figlio raconta al padre
che il curato baciò la madre
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
E anche il figlio raconta al padre
che il curato baciò la madre
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l à baciata à fato bene
mia bela ti do.
Se l à baciata à fato bene
mia bela ti do.
Se l à baciata à fato bene
l à solevata da tante pene
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l à baciata à fato bene
l à solevata da tante pene
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
| « LA NOSTRA STORIA NON SI ... | LE ORIGINI DELLA CITTA' » |
GIANNI SPARAPAN
da una presentazione di se stesso:
C'è un momento, nell'esistenza di ogni essere umano, in cui,
o per l'invivibilità del presente o per l'angoscia del futuro,
l'individuo è spinto alla ricerca del tempo perduto,
tanto più caro, quando definitivamente perduto.
Il mio paradiso fa parte della campagna,
assolata e brumosa nelle cose e negli uomini,
di Villadose, quand'era intatta dalla civiltà industriale.
Di quel mondo le mie povere cose vogliono essere sincero recupero:
di sensazioni, suggestioni, affezioni, ma anche di fati e sofferenze.
E della lingua, dei suoi suoni,
del suo ritmo e della sua poesia: irripetibili,
come l'infanzia.
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I DHUOGHI
Co gnente a se dhugava:
a muciti,
co bałine de tera crèa
a banditi,
co feri de onbrèa,
e po a sasiti
a fazhołeto
a marcheto
a scondajòa
a slisaròa
a sca1òn
e de scondòn,
parchè jera pecato,
a duturi:
Ma a jera un pecato no farlo!
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Le strade de Rovigo
Tute le strade le porta a Roma. A sirà anca par questo ca xe senpre più difizile andare a Rovigo, apena rivoluzionà in te le strade del Centro stòrico. Uno ca vien da Adria el cata la novità de podere andare drito fin a Piaza Garibaldi. Ma dopo a bisogna che'l se decida: se'l ciapa a man zanca par andare, femo l'ipòtasi, al Catasto, no'l ghe riva miga! Dopo èssare passà par Piaza Merlin el ga da girare ancora a sinistra par rivare a la Caserma Silvestri, da indove, senpre girando a sinistra el se cata ancora in Piaza Garibaldi. Altro giro, altra corsa!
Ma se, prima de la Caserma el ciapa la via Beata Chiara, la fa tuta, ma quando che la se buta in viale Oroboni el cata on divieto de acesso, e alora a ghe toca rinculare fin a ciapare via Verona e da lì portarse ancora in viale Oro boni e rivà al semàforo de Stopa, el pole, andando a destra, tornare a Adria, andando drito rivare a la stazion de i treni, e andando a sinistra ripassare par Piaza Gari baldi. Ma stavolta, fàtose più furbo, rivà in Piaza Garibaldi, inveze de ciapare la sinistra, el brinca la destra e dopo raquante giraolte el se porta in stazion ignonde che, messa zo la màchina in divieto, el pole ciapare el treno par Roma.
E se uno, rivando de doménega da Ferara, el ciapa el Corso del Popolo par visitare le Do Tore, miga el ghe riva! Pena che'l càpita in faza a l'intendenza de Finanza, a bisogna che'l gira a destra par portarse anca lu in Viale Oroboni e da lì, girando a destra tornare a Ferara, andando drito rivare in stazion e andando a sinistra rivare in Piaza Garibaldi insienie co quelo de Adria.
E se uno, senpre de doménega, el vien da Lendinara par andare, femo l'ipòtasi, al Catasto, no'l ghe riva mina! Fato on tòco del Corso del Popolo fin a le Do Tore, a bisogna che'l vaga a sinistra e po ancora a sinistra in modo da tor nare a Lendinara, opure fermarse a la stazion, che la gh'è còmoda.
Come ca vede, on casòto! On rimedio el ghe sarìa, fin che no i canbia sta situazion: quelo de Lendinara, prima de andare in Piaza Garibaldi, el dovarìa passare par Adria; quelo de Adria, tòre olta par Ferara par rivare al Catasto; e quelo de Ferara fare el giro de Lendinara par vi sitare le DoTore.
Opure, catarse in stazion tuti tri, e ciapare tuti insieme el treno par Roma.
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NOSTRA MARE
No solo i paìsi o le frazion o le contrà, ma anche i s-ciapi de case spargujà in mezo canpagna, e anca le tere, pìcole o grandi, le ghéa el so nome. Qualcheduna la ricordava le aluvion più incagnìe, come i Sabiuni, par la tera sabioniza lassà da l'Adese o dal Po o dal Canalbianco o da l'Adeseto; qualche altra la se cia- mava cussì dal nome del vècio paron che la ghea cronpà ancora brònbe de aqua e po bonificà a cariòle, biastéme e coronèle, come la Morosina, la Pisana o la Liona; qual che altra la ricordava el Santo che la ghéa proteta da le aque in piena o da na qualche desgrazia, come San Piero o San Sisto o san Roco; altre ancora le te cuntava de fati scuri, come el Gorgo; e altre le parlava de bestie e de piante, come la Pigozeta o el Bosco, o le te diséa la con formazion de la tera, come la Busa o i Dossi; e altre anco ra le te segnava on punto preciso, come el Capitelo, i tre Punti o la Ciàvega; e cussì via...
Ma par la più parte a ghe jera canpagne co nomi che gnanca i vèci no i sa dirte el parchè. Tanto che andando longo le caredà, co i cuòspi inmaltà o co i stivaj inbronbà de sguazo, a te podivi passare da la Pantieraza a la Petorina, da la Rovigata a le Potane, da Ronco a la Segaìza, da la. Marcona a Previère: na tera drìo l'altra, spartìe tra de lore da fossi, cavedagne e filari de salgari o stro pari...
Canpagne vendù e cronpà tante olte e che le passava da on paron a nantro, ma senpre co'l so nome e la so qualità, ignonde che i salariati, i obligati e so fioj, e i fioj de so fiòj, da sècula seculòru i ghea lassà sangue e suduri, lievando al zielo canti e maledizion, condanà a canpare laorare e crepare in mezo a trimi de biétoe, longo strene de vegne, tra i filari de formenton, drento i màsari del cànio, dessora i granari, in te i sèlisi de le corte, soto le barchesse, delòngo fossi e sculi, e solo d'inverno, a ponsarse davanti al paròo caldo e negro de la poènta o in te on lèto umido, gunfio de mùneghe e pien de piòci.
Nostra mare tera: na dona canpagnola, generosa e viva e forte che de matina bonòra la respirava co i àlburi e la su biolava al vento co i osèj inaméra, o se bevarava de piova o se scaldava al cocente sole - e s-ciapi de miedaùri, capèo in testa e segheto, i ghe petenava el formento e i rivàj - fin ca calava la sira, par dopo indormezarse in ciari de luna, cavalcando insogni de nùgoe bianche o ingosse, se on zièlo grèvo e pesante la tenpestava.
De tuti sti nomi, ai fiòj de onquò - pòari òrfani de storia e de tradizion, senza più le raìse de la so tera - gnente ghe Inporta no li cognosse, ne a ghe intaressa saverlo
I core in machina par strade de asfalto in zerca de pizeria o discoteca, senza gnanca vardare, a drita e a zanca, tere oramai senza nome deserti imobili, canpagne despoja e destira come nizoj mortuari, sichi de fossi, spalanca al vento, senza colore, senza calore, senza vita: creature in agonia, ignonde che ogni tanto, par le vene oramai seche, i moderni mustri de la tecnologia: muturi alti e grandi, i ghe fonda el versuro, slargando laghe senza forza, ch'i tien su a concime chimico, come bònbole de ossigeno a on moribondo.
Canpagne senza vita e senza nome, zimiteri inbalsamà de la civiltà contadina. E co lore, a sparisse anca i so numi, squasi on'epìgrafe, che solo i vèci i se ricorda, come sto rie da fogolaro.
Ma par i nostri fiòj, solo roba vècia: "A ghe jera na volta, na gran tera generosa e viva e forte...
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EL PRIMO DI' DE SQUOLA
Che gusto ghìvili, i pì grandi, a métarne spaurazi? [..] Co' se dovéa scumiziare le comunali, i ne cojonava: "Te vedarà, el mèstro, che ves-cià so le man!". A jera anca par qoelo, che'l primo dì de squòla a nantri pìcoj a ne vegnéa el cagòto: i ne metea le cariòche, e a ne cascava i lagremòzi so le massèe; i ne inbraghetava-su Co on traverson negro e a tiràvino on pìpio che'l no finìa pì; i ne ligava a'l colo, soto el coléto bianco, on nastro blu, e zo candéle da'l naso; i ne fracava el piroìn in testa, e a scomiziàvino a pistare i piè par tera; i ne metéa in man la busta de carton, e cadéa che i ne sbotonasse el tra verson parché a ne scapava on bisògno: na Via Crucis! E par la strada el jera tuto on sgoaratare de busta, on sa cramentare de done e on strapegare fioj inmulà.Rivà drento el cortile, pieno de ragazame de tute le misure, a go domandà a me mama se anca el bidèo el podea s'ciafedarne, come i mèstri; ma co' la me ga dito de no, el me xe vegnù sùbito in sinpatìa. Sonà la canpanela, a se ga senflo on zigamento par tuto el cortile, cofà se le nostre mame le ne ghesse sbandonà in man a sassini da strada. E inveze a ne se ga presentà davanti, i làvari e le massèe inpomatà de na mèstra, co la boca in rìdare e i canolòti. La ne ga ciamà par nome e po la ne ga portà in te na camarona e, [.], la ne ga spartìo a du a du tra i banchi: i più pìcoj denanzi, i più poariti e i più grandi de drìo. [..]E gnissun parlava: alora ela la ga ciapà la so bacheta de canavéra e la ne ga scumizià a insegnare; e mostràndone le figure piturà so'l muro, la ne cuntava ca ghe xe la A de la naranza, la U de la ùa, la O come oca, la E de la erba e la I del piriòto, come inbuto. Ma che fadiga capire la M del bosegato! Po la ne ga ordenà de tirare fuora da la busta l'astucio, el quaderno a righe ciare e el penin da tociare in te'l calamajo de inchiostro, fissà in te on buso del banco: e la ghin dava co l'insegnarne a tirare le aste, stando drento a le righe, e peciando so la càtedra o so'l banco quando ca se 'ndava fuora, cofà s'a fusse colpa nostra èssare ignoranti. E come ca digo gnissun parlava! [..] Ora de mezodì, a ghìvino tuti le massèe incandìe! E po a se ghe metéa anca nostra mare: "Se'l fiolo fa combàtare, la ghe daga!". E la mèstra, poareta, a cadéa che la ghin'esse senpre vuòja, e zo slèpe! No se ghea corajo de parlarghe a la mèstra, gnanca se ne premeva, e a pì de qualcun, pur se'l tegneva struco, no ghe scapava na qualche gozeta, soto el traverson? Ma a Capuzo, a cunti fati, la ghe jera 'ndà pezo de tuti!
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UN ALTRO PUNTO DI VISTA (Sergio Bedetti:La sacheta de scuola )
Quando che mi a so' 'ndà in prima elementare da la mestra Donà, mi mama la m'à cusì na sacheta de tela nera giusta de la misura del libro de scuola, che alora el se ciamava, come inte la fòla de Pinocchio, l'abecedario. Oltre a quelo, inte sta sache ta a gh'jera un quaderno a righe, uno a quadri, l'astucio de legno co dentro el cano to, i penini e la goma; con pletava e! mi bisogno nasca toleta da siè colori Giotto, un
sugapene de pèssa e do car te suganti rosa intrigà dentro int'i quaderni. Poco peso ma l'es sensiale p'r imparare a lèsere, scrìvere e far de cunto. Robe ch'o realizà, dato che ancora adesso chelcossa leso, scrivo anca e me rangiocoi mecunti, chefa senpre unflà defadiga a quadrare, ma questo no l'è colpa de la mestra!
Adesso che a scuola, int'i diversi òrdini e gradi, a ghe va i mi nevodi, a resto inmagà a véderli partire la matina. Tuti, sensa distinsion, i è carghi come i mussi: zaini grandi, grossi, sgiunfi, chesolo i alpini de na volta portava su le spalequandoch'ifaseva e! canpo ole marce su i sentieri de montagna. L'èvero che stizai ni i è sicuramente più bei de la mi sacheta de pèssa, de quele de carton maronsin, de quele de fìbra ch'a ghìvino nantri. E p0', voto métere? Al posto de chele quatro monade nostre, adesso sti zaini i ètuti pieni de colori, co patachete, disegnini e cusidure tanto da parere robe da esposission e no da doprare ogni dì... Sensa cuntare che i bacia, missi sù da la television i vole quelo firmà cussì oco lefigure dequesto ost'altro personagiod'i carto ni animati, che le mame le deventa mate par contentare i so boceta. Ma tant'è... Al giorno d'anquò le robe le va cussì.
EI belo l'è quando che ste spece de bauli mobili i vien verti. Dentro gh'ètuta na cartolibreria intiera e anca chelcossa de più. Inte la mi sacheta gh'jera el libro, quelo, lu solo e basta. Adesso? Ghè el libro, le schede, qualche altra pìcola publicassion par colorare, tajare, incolare. Ghe vole assolutamente colori, penarèi grandi da 24, cere senpre da 24, cola,fòrbese,biancheto al posto de la vecia goma traditrice,che, s'a tefracavi ote bagna vi un cincinin la goma par cavar mèjo la macia, el buso el jera sicuro. E parscrìvare? Matite nùmaro uno, do,tre; pene biro nere, rosse, blu. E spesso no maca la calcolatrice, parchè a fare i cunti l'è massa fadiga. Par conpletare el peso manca solo la merendi na. Un pomo, na patata mericana, un panin de mortadela - quìi ch'a podeva, spece in canpagna, i gheva salame e persuto - co 'ndavo scuola mi, el ne bastava, e grassia avérghene! Adesso merendine, sughi de fruti, crechers, pumi, naranse, piri, banane o altra fruta de stajon e no, che a la fine de la ricreassion te cati, apena morsegà, int'ei sestin de le scoasse. E pari più grandi ghè le machinete che le sforna ogni bendidio, al punto che el feno meno de l'obesità l'è deventà da un tòco un vero problema, da nantri, quando che in Africa e in altri loghi ghè zente che crepa de fame!
Tornando a la nostra sacheta me fa un serto senso quando vedo i noni - sto cònpito de solito el ghetoca proprio a luri - ch'i va a tore i nevodi a l'ussita de scuola ch'i se destriga a cavarghe stotascapan da le spale d'i bacia par cargàrselo luri. Proprio luri, quìi da la sacheta de carton coi du quaderni e el libro de letura!
EL CORGO (di G.Sparapan)




Essare al mondo, sa ghe pensémo, a xe come vìvare drento on còrgo de polastri, serà da ogni parte. pràpio come ca fa i polastri, a ghe girémo in tondo, sbecotàndose de continuo. Ma sa ghémo la possibilità de viajare da na parte a l'altra de sto corgo, presto a se rendemo conto de la picoleza de '1 mondo, ignonde chi ne ga comandà de vìvare. E cussì a podarìssimo capire de catarse come in te na preson, cofà le bestie in tel circo. E come ste bestie, a credemo de essa re lìbari, forti e sani. In verità a xe come sa fussimo drento l'anbulatorio del dotore dove ca spetemo el nostro turno che'l sarìa el momento chi ne ciama fora da sta vita, quando che la infermiera, che tuti i la cognosse par la siora Morte, la ne dise de comodarse dal dotore. E in te sta anticàmara, ogni uno el pensa al so male: ai denti, al polmon, al figà, a le récie. A gnissun ghe va ben gnente, parchè tuti i a ghémo senpre qualcossa che no funziona, ma tanti i zèrca de no pensarghe a le so magagne, dàndoghe on dessora e butando i òci de qua e de là, e i va via a testa bassa, come ca fa tute le bestie che le varda senpre in tera, anca i osèj, si ben chi xola par aria. E nantri, pezo de luri: a vardémo come chi se vestisse i altri, quelo chi magna, la so màchina grossa, el nostro piato de pastassuta: senpre a òci bassi, ma no parchè a se ga da meditare so le robe, in quanto che a xe passà el tenpo de le meditazion. Anzi a semo cussì bituà a no stare più da nantri soli ca ghemo paura de'l silenzio e de la solitudine, chi xe el pan e el conpanàdego de la meditazion. Mai - a digo mai! - ca alzèmo sti nostri òci a'l zièo, no digo par védare sa piove o sa taca a nievegare; mai, intendo, ca lo vardémo par zercare, al de là de la sta nostra gàbia, on spalancamento de robe che no ga fine mai, on mare de colore e de luse dove ca no cala mai el sole. Xe là de sora ca ghémo da ndare col pensiero, ogni tanto, par darghe on tajo a tute le ingosse ca ghémo da soportare, e ciapare fià da sto peso ca dovèmo portare, senza aparente motivo.

------
EL TEMPO
Oh sbarbajare
łuntàn
verso Leonelo
e tronà
Ca sbregava el zhieło
e nugotòn
descadenà.
E po na sbatocià
de canpanòn
dù sgozhoti
e on piovałon
a s'cianzhà.
Ma dopo
da Cà Tron al Conduto
on arcobałeno
eł ga peneà el zhieło
sgurà
e le paciare
increspà
deventà
la pasiòn
de ocati e anarati
inzhałtrà.
-----------------
EL BOMBAXIN
Da Carnoałe
a pasava
ci Bonbaxin
Coacià
co on nizhòo
el ghea
ganase de ròare,
sprochi de legno
pa denti,
na stropa torno a la vita,
on cusìn sol sgorbon
e po fiochi e campanèj
a pingułun da le rece
pa bełezha:
e eco ci Moro Pesina
deventà
el Bonbaxin de la Ruigata.
Cofà che noi fuse bruto bastanzha
pa conto soo..
E drio de lu
co na supià
de trombon
Berto Pegnatin
el sunava
pinzhe onte
e on codeghin.
E ogni ano
pa on piato de małafanti
i ne inspritava
tuti kuanti.
(LINK PER L'ACQUISTO http://www.bookshopro.it/documenti/shared/sparapan.htm)
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INDICE DEL BLOG
I MESTIERI (A.SAVARIS)
de sciatori prinzipianti,
ma ogni tanto me vien l'estro
de ingessàrghene raquanti.
*
Son Febraro, gran Stilista
de costumi de ogni pano,
ma da bravo trasformista
a lavoro tuto l'ano.
*
A son Marzo, l'Ombrelaro,
ma 'sta piova inacidà
mena tuti dal stagnaro
e mi son disocupà.
*
Son Aprile e vendo vento,
ma de mi se pòl far senza
da chel dì che el Parlamento
el me fà la concorenza.
A son Magio e vendo fiori,
ma da quando sula Tera
a ghe xè l'efeto-sèra,
più che fiori i xè dolori.
*
A son Giugno campagnolo,
miedo al dì co' la falzina,
ma de note, co' son solo,
cargo i campi de atrazina.
*
A son Lujo, el Vagabondo,
scapo via dale cità,
par catare un fià de mondo
che no'l sia anca lu inquinà.
*
Son Agosto, el gran Bagnin,
ma col mare che ghe xè,
no' ghe meto gnanca un pié
e me tufo in t'un cadin.
*
Son Setembre, el Giardiniere
e rinfresco un fià l'està,
ma me basta do'.. ..Marghere
par brusare campi e prà.
*
Son Otobre e pisso vin
in social-cooperativa.
Scarpe grosse e zervèo fin:
metà "uva" e metà Iva....
*
Son Novembre, el Tabacaro
de 'sto Stato, e dago a smaca
nebia, tasse, fumo, snaro....
E ti, popolo, tabaca!
*
Son Dicembre, Spaladore
dela neve su la strada,
ma vorìa. .. .spalarghe al cuore
dele mafie de casada.

una fonte di approfondimento
I MIEI PENSIERI
QUESTO BLOG
L'HO INIZIATO PIANO PIANO,
MI HA PRESO SEMPRE
PIU' LA MANO.
VORREI NON AVESSE
UN FINALE,
MA UN FINE.
VORREI LASCIARVI
NEI RICORDI,
NON MIEI,
VORREI.
VIVI!!
UN ESEMPIO
Canzone popolare
La pègra e la mateina la bèla e la sira la bala
La me morosa
ACQUA (L'ELEMENTO PRINCIPALE)

a stago inte a bassa
Sa sbato un pié
me s-cianzo el viso.
A stago in te la Bassa.
La tera l'é aqua
l'aqua l'é tera.
Cresse el riso.
La me cà l'é bagnà.
El fango ciapa i muri
la cusina -el vien soto la tola.
Fora gh'é le cane
ca speta na bava de vento
par scrolarse.
(Passé 'nde - giré!
Mi no me movo).
Ei me mondo l'é chi.
A son ligà al Po
come na corda a la canpana.
El Po - grande o picolo -
l'é la me crose, la me tana.
Mi ghe pisso dentro.
Lu me conta tuto.
El vien zo fredo come el giazzo,
sto pajazzo, incoconà
de pàesi, canpagne, zità.
La Bassa la lo ciùcia,
la se lo tira adosso. Che missioto!
Aqua de monte o de colina
de canale o de fosso
prima de finire in mare
la se mùcia a speciare
un cielo grande assé.
A stago in te la Bassa.
L'aqua l'é cielo, el cielo l'é aqua.
Carlo Lezziero
ANCHE CON LA MUSICA E IL CANTO
DISPONIBILI I CD DEL GRUPPO:
http://www.bookshopro.it/documenti/shared/calicanto%2025.htm
BONIFICA EMILIANO VENETA (BEV)
pensieri personali e non solo

MI TE SERÒ AMIGO (Piero Conforto Pavarin)
Mi te serò amigo
come el vento
su la strada de baro
o la piova sul campo
ai primi de luio.
Come el can
che menando la coa
leca la man al paron
mi te serò amigo
par sempre
pur che te gàbia:
un fià de vento
de piova, o almanco
el sguardo de un can.
Le mie Fonti
Cante d'Adese e Po - Gino Piva - 1931
....e invezhe no! - Jani de-la-Ranpa -1984
Almanacco Veneto 1979
Omani, cépe e scupetun - Gianni Sparapan -1992
Veneto Raccont popolari - Giuseppe Consolaro - 1976
Verso l'imbrunire -Ugo Suman - 1990
QUADRETI VILANI - Angelo Savaris -1993
La Magnifica (Magnemo inversi) - Angelo Savaris -1995
da jeri a ouquò - Gianni Sparapan - 2° ed. -2005
Do schei de morbin - Giuliano Scaranello - 1995
Foje sperse - Leone Fabbris - 1978
abecedario dei vilani - 2001
CO’ STA PIOVA E CO’ STO VENTO (TOC-TOC)
chì che bate a sto convénto?»
«L'e 'na pòra veciarèla
che si vuole confessàre»
«Co' sta piova e ce' sto vento
no se confèssa un sacraménto!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
(TOC-TOC)
« Co' sta piòva e co' sto vento
chi che bate a sto convénto?»
«L'é 'na pòra verginèla
che si vuole confessàre»
«Entra, entra, verginèla
che te meno a la capèla»
Ciàppeo, ligheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà la ganba»
«Padre sì, ma no son stranba!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà le tete»
«Padre si, i me le è anca strete!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà la pansa»
«Padre si, ma co creànsai»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà la figa»
«Padre si, ma co fadìga!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«Se tu vuoi l'assolussione
prendi in mano sto cordone!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«Caro Padre no son Òrba
questo é un casso e no 'na corda!»
Ciàppeo, ligheo, méÉeo in gaèra
chippeo, ligheo, méteo in presòn!
Co' sta piòva e co' sto vento
chiò restà drento 'l convénto?
L'é restà Padre Formìga
che ghe piàse tant la figa!
Ciàppeo, flgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
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E ME MARI LE BON
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E me marì l'è bon
e l'è tre volte bon
e 'l sabo e la doménega
e 'l sabo e la doménega,
e me marì l'é bon
e l'è tre volte bon
e 'l sabo e la doménega
el me òn'se col baston'
E co ste cìcoe
e co ste ciàcoe
e co ste Cìcoe, Cìcoe, ciàcoe,
e co ste cicoe e Cìcoe Ciàcoe
l'é saltà fòra un ciacoeòn!
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baston nel doppio significato di bastone e membro maschile; òn'ser, ungere;
ciòcoe, chiacchiere; lé saltà fòra, ne è nato; ciacoeòn, chiacchierone.
(spiegazione: la bontà di mio marito - rime ambigue e simpatiche)
RUZANTE "IL REDUCE"
arte e commedia nella storia
e con alcuni autori di oggi:

9788895352312
Perpetua zovane...Casin in canonica
Commedia brillante in tre atti in lingua veneta popolana
Dante Callegari




