
Pubblichiamo qui di seguito un articolo sulla svolta dell'azione occidentale in Iraq. Una svolta che potrebbe portare al successo e alla democratizzazione del martoriato Paese. Una svolta che i giornaloni nostrani, col vizio dell'antiberlusconismo, hanno taciuto. Una svolta che comprende la ritirata o, perlomeno, una battuta d'arresto delle operazioni dei terroristi di Al Qaeda. Quegli stessi terroristi bastardi che hanno assassinato in Pakistan Benazir Bhutto.
di Ernesto Aloia
C'era una volta l'Iraq. Sulla carta dei grandi giornali cosiddetti autorevoli o in televisione cercheremmo invano, e possiamo scommettere che non figurerà nelle rituali classifiche delle "notizie più improtanti dell'anno". Perchè l'Iraq è diventato una non notizia. Ebbene, voglio parlare della più grande non notizia del 2007. Che è, tra l'altro, una buona non notizia.
Ecco i fatti, che Renato Farina ha già accennato ieri. All'inizio dell'anno, in un discorso che la quasi totalità dei commentatori liquidò con sufficienza, George W. Bush annunciò l'intenzione di inviare in Iraq ulteriori trentamila uomini. Si era allora al culmine degli scontri. Il governo locale - un governo, ricordiamo, democratico - appariva in profonda crisi. Fu nominato un nuovo comandante: David H. Petraeus, già alla testa della 101esima aerotrasportata a Mosul e specialista nelle strategie controinsurrezionali. Con il suo arrivo, e a mano a mano che le truppe venivano dispiegate sul terreno, le tattiche delle forze americane e dell'esercito iracheno cambiarono radicalmente. Più che sulla caccia ai ribelli, ci si concentrò sulla creazione e sulla difesa di zone sicure. I soldati lasciarono le loro basi per stabilire avamposti nelle zone dominate dai jihadisti stranieri e dai miliziani dell'Esercito del Mahdi il cui capo, Moqtada Al Sadr, aveva nel frattempo giudicato più prudente stabilirsi in Iran. Furono mesi terribili. Le perdite americane e irachene si impennarono. A Washington persino alcuni esponenti repubblicani cominciarono a ritenere l'aumento delle truppe l'ennesimo errore. Ma, come sarebbe apparso chiaro nei mesi seguenti, l'errore l'aveva commesso il nemico. Ed era un errore catastrofico. Le carneficine quotidiane, le autobombe nei mercati che facevano guadagnare ad Al Qaeda i titoli sui grandi media stranieri, finirono con l'alienarle ogni sostegno della popolazione.
Nelle città della provincia sunnita di Al Anbar, dove avevano stabilito il loro feudo, i jihadisti stranieri e gli affiliati iracheni avevano gettato acido in faccia alle donne sorprese a viso scoperto, avevano tagliato le dita a chi osava fumare in pubblico, ammazzato i riottosi e costretto le figlie delle famiglie più in vista a matrimoni forzati con i loro capi. Volevano fare di Al Anbar il primo nucleo di un emirato di stampo talebano. Gli sceicchi locali non erano d'accordo.
Fecero la loro scelta: si allearono con gli infedeli. Formarono milizie di difesa che affrontarono i terroristi. Chiesero l'appoggio della potenza di fuoco degli americani. Fornirono informaioni, indicarono i covi e i despositivi di armi, illustrarono agli uomini di Petraeus tattiche e strategemmi jihadisti, i cui capi cominciarono ad essere catturati o uccisi a un ritmo superiore a quello con cui potevano venire rimpiazzati. I superstiti rifecero al contrario il cammino della jihad e si rifugiarono in Siria.
Gli attentati nella zona si ridussero quasi a zero, e così gli attacchi contro gli americani in città un tempo temibili come Ramadi, Baquba o Fallujah. Il problema, adesso, era di premiare il coraggio dei sunniti facendo sì che per la prima volta si sentissero a casa propria nel nuovo Iraq: a ciò si provvide con la ricostruzione di infrastruttur, con l'assunzione di migliaia di giovani nelle forze di polizia o in impieghi statali. Anche l'assistenzialismo può servire, in guerra. Gradualmente il modello fu applicato in altre zone del Paese, mentre Moqtada Al Sadr decideva di abbandonare le armi e darsi alla politica. A Baghdad, il governo iracheno cominciava finalmenta ad agire contro le milizie sciite. Qualche dato: in gennaio, quando Bush decise l'aumento di truppe, i morti civili iracheno erano stati 3000, in ottobre la cifra era scesa a 758. Ancora troppi, ma i 2242 sopravvissuti ringraziano. I caduti americani al culmine dell'offensiva, in maggio, erano stati 120. In questo mese di dicembre sono stati finora 13, una diminuzione di quasi il 90%. Insomma, per la prima volta dal 2003, le cose in Iraq stanno davvero cambiando in meglio.
Resta da capire perchè, per tanto tempo, nessuno abbia voluto raccontare questa storia. C'erano, è vero, i blog dei soldati e degli iracheni, e quelli di giornalisti freelance come Michael Yon e Michael J. Totten, il cui lavoro non sarà mai lodato a sufficienza. Ma i grandi media americani nicchiavano. Poi, a poco a poco, nella diga del silenzio si aprirono le prima crepe. Iniziò il Washington Post in ottobre. In novembre il New York Times pubblicò un lungo articolo da Baghdad: la città rialzava la testa, gli abitanti riprendevano a spostarsi, a frequentare i mercati, ad andare al ristorante, qualche coraggioso negoziante dei quartieri cristiani ricominciava persino a vendere alcolici. La vita riprendeva. Su tutto questo, nessuna delle nostre corazzate editoriali (prontissime in altre circostanze, a tradurre gli articoli del quotidiano di New York) spese una parola. I telegiornali tacevano.
E dov'erano finite le pluripremiate giornaliste d'assalto? Missing in inaction. Comprendere le ragioni di tanta omertà non è facile. Certo, da sempre un'autobomba fa più notizia di una scuola che riapre, ma questo non basta a piegare la quasi unanimità nel tenere la bocca chiusa da parte di chi aveva dedicato alla tragedia irachena un'attenzione e una partecipazione quasi isteriche. Mettiamoci pure una buona dose di conformismo pseudopacifista. Non basta ancora. Viene il sospetto che il principale motivo per cui la grande svolta della guerra in Iraq continua a restare un segreto per gli italiani consista in un semplice tornaconto politico: un Paese con due autobombe al giorno e tramila morti al mese faceva comodo per attaccare in prima pagina l'orco Bush e il fedele servo Berlusconi, che nella pacificazione e nella democratizzazione del Paese aveva creduta al punto da inviare tremila soldati a Nassiriya.
Un Iraq che muove i primi passi verso la normalità, un generale americano che con un coraggioso cambio di strategia sventa una guerra civile e salva migliaia di vite, non tornano utili ai grandi giornali e telegiornali con l'editore di riferimento a sinistra, anzi. Naturale, quindi, che la loro linea editoriale sia stata finora quella delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. E gli altri mezzi di informazione, quelli che dovrebbero proporre un'interpretazione alternativa a quella delle pasionario con microfono e kefiah? Tranne poche lodevolissime eccezioni, tacciono anche loro: sembrano esser tutti d'accordo sul fatto che gli italiani dell'iIraq si siano definitivamente rotti le scatole.
Tratto da Libero. 28 dicembre 2007
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