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Guarda in alto e alle tue spalle...
folclore o folklore
tratto da wikipedia: Il termine (dall' inglese folk = "popolo", e lore = "sapere"), si riferisce all'insieme delle tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, tramandate oralmente e riguardanti usi, costumi,leggende e proverbi, musica al canto alla danza, riferiti ad una determinata area geografica o ad una determinata popolazione.


ROVIGO : I LUOGHI E IL TEMPO

"Rovigo appartata città di provincia? Forse sì, ma ormai tanto tempo fa. Rovigo città di campagna come suggeriva uno scrittore che l'ha molto amata? Sì, ma oggi la campagna è lontana. Rovigo città di confine? Certamente, ma con misura. Rovigo città d'acqua? A patto, però, di tenere a mente che è tutto il territorio a essere stretto tra i due maggiori fiumi d'Italia e tagliato in ogni direzione da altri fiumi e canali. Rovigo città di pianura? Naturalmente, ma i colli euganei sono a due passi e le loro forme si profilano nell'azzurro quando il cielo è terso. Rovigo città d'arte? Se ne parla in tempi recenti e i capolavori e le raccolte preziose non mancano. Rovigo città di poeti? Ce ne sono stati diversi e hanno lasciato traccia vivida e affettuosa. Per cogliere l'identità smemorata e smemorante di questa città si può, forse, cercarla con il cannocchiale rovesciato della storia, magari per trovare il segno di una duplicità che si manifesta in ogni tempo ma in modo diverso. Ci sono le vestigia di un castello medievale perduto che si affaccia su una strada di grande traffico urbano, per riconoscersi nello specchio deformante del presente. C'è la città estense e c'è quella veneziana, con palazzi prestigiosi e la memoria affascinata di stagioni d'arte e cultura, ma anche di complesse vicende idrauliche. C'è la piazza grande e c'è quella più recente e attigua che occupa lo spazio che era stato di una chiesa e una terza che si apre là dove era il ghetto ebraico. C'è un duomo luminoso e maestoso, ma c'è anche l'antica chiesa francescana che ancora offre i suoi tesori e poco oltre un tempio dedicato alla Vergine che è anche il trionfo del manierismo veneto. A percorrerla e ripercorrerla, Rovigo offre stimoli e suggerimenti, ma con pudore e reticenza, come ha sempre fatto, in un continuo intreccio di presente e passato. Una città disseminata di segni e indizi che non si lasciano catturare al primo sguardo. Una città che questo volume vuole raccontare attraverso un itinerario che va dalle due torri e dai brandelli di mura al duomo di Santo Stefano e a piazza Vittorio Emanuele II con i suoi poderosi palazzi e l'Accademia dei Concordi, per poi insinuarsi in piazza Garibaldi e correre verso la chiesa di San Francesco e la Rotonda, senza però tralasciare deviazioni e occasioni diverse, mescolando storia e quotidianità, sogno e realtà, arte e tradimenti, poesia e aneddoti. Né mancano le incursioni fuori dalla cinta urbana, per scoprire quartieri antichi e recenti e la corona delle frazioni che circondano la città, magari seguendo il corso dell'Adigetto, sospinto, nei secoli, sempre più in periferia, fino a perdersi nella campagna. Questo viaggio attraverso i luoghi e il tempo è sostanziato da immagini vecchie e nuove, ma soprattutto dai risultati di una attenta ricognizione fotografica che vuole rivelare i numerosi volti della città."
Prefazione del Volume: Rovigo I luoghi e il tempo - ed. Signum (PD) aut. S. Garbato
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Nickname: LIBRERIAVENETA
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Età: 57 Prov: RO |
OGGETTO:
Testi degli autori della terra Polesana, scritti in lingua Veneta. Il sentire, le parole, gli ambienti di un tempo; le immagini dei luoghi della terra , della città, e dei dintorni , per aumentare la visibilità, farne ammirare la bellezza,far conoscere la storia; i personaggi e personalità del mondo Veneto.
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... che la saggezza degli antichi non sia una via di fuga?
Coro Monte Pasubio canta: "Me compare giacometo"

IL GRUPPO : ANDE CANTI E BALI
EL MOETA
Su 'a porta de 'a casa
vien uno che dise:
"Co'l me furgonsin,
mi son l'arotin"
Tacà su 'a sintura
ga un masso de forbici,
che 'a par na picàia
de tordi ciapài;
in man i cortei,
na ròncoea, na brìcioea,
pirata el me par,
brigante del mar.
Mi penso al moèta,
che 'a roda el girava
alzando 'a ganbeta;
al vaso co'l fil
de fero tacà,
che assava cascar
sui sighi e lamenti
na gossa, na eàgrema,
precisa e costante
ea pena a lenir.
( Attilio Scremin da Dialettando.com)
CONTE

canzone dei gobeti
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La Canzone Popolare
I CRONISTI DEL TEMPO
marco paolini
Rigoni Stern
Marco Paolini legge Rigoni Stern
IL RICORDO DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA
BY CORO MONTE PASUBIO
A ROVIGO A GH È ON CURATO
A Rovigo a gh é on curato
mia bela ti do.
A Rovigo a gh’é on curato
mia bela ti do.
E a Rovigo a gh é on curato
che l é bravo da confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
E a Rovigo a gh é on curato
che l é bravo da confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una giovane mandatela avanti
mia bela ti do.
Se l é una giovane mandatela avanti
mia bela ti do.
Se l é una giovane mandatela avanti
che la vòlio confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una giovane mandatela avanti
che la vòlio confesar
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una vechia mandatela via
mia bela ti do.
Se l é una vechia mandatela via
mia bela ti do.
Se l é una vechia mandatela via
che il demonio la porta via
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l é una vechia mandatela via
che il demonio la porta via
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
E anche il figlio raconta al padre
mia bela ti do.
E anche il figlio raconta al padre
mia bela ti do.
E anche il figlio raconta al padre
che il curato baciò la madre
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
E anche il figlio raconta al padre
che il curato baciò la madre
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l à baciata à fato bene
mia bela ti do.
Se l à baciata à fato bene
mia bela ti do.
Se l à baciata à fato bene
l à solevata da tante pene
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
Se l à baciata à fato bene
l à solevata da tante pene
mia bela ti do
bela ti do
ti do on bacin d amor.
| « Andrea Zanzotto | Stereo ( Andrea Zanzotto) » |
http://www.athenamillennium.it/
Andrea Zanzotto è un caso letterario per molti e diversi motivi.
A sorprendere è innanzitutto la inossidabile prolificità: i suoi esordi letterari risalgono al finire degli anni Trenta ed il suo ultimo libro è stato pubblicato nel 2001. Nell'arco di questi quasi settant'anni ha scritto e pubblicato decine di opere. È sorprendente questa longevità soprattutto se rapportata alla coerenza tematica che contraddistingue la sua poesia: è costante in lui un lavoro di ricerca e sperimentazione sul linguaggio, pur nella fedeltà ai suoi temi ed ai suoi paesaggi.
Nato a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, il 10 Ottobre 1921, Andrea Zanzotto è sempre rimasto intensamente attaccato alla sua terra, allontanandosene di rado: le frequentazioni universitarie, il servizio militare e la successiva partecipazione alla guerra di resistenza, una parentesi di lavoro in Austria ed i pochi viaggi per rispondere agli obblighi del suo lavoro di letterato. Se si presenta come apparentemente scarna la biografia, ampia invece è la produzione poetica che assieme ad un mai interrotto lavoro di saggistica ed a qualche prova di narrativa, copre un arco di tempo che va dall'immediato dopoguerra fino ai giorni nostri.
Anagraficamente Andrea Zanzotto rientra in quella «prima generazione postbellica» che risponde ad una «insolitamente vasta chiamata alla poesia», «nel clima di generico, ma intenso e fortemente partecipato, risveglio culturale e di fervida ripresa della parola» (come si premunirà egli stesso di illustrarci in un suo Intervento apparso in «Poesia Italiana Contemporanea» di Giacinto Spagnoletti).
La poesia di Zanzotto comincia a circolare nell'ambiente letterario intorno agli anni '50, e pur premiata dall'avallo di una giuria straordinaria che gli assegnò proprio in quell'anno il premio San Babilo (formata da Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sinisgalli e Sereni ), le sue prime opere (Dietro il paesaggio pubblicata nel 1951 da Mondadori, Elegia ed altri versi nel 1954 da La Meridiana, e Vocativo pubblicato nel 1957 sempre da Mondadori) vennero apparentemente ignorate da critica e pubblico. Zanzotto appariva come un isolato, prezioso continuatore del verbo ermetico, e la sua poesia come strettamente legata alle poetiche dell'anteguerra, se non addirittura ad istanze tardo-romantiche e decadendistiche. Leggendo i versi tratti dalle sue prime opere, si comprende bene per quale motivo all'apparire delle tre raccolte sopracitate vennero rivolte a Zanzotto, da più parti, in un clima letterario contraddistinto dall'affermazione del neorealismo, varie critiche di astrattezza, e soprattutto di avere atteso ad una poesia contenutisticamente fuori dalla storia, non engagèe, e formalmente arretrata.
L'insorgere d'una nevrosi nei primi anni cinquanta, le crisi di insonnia ed il ricorrere dell'idea della morte, oltre naturalmente l'ambiente di nascita appartato delle colline dell'alto Veneto, da soli non bastano comunque a giustificare questa posizione iniziale di apparente ritardo in Zanzotto; bensì più complesse motivazioni culturali si intrecciano ad una naturale predisposizione alla poesia come «parola» lanciata oltre, come momento «eroico», e del poeta come «legislatore, sacerdote, agnello da sacrificio», come ha giustamente sottolineato Fortini.
L'epilogo del suo scontro con l'allora imperante neorealismo si ebbe nel 1954 al convegno letterario di San Pellegrino, dove era previsto che nove autori affermati presentassero nove esordienti, Zanzotto venne presentato da Ungaretti; e nella serata finale si rese protagonista in un acceso dibattito sulle prospettive della letteratura con Calvino: quest'ultimo su posizioni di ortodossia militante, l'altro su posizioni esistenzialiste.
E' innegabile effettivamente nelle prime opere di Zanzotto un costante tentativo di rimuovere la contingenza storica, e difatti egli stesso affermerà: «Nei miei primi libri, io avevo addirittura cancellato la presenza umana, per una forma di "fastidio" causato dagli eventi storici; volevo solo parlare di paesaggi, ritornare a una natura in cui l'uomo non avesse operato. Era un riflesso psicologico alle devastazioni della guerra. Non avrei potuto più guardare le colline che mi erano familiari come qualcosa di bello e di dolce, sapendo che là erano stati massacrati tanti ragazzi innocenti.»
Questo fastidio per la storia, più che al trauma della guerra o ad un disinteresse per l'istoriale corrente (come scriverà nelle Ecloghe), è in realtà anche dovuto ad una convinta e particolare visione della letteratura come testimone e direttrice di un mondo autre, come potere che non associandosi col Potere ne denuncia le contraddizioni. E per questo la sua ricerca si dirigerà verso una poesia forte del «coraggio di guardare in faccia il vero anche se con infinite difficoltà e col pericolo di aggirarsi in un labirinto» e che abbia in questo «il suo onore».
Il discorso metalinguistico e metapoetico ampiamente presente nelle prime opere di Zanzotto assume a partire dalla raccolta IX Ecloghe del 1962 (ed. Mondadori) una connotazione consapevolmente autoironica, che porta il poeta a prendere le distanze dalla realtà percepita come inautentica, dal vissuto soggettivo e dalla stessa tensione lirica, considerati definitivamente contaminati e menzogneri. Da una posizione privilegiata, interna ma allo stesso tempo il più possibile distaccata ed obiettiva, disincantata, egli considera l'attualità della poesia, in quanto tale, nel mondo moderno, a contatto quindi con l'alienazione del vivere, con le rivoluzioni tecnologiche, e con le più attuali formulazioni epistemologiche.
Il disincanto e la distanza critica comportano la rottura programmatica dell'orizzonte di letterarietà, il paesaggio letterario, al quale s'affidava ancora quasi interamente la lingua di Zanzotto, e l'apertura di questa ad inserti storici, di registro scientifico tecnologico (mucillagini, geyser, radar, macromolecola), e medico (cariocinesi, anancasma), i quali convivono con arcaismi, recuperi letterari e danteschi, latinismi e spezzoni di linguaggio canzonistico o pubblicitario. Una ricerca formale che sembra sempre sul punto di far esplodere la lingua poetica, pur mantenendo altissima l'attenzione sulla stessa.
Siamo orami alle soglie d'una piena maturazione letteraria e umana, e gli anni a seguire segneranno un'accrescimento generale dell'interesse nei confronti di questo poeta, ed un sempre maggiore e più consapevole approfondimento della sua ricerca poetica.
Il 1959 porta a Zanzotto, oltre al matrimonio, il premio Cino Del Duca (giuria presieduta da Montale); nel 1960 inizia a collaborare con «Il Caffè» di Vicari (rivista che riunirà alcuni tra i più interessanti scrittori italiani: Arbasino, Calvino, Volponi), e nel 1961 al Congresso Internazionale Silver Caffè conosce Tristan Tzara, padre fondatore del movimento dadaista. Nel 1964 Zanzotto ha l'occasione di incontrare il filosofo tedesco Ernst Bloch, e nello stesso anno esce la raccolta di racconti e prose per le edizioni Neri Pozza Sull'altopiano.
Nel 1968 presso Mondadori viene pubblicata La Beltà, opera che renderà manifeste le conquiste di questo autore nel campo del linguaggio, e che sarà da molti accolta come la sua più importante prova poetica.
Il linguaggio poetico destrutturato psicanalitico e magmatico è protagonista dell'edizione semiclandestina Gli Sguardi i Fatti e Senhal, pubblicata a spese dell'autore in poche preziosissime copie nella stamperia della sua Pieve di Soligo. Il tema che fa da sfondo a questo polifonico poemetto è la conquista della luna da parte dell'uomo, vista come violazione e violenza del mito e dell'aura poetica.
Gli ultimi anni sessanta ed i primi settanta sono anni di intense collaborazioni, viaggi letterari e preziosi incontri, e vedono il valore del poeta finalmente riconosciuto ed apprezzato.
Nel 1970 l'editore Scheiwiller stampa un volumetto di poesie giovanili di Zanzotto con il titolo A che valse?.
Nel 1973 viene pubblica, ancora per Mondadori, Pasque, e la prima fortunata antologia Poesie (1938-1972) a cura di Stefano Agosti. Importantissimo l'incontro che avviene nel 1976 con Federico Fellini, e che inaugura una feconda collaborazione tra i due: Zanzotto sarà cosceneggiatore del Casanova, de La città delle donne e de E la nave va.
Il poeta trarrà da quest'esperienza l'ispirazione per la sua composizione dialettale Filò, pubblicata nello stesso 1976 dalle edizioni del Ruzante di Venezia (corredata da cinque disegni di Fellini).
Il Galateo in bosco (ed. Mondadori), nel 1978 dà inizio alla pseudotrilogia, che proseguirà con Fosfemi nel 1983 e che vedrà compimento nel 1986 con Idioma.
Il Galateo in Bosco vince il premio Viareggio nel 1979 e Fosfeni vince il premio Librex-Montale nel 1983.
Zanzotto è ormai ampiamente riconosciuto e tradotto in varie lingue, e raccoglie nel 1991 i suoi interventi critici apparsi precedentemente su quotidiani e riviste nel volume edito da Mondadori con il titolo di Fantasie di Avvicinamento, seguito nel 1994 da Aure e disincanti del Novecento letterario.
Nel 1996 esce presso Donzelli, dopo dieci anni dall'ultima pubblicazione poetica, Meteo, e nel 2001 ancora una volta per Mondadori Sovrimpressioni.
Il lavoro letterario di Andrea Zanzotto sembra racchiudere in sé le più importanti riflessioni sull'esperienza poetica formulate nel ‘900, e apre le porte a un modo nuovo di poetare nell'Italia contemporanea. Che le sue motivazioni iniziali siano state di carattere etico esistenziale più che ideologico, non ha significato né comportato da parte sua, se non forse apparentemente, una chiusura totale nei confronti della storia, né un venir meno di quella tensione etica che spinge verso un cambiamento nel divenire della stessa. Se alcuni in quegli anni lavoravano sui contenuti, con motivazioni storiografiche o pedagogiche, con dichiarati e militanti intenti progressivi, Zanzotto agiva ad una diversa profondità, partiva da una posizione che metteva in primo piano la parola, come unico mezzo dato all'uomo per conoscere e dare senso alla realtà. Sentiva la necessità di ristabilire un rapporto di comunicazione con la realtà circostante ed era mosso dalla volontà di restituire all'atto poetico una sua validità sociale.
Naturalmente mettere in discussione la capacità di reale e autentica significazione del linguaggio pone inquietanti interrogativi non solo circa la comunicazione intersoggettiva delle esperienze individuali, ma anche riguardo al senso stesso dell'esperienza e alla conoscibilità del mondo.
In una intervista Zanzotto dichiarava a proposito della poesia : «Per quanto mi riguarda ho il sospetto che la poesia non sia affatto scrivere; il poeta non è scrittore nel senso corrente della parola; direi anzi che arriva ad odiare lo scrivere forse perché si sente in qualche modo costretto al suo gesto [...] si tratta di scalfire, scalpellare, graffiare la lingua o di sprofondarvi più che di usarla [...]. Nella poesia qualcosa è al di là e al di fuori dello scrivere [...]. Forse l'autentico grado zero, o il grado infinito della scrittura, è quello che traduce nella poesia, è quello che spaventa attraverso la poesia, anche quando essa può sembrare più connessa alla gioia, alla felicità dello scrivere[...]. E tutto ciò non esclude la compresenza di un meticoloso atteggiamento artigianale, a tempo strapieno.»
Ed è appunto questo atteggiamento che il nostro poeta ha assunto in tutti questi anni, impegnandosi a ricreare nel proprio laboratorio una lingua rinnovata ed autentica, una parola intesa come assoluta, fondo incrollabile dell'essere, ed è proprio in questo più che nello stile il suo ermetismo.
Ma se è vero che Andrea Zanzotto esce dalla storia per mezzo d'un linguaggio astratto ed allusivo, iperletterario, che nella prima opera si configura come paesaggio dietro al quale rifugiarsi, è anche vero che è sempre per mezzo del linguaggio che vi rientra dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione, dopo avere restituito alla parola una piena, o se non altro, più autentica capacità di significazione e comunicazione.
L'oscurità che deriva da questo modo di intendere la poesia non ha nulla di gratuito, poiché la poesia per Zanzotto è un viaggio nell'oscurità alla ricerca dell'illuminazione, è un aggirarsi nei vari labirinti dell'esistenza (labirinti psichici, linguistici, storici, culturali), alla ricerca di una via per uscirne. Questa assume allora una funzione del tutto particolare di investigazione del caos, del labirinto, e di ricerca dei possibili barlumi di significato che consentano l'auspicata inversione di tendenza.
Naturalmente la poesia di Zanzotto non è soltanto questo, ma anche nei momenti di maggiore astrattezza, difficoltà, chiusura formale, presenta una sottile, sotterranea musicalità che avvince; così come quando più grande si fa la rottura, la distanza dalla norma, e lo sperimentalismo, sempre sembra resistere in essa un flebile canto elegiaco.
Appare fuori luogo un consuntivo dell'opera di questo autore, essendo egli vivo ed in attività. È tuttavia importante chiarire come il metodo, la ricerca, gli esiti formali ed i nuclei tematici, l'opera tutta zanzottiana, siano momenti poetici e personali di una teoria della letteratura e dell'uomo d'oggi, che vede questa come principio di resistenza alla disgregazione ed all'ottenebramento che sembra tutto involgere e coinvolgere.
Tratto da: www.italialibri.it
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INDICE DEL BLOG
I MESTIERI (A.SAVARIS)
de sciatori prinzipianti,
ma ogni tanto me vien l'estro
de ingessàrghene raquanti.
*
Son Febraro, gran Stilista
de costumi de ogni pano,
ma da bravo trasformista
a lavoro tuto l'ano.
*
A son Marzo, l'Ombrelaro,
ma 'sta piova inacidà
mena tuti dal stagnaro
e mi son disocupà.
*
Son Aprile e vendo vento,
ma de mi se pòl far senza
da chel dì che el Parlamento
el me fà la concorenza.
A son Magio e vendo fiori,
ma da quando sula Tera
a ghe xè l'efeto-sèra,
più che fiori i xè dolori.
*
A son Giugno campagnolo,
miedo al dì co' la falzina,
ma de note, co' son solo,
cargo i campi de atrazina.
*
A son Lujo, el Vagabondo,
scapo via dale cità,
par catare un fià de mondo
che no'l sia anca lu inquinà.
*
Son Agosto, el gran Bagnin,
ma col mare che ghe xè,
no' ghe meto gnanca un pié
e me tufo in t'un cadin.
*
Son Setembre, el Giardiniere
e rinfresco un fià l'està,
ma me basta do'.. ..Marghere
par brusare campi e prà.
*
Son Otobre e pisso vin
in social-cooperativa.
Scarpe grosse e zervèo fin:
metà "uva" e metà Iva....
*
Son Novembre, el Tabacaro
de 'sto Stato, e dago a smaca
nebia, tasse, fumo, snaro....
E ti, popolo, tabaca!
*
Son Dicembre, Spaladore
dela neve su la strada,
ma vorìa. .. .spalarghe al cuore
dele mafie de casada.

una fonte di approfondimento
I MIEI PENSIERI
QUESTO BLOG
L'HO INIZIATO PIANO PIANO,
MI HA PRESO SEMPRE
PIU' LA MANO.
VORREI NON AVESSE
UN FINALE,
MA UN FINE.
VORREI LASCIARVI
NEI RICORDI,
NON MIEI,
VORREI.
VIVI!!
UN ESEMPIO
Canzone popolare
La pègra e la mateina la bèla e la sira la bala
La me morosa
ACQUA (L'ELEMENTO PRINCIPALE)

a stago inte a bassa
Sa sbato un pié
me s-cianzo el viso.
A stago in te la Bassa.
La tera l'é aqua
l'aqua l'é tera.
Cresse el riso.
La me cà l'é bagnà.
El fango ciapa i muri
la cusina -el vien soto la tola.
Fora gh'é le cane
ca speta na bava de vento
par scrolarse.
(Passé 'nde - giré!
Mi no me movo).
Ei me mondo l'é chi.
A son ligà al Po
come na corda a la canpana.
El Po - grande o picolo -
l'é la me crose, la me tana.
Mi ghe pisso dentro.
Lu me conta tuto.
El vien zo fredo come el giazzo,
sto pajazzo, incoconà
de pàesi, canpagne, zità.
La Bassa la lo ciùcia,
la se lo tira adosso. Che missioto!
Aqua de monte o de colina
de canale o de fosso
prima de finire in mare
la se mùcia a speciare
un cielo grande assé.
A stago in te la Bassa.
L'aqua l'é cielo, el cielo l'é aqua.
Carlo Lezziero
ANCHE CON LA MUSICA E IL CANTO
DISPONIBILI I CD DEL GRUPPO:
http://www.bookshopro.it/documenti/shared/calicanto%2025.htm
BONIFICA EMILIANO VENETA (BEV)
pensieri personali e non solo

MI TE SERÒ AMIGO (Piero Conforto Pavarin)
Mi te serò amigo
come el vento
su la strada de baro
o la piova sul campo
ai primi de luio.
Come el can
che menando la coa
leca la man al paron
mi te serò amigo
par sempre
pur che te gàbia:
un fià de vento
de piova, o almanco
el sguardo de un can.
Le mie Fonti
Cante d'Adese e Po - Gino Piva - 1931
....e invezhe no! - Jani de-la-Ranpa -1984
Almanacco Veneto 1979
Omani, cépe e scupetun - Gianni Sparapan -1992
Veneto Raccont popolari - Giuseppe Consolaro - 1976
Verso l'imbrunire -Ugo Suman - 1990
QUADRETI VILANI - Angelo Savaris -1993
La Magnifica (Magnemo inversi) - Angelo Savaris -1995
da jeri a ouquò - Gianni Sparapan - 2° ed. -2005
Do schei de morbin - Giuliano Scaranello - 1995
Foje sperse - Leone Fabbris - 1978
abecedario dei vilani - 2001
CO’ STA PIOVA E CO’ STO VENTO (TOC-TOC)
chì che bate a sto convénto?»
«L'e 'na pòra veciarèla
che si vuole confessàre»
«Co' sta piova e ce' sto vento
no se confèssa un sacraménto!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
(TOC-TOC)
« Co' sta piòva e co' sto vento
chi che bate a sto convénto?»
«L'é 'na pòra verginèla
che si vuole confessàre»
«Entra, entra, verginèla
che te meno a la capèla»
Ciàppeo, ligheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà la ganba»
«Padre sì, ma no son stranba!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà le tete»
«Padre si, i me le è anca strete!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà la pansa»
«Padre si, ma co creànsai»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«E te ài mai tocà la figa»
«Padre si, ma co fadìga!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«Se tu vuoi l'assolussione
prendi in mano sto cordone!»
Ciàppeo, lìgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
«Caro Padre no son Òrba
questo é un casso e no 'na corda!»
Ciàppeo, ligheo, méÉeo in gaèra
chippeo, ligheo, méteo in presòn!
Co' sta piòva e co' sto vento
chiò restà drento 'l convénto?
L'é restà Padre Formìga
che ghe piàse tant la figa!
Ciàppeo, flgheo, méteo in gaèra
ciàppeo, lìgheo, méteo in presòn!
![]()
E ME MARI LE BON
![]()
E me marì l'è bon
e l'è tre volte bon
e 'l sabo e la doménega
e 'l sabo e la doménega,
e me marì l'é bon
e l'è tre volte bon
e 'l sabo e la doménega
el me òn'se col baston'
E co ste cìcoe
e co ste ciàcoe
e co ste Cìcoe, Cìcoe, ciàcoe,
e co ste cicoe e Cìcoe Ciàcoe
l'é saltà fòra un ciacoeòn!
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baston nel doppio significato di bastone e membro maschile; òn'ser, ungere;
ciòcoe, chiacchiere; lé saltà fòra, ne è nato; ciacoeòn, chiacchierone.
(spiegazione: la bontà di mio marito - rime ambigue e simpatiche)
RUZANTE "IL REDUCE"
arte e commedia nella storia
e con alcuni autori di oggi:

9788895352312
Perpetua zovane...Casin in canonica
Commedia brillante in tre atti in lingua veneta popolana
Dante Callegari




