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VENETO . FEDERALISMO . STORIA DEL POPOLO VENETO. VENETO LIBERO. VENETO STATO AUTONOMO. ANTI COMUNISTA. ANTI FASCISTA . CULTURA VENETA.

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FEDERALISTACONVINTO

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El Brujelo dell'epifania festa tipica in tutto il Veneto.

Post n°449 pubblicato il 06 Gennaio 2014 da FEDERALISTACONVINTO
 

 

Questa sera nella festa della befana come da tradizione in tutto il Veneto si accendono i falò per bruciare la "stria"che cambiano nome da brujel, brujelo, pan e vin, briolo, dipende dalla zona.
La festa tradizionale legata al retaggio culturale della nostra zona, bruciare la "vecia" per demonizzare le negatività e la carestia del vecchio anno scrutando tra le faville del grande fuoco le premonizioni sul futuro.
In tutto il Veneto suggestive manifestazioni che mischiano sacro e profano, in una appassionante gara di creatività e arte rappresentativa .
Al brujelo oltre a dolci tipici viene offerto il vin brulè e cioccolata calda. I più organizzati fanno una vera e propria cena con "el minestron" polenta, coexin(cotechino) sopressa e "formajo"tipico.

 
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El Brujelo dell'epifania festa tipica in tutto il Veneto.

Post n°448 pubblicato il 06 Gennaio 2012 da FEDERALISTACONVINTO
 

Questa sera nella festa della befana come da tradizione in tutto il Veneto si accendono i falò per bruciare la "stria"che cambiano nome da brujel, brujelo, pan e vin, briolo, dipende dalla zona. 
La festa tradizionale legata al retaggio culturale della nostra zona, bruciare la "vecia" per demonizzare le negatività e la carestia del vecchio anno scrutando tra le faville del grande fuoco le premonizioni sul futuro. 
In tutto il Veneto suggestive manifestazioni che mischiano sacro e profano, in una appassionante gara di creatività e arte rappresentativa . 
Al brujelo oltre a dolci tipici viene offerto il vin brulè e cioccolata calda. I più organizzati fanno una vera e propria cena con "el minestron" polenta, coexin(cotechino) sopressa e "formajo"tipico. 

 

 
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LA NOTTE DI SANTA LUCIA

Post n°447 pubblicato il 12 Dicembre 2011 da FEDERALISTACONVINTO
 

È una delle tradizioni veronesi più antiche, sentite e partecipate.
Si racconta di come le spoglie della santa siracusana, protettrice degli occhi, siano passate da Verona nel loro viaggio verso la Germania intorno al X sec.
Ciò spiega anche perchè il culto della santa sia molto diffuso nel nord Europa. 
Secondo un'altra ipotesi, il culto di Santa Lucia deriverebbe dal periodo di dominio della Serenissima su Verona.
Venezia infatti, già nel 1204, fa trasportare le spoglie della santa nella città lagunare.
A Verona però, il culto assumerà caratteristiche peculiari e si colorerà di folklore e tradizioni locali.
 
Secondo la leggenda veronese, intorno al XIII sec., in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di "male agli occhi" 
La popolazione decise allora di chiedere la grazia a S. Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c'è la sede del Comune: Palazzo Barbieri.
Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. 
Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, tanti doni. I bambini accettarono... l'epidemia si esaurì... 
Da questo momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l'arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali a bordo di un asinello volante. 
Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l'asinello prima di andare a dormire.
In questa sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la Santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere. 
La mattina dopo, Lucia fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili "pastefrolle di S. Lucia", di varia forma (stella, cavallino, cuore...), nonché l'altrettanto immancabile "ghiaia dell'Adige". 
Le formine delle frolle scacciano il male e sono di buon auspicio.

Arrivano i "banchéti de Santa Lùssia"! 

Dal secolo scorso si è sviluppata, per l'occasione la tradizionale grande fiera, che ancora oggi si tiene nei tre giorni precedenti il 13 dicembre, in una Piazza Bra' riempita dai "bancheti de Santa Lussia", ricchi di giocattoli e dolci di ogni tipo.
A coronamento della festa la grandissima archiscultura di Olivieri: una stella di Natale illuminata che parte dall'invaso dell'arena e si tuffa luminosa, in piazza Bra' ed invita a visitare l'ormai tradizionale appuntamento con La Rassegna Internazionale di Presepi nell'arte e nella tradizione, ogni anno sempre nuova...

 
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APPROVATO LO STATUTO DEL VENETO. OGGI VINCE IL VENETO DELLA GENTE!

 

APPROVATO LO STATUTO. OGGI VINCE IL VENETO DELLA GENTE! 
GRAZIE A QUANTI HANNO LAVORATO PER UN OBBIETTIVO COMUNE A FAVORE DEI CITTADINI

 

 

L'approvazione dello Statuto del Veneto, cioè della carta fondamentale che regolamenta la vita di tutte le istituzioni del nostro territorio e i diritti e i doveri di ciascuno di noi, è un avvenimento storico per il Veneto.


Voglio con forza, con convincimento profondo e con riconoscimento di ruoli e di valori anche personali, ringraziare a uno a uno i consiglieri regionali che hanno consentito questa svolta epocale, i consiglieri che hanno partecipato ai lavori della Commissione, il presidente Carlo Alberto Tesserin, che con capacità, pazienza e grande senso delle istituzioni ha permesso il libero svolgersi del dibattito e ha saputo cucire tra di loro posizioni comprensibilmente diverse. Prezioso il contributo del relatore di minoranza, il consigliere Emilio Reolon, la cui capacità di interpretazione e, qualche volta, di mediazione è stata pari all'acume giuridico che tutti i gruppi gli hanno riconosciuto.

Ancora un ringraziamento lo si deve al Presidente del Consiglio regionale Clodovaldo Ruffato perché, dopo un'attesa di 40 anni e dopo alcuni tentativi non andati a buon fine, ha saputo con coraggio lavorare per una soluzione capace di coinvolgere tutto il Consiglio e ciascun consigliere.

A questo proposito, voglio sottolineare il ruolo svolto da tutte le opposizioni, che, pure con accenti diversi, hanno lavorato a un comune obiettivo: rendere migliore la nostra regione, rendere più moderne le nostre istituzioni, riaffermare la centralità e la priorità che i nostri concittadini hanno e devono continuare ad avere rispetto alla vita pubblica e alle proprie capacità individuali. Non hanno prevalso alcune opzioni su altre. Non ha vinto uno schieramento su un altro: oggi e qui vince il Veneto.
Voglio poi ricordare il lavoro, davvero straordinario, dei gruppi di maggioranza e dei capigruppo, che si sono spesi fino all'esaurimento delle proprie forze per un obiettivo che ci eravamo dati e che avevamo definito 'la madre di tutte le battaglie'. Questo Consiglio oggi ha vinto la sua battaglia più importante in ordine alla propria credibilità, alla propria capacità di interpretare il contratto sociale, alla propria legittimazione davanti al corpo elettorale.

Questo Statuto è anche figlio del lavoro dei nostri più importanti esperti di diritto costituzionale, che hanno elaborato, insieme con i tecnici della Regione, un corpo giuridico che di sicuro è destinato a rimanere per molti decenni punto di riferimento per le istituzioni del Veneto, ma, ancor di più, esemplare manifesto di quello Stato moderno, efficace e dunque federalista che è nel cuore di tutto questo Consiglio.
Rispetto al contenuto mi pare fondamentale la sottolineatura di uno Statuto che, unico in Italia, regolamentando la vita delle altre istituzioni territoriali, ambisce ad essere una vera e propria carta fondamentale dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini.
La filosofia cui ci siamo ispirati è convinta di un dato innanzitutto storico e culturale: il nostro Veneto, questa terra antica e dagli altissimi connotati giuridici, pre-esiste rispetto alla figura istituzionale 'Regione', che si mette dunque al servizio di ciò che la precede e che ne informa e ne sostanzia l'esistenza. Questa figura istituzionale ha un sigillo: la vocazione federalista, che nasce dai Comuni e dalle Province e che non si sostituisce mai alla libera iniziativa delle persone, singole o associate.

Sono lieto che nei principi fondamentali di questa carta ci sia il riconoscimento che dobbiamo operare, senza condizioni e senza riserve, a favore di tutti coloro che vivono in questa terra, che hanno investito su questa terra, che con questa terra hanno deciso di avere una relazione speciale e unica. A loro dobbiamo un'attenzione particolare soprattutto nei servizi alla persona e nei servizi a quelle individualità che più hanno bisogno: chi sta cercando un lavoro, chi ha bisogno di una particolare assistenza, chi è malato, chi è solo. Sono davvero contento di vivere in una regione a cui la buona politica oggi è in grado di dare queste garanzie.


L'impianto di questa carta fondamentale che si rivolge a tutti i cittadini del Veneto è di rilevanza epocale perché, in questo momento di disorientamento e persino di collera dei cittadini di fronte ad alcune perversioni in cui è caduta parte della politica, il nostro Statuto anticipa e regolamenta provvedimenti che rappresentano un duro colpo alla cosiddetta 'casta'. Grazie ad essi, possono diventare strutturali interventi economici che, nell'ottica e nella prassi del miglior federalismo, rendono stabili i principi di efficienza, di controllo e di risparmio.

Nello Statuto si parte dalla descrizione analitica dell'organizzazione federalista del Veneto, inteso come un territorio unitario che si dà istituzioni che partono dal basso - i nostri 581 Comuni e le nostre sette Province - e che si autoregolamentano. A 63 anni dalla Costituzione repubblicana, finalmente essa viene interpretata in un alto documento della vita nazionale, in senso federalista. Ciò che finora la prassi centralista aveva precluso, noi attuiamo. Questa è la lezione di uno dei nostri grandi punti di riferimento, Luigi Einaudi. Il primo principio del federalismo è l'ingegneria istituzionale che parte dal Comune e si concretizza in un patto tra pari in cui la parte più vicina al cittadino deve essere messa in grado di svolgere la maggior parte delle funzioni.

Che non si pratichi e non si teorizzi il cosiddetto centralismo regionalista è dato da una visione complessiva in cui viene esplicitato che la Regione si autolimita nell'esercizio del proprio potere. Lo strumento delle nostre istituzioni è il federalismo fiscale, capace di assicurare risorse strumentali ed economiche alle autonomie locali, affinché esse finanzino le proprie funzioni. E noi, che abbiamo predicato i costi standard rispetto a territori e istituzioni disattente e sprecone, rendiamo questa filosofia di relazione con i cittadini norma non transitoria nel territorio che i cittadini ci hanno chiesto di governare. Ciò permetterà un passaggio qualitativo straordinario: radicarci nel principio di efficienza e passare dal controllo delle carte al controllo dell'efficienza."
Nella relazione con il cittadino, a proposito del fisco, ha detto Zaia, "questo Consiglio ha sancito la fine dello Stato borbonico e poliziesco. Regione e contribuente sono su un piano di parità, perché il contribuente ha diritto di essere percepito dall'istituzione come il proprio punto di riferimento, e titolato di buona fede fino a prova contraria.

Che questo Statuto sia una finestra aperta sulla contemporaneità e su ciò che i cittadini ci chiedono è dato anche dal taglio ai costi della politica. Non è stata una battaglia nominalista, su un numero, che sancisse la vittoria di uno schieramento, ma il richiamo forte e chiaro a tutti sul fatto che qui dentro i sovrani sono i cittadini. Su questo si sono mosse sensibilità diverse, ed è stato giusto, onesto e trasparente che esse si siano manifestate a prescindere dai tatticismo del momento. Rispettabile la posizione di chi chiedeva il mantenimento dello statu quo; altrettanto rispettabile la posizione di chi, come il sottoscritto, chiedeva una radicalità nel taglio.

Credo che, tutti insieme, si possa riconoscere che ha prevalso un criterio di riferimento che penalizza i partiti più grandi, che non censura il diritto delle minoranze, che garantisce una libera dialettica. Ma anche che, senza l'indicazione di un obiettivo più stringente, forse non saremmo arrivati a un taglio che riduce di una quindicina di unità il numero complessivo di consiglieri e assessori. È la prima di una serie di norme antisprechi che abbiamo voluto tutti insieme e che caratterizzano la natura profonda di una regione che vuole sentirsi riconosciuta, credibile e vicina nella relazione con i propri cittadini. Due ultime note.

Risposi a suo tempo che avremmo pensato alla nostra montagna, alla provincia di Belluno e in genere alle aree disagiate economicamente della nostra regione. Mi pare significativo il risultato ottenuto dallo Statuto. Infine, mi sembra encomiabile lo sforzo di pensarci come parte di quell'Europa dei popoli a cui sentiamo di appartenere. Così come siamo lontani da un'eurocrazia costosa, lontana dagli interessi della gente, autoreferenziale e scandalosamente antieconomica, così da sempre ci sentiamo veneti ed europei, come questo Statuto sancisce in modo alto e definitivo.

 

post-it del 18/10/2011

http://www.lucazaia.it/it/FONTE: 

 

 
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“LA LINGUA VENETA NON ESISTE”? BALASSO SA SEMPRE COME FARCI RIDERE

Post n°445 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da FEDERALISTACONVINTO
 

Ricordo una trasmissione cultural-comica del Balasso, di pochi anni or sono, dove il vecchio cabarettista - oggi stimato opinionista del Fatto Quotidiano - impersonava tra gli altri una lavandaia il cui canto era diventato un tormentone qui in Veneto: "Me piase i bigoli, co le luganeghe, Marieta dàmene, par carità".
Scopro solo ora che il Balasso, nativo di Rovigo, pensava di cantare su reti nazionali per i soli "rovigotti" suoi conterranei, mentre i suoi gorgheggi erano ben compresi anche dalle mie parti, la pedemontana Bassanese. Dal suo blog sul sito del Fatto, infatti, egli sentenzia che "un vicentino non capisce quello che dice un rovigotto (o rodigino?)" e che "i veronesi capiscono molto male il trevigiano".
Per spiegare questa strana sintonia linguistica tra un rovigotto come il Balasso e un vicentino come me ci sono solo tre possibilità.La prima è che, visto che c'era comunicazione, lui stesse parlando italiano. Capisco che neanche il Balasso sia un linguista, ma spero gli sia evidente che la sua lavandaia non cantava in italiano.
Una seconda possibilità, poiché appunto la comunicazione era efficace, era che lui da rovigotto stesse cantando nel mio vicentino. Tuttavia la cosa suona strana, soprattutto perché in realtà anche i padovani lo capivano, e pure i veronesi e i veneziani.L'ultima possibilità è che stesse cantando in un modo che non è né italiano, né vicentino, né rovigotto. Escluso il caso di una spaventevole telepatia, stava cantando proprio in quella stessa "Lingua Veneta" di cui disconosce l'esistenza. Le cose migliori, si sa, spesso capita di farle senza neanche accorgersene. 

Probabilmente per dare un velo di tecnicismo, poi, a un certo punto scrive: "si cerca un esperanto che non esiste in natura". Pregevole tentativo. A parte che una lingua è un mezzo di comunicazione, e quindi deve essere flessibile e varia quanto basta per adattarsi all'evoluzione dei significati da comunicare, mi piacerebbe soffermarmi proprio su questo concetto di "in natura". La mia domanda è diretta: in quei 150 anni fa di cui si fa tanto sparlare, la lingua italiana, che era conosciuta da circa il 2% della popolazione del regno, era forse la lingua naturale degli italiani? Quanti sforzi è costato agli italiani il dover imparare la lingua italiana?
Un paio di guerre mondiali, con qualche altra guerretta di contorno (giusto per non perdere l'abitudine), un Ventennio Fascista, radio di regime, scuola pubblica, televisione di Stato. Dopo 145 anni (il Veneto è in Italia dal 1866, non dal 1861) di questo continuo lavorìo di massa, si è ancora piuttosto lontani dall'obiettivo: secondo dati Istat del 2007, in Veneto a usare sempre e solo la lingua italiana è il 24%.
Pare che in Veneto ci sia una strana resistenza che, al contrario di quanto sostengono gli esponenti del cicaleccio intellettualoide italiano, non è certo dovuta a scarse capacità linguistiche dei Veneti, che anzi si collocano tra i primi in Italia per l'apprendimento di lingue straniere. E' una questione di forte e persistente identità veneta, cui l'identità italiana si è sovrapposta allo stesso modo in cui una trapunta può confezionare o nascondere un materasso. 

Ciò che si può dire delle parlate venete è che, nella piena naturalezza e specifica identità che da sempre le contraddistingue, il padovano non è identico al veronese. Certo, come l'italiano parlato dai pugliesi non è lo stesso parlato dai veneti. Ma che veronesi e padovani "non si capiscono" quando parlano veneto è un panorama immaginario buono solo per chi ha gli occhi bendati, e tien salda la benda.
Facciamola finita con queste strumentalizzazioni pseudo-culturali, che trasformano temi importanti come quello della lingua in terreno di scontro non politico, ma più tristemente partitico, col risultato che la cultura vera viene o semplicemente ignorata, o peggio ridotta a mero strumento di propaganda ideologica. La nostra lingua veneta (e così la lingua siciliana per i siciliani, il napoletano per i napoletani e il sardo per i sardi) è per noi cosa seria, è un valore cui teniamo, e i vostri giochetti non fanno più ridere. 

Per l'Associazione "Veneto Nostro - Raixe Venete"
Alessandro Mocellin 
info@raixevenete.net 

PASAPAROLA! Segnala sta comunicasión: 

 
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MODI DI DIRE VENETI

Post n°444 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da FEDERALISTACONVINTO
 

No'l xe né da ovi né da late - Non è né questo né quello, è indeciso 
No catare àlbari par picarse - Essere incontentabile, irrequieto 
No ghe xe malani! - Non c'è male! 
No ghe xe né cristi né madone - Non c'è niente da fare 
No la xe so mare bona - Non è adatto, non è la cosa giusta 
No'l se vede gnanca in spiera al sole - E' magrissimo 
No se ghe vede gnanca a biastemare - Non si riesce a vedere nulla 
No se inbarca cuchi - Non è facile ingannarci 
No se move paja - Non c'è un alito di vento 
No 'vere gnanca l'aqua par lavarse i oci - Essere poverissimo 
No 'vere gnanca stomego - Non gradire, provare disgusto 
No 'vere gnente da spartire - Non avere nulla in comune 
No'l xe bon de fare O col culo del goto - E' un incapace 
No'l xe par la quale - Non è adatto, non sta bene
Far pianzare i sassi -Fare una brutta figura 
Pianzare come na vigna -Piangere a dirotto 
Pianzare el morto -Pentirsi in ritardo 
Pianzare par i cantuni -Essere disperato
Restare co la boca da pumi - Rimanere a bocca asciutta 
Restare fora coi schei - Essere creditori 
Restare in bianca - Rimanere a bocca asciutta, essere rovinato 
Restare in braghe de tela - Rimanere senza niente 
Restare in cana - Essere rovinato 
Stare co le man in man - Oziare, stare senza far niente, non fare niente 
Stare dala parte del formenton - Tenere per se stesso, stare col più forte 
Stare fora dai piè - Rimanere lontano, abitare lontano 
Stare in piè par scomessa - Stare in piedi a malapen
Saltare al'ocio - Balzare in evidenza, in primo piano 
Saltare fora - Intervenire 
Saltare i fossi par longo - Fare cose straordinarie 
Saltare su - Rimproverare
Drito come on ganzo da becaro - Stupido 
Ebete come el paltan - Stupidissimo 
El ga magnà pesse bauco - E' un tonto 
El ga na testa da àmoli - Si dice di persona sciocca, stupida 
El xe incalmà co l'oco - E' tonto 
El xe macà in testa - E' stupido, tonto, matto 
El xe nato al'onbrìa - Non è molto sveglio 
El xe nato in calare de luna - Non è molto sveglio 
El xe on macaron - E' un tonto 
Testa da bìgoli - Sciocco, stupido 
Testa da piri - Sciocco, stupido
Tegnere bota - Parare il colpo, tenere duro 
Tegnere calda la pignata - Mantenere desta l'attenzione 
Tegnere da conto - Custodire, conservare bene 
Tegnere el culo so do careghe - Fare il doppio gioco 
Tegnere el mòcolo - Fare da spalla, reggere il gioco 
Tegnere el muso - Tenere il broncio 
Tegnerse da conto - Mantenersi in buona salute, badare alla salute
Tirare el culo indrio - Ritornare sulle proprie decisioni 
Tirare el segon - Ansimare 
Tirare zo dale spese - Ammazzare, picchiare duramente 
Tirare zo i santi - Bestemmiare 
Tirarse la zapa sui piè -Farsi del male da soli
Volta gabana - Si dice di chi cambia spesso idea 
Voltare la fritaja - Ribaltare un ragionamento, cambiare discorso 
Voltare l'ocio - Morire 
Voltare via - Morire

 
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MODI DI DIRE VENETI

Post n°443 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da FEDERALISTACONVINTO
 

Essare buseta e boton - Essere tutt'uno 
Essare corni in crose - Non andare d'accordo, essere arrabbiato 
Essare culo e camisa - Essere tutt'uno 
Essare de manega larga - Essere molto generoso, tollerante 
Essare debole de suste - Avere problemi alla prostata 
Essare del gato - Essere finiti in cattive acque, essere finiti male 
Essare fora par la fregola -Essere impegnato solo per guadagnare, anche le briciole 
Essare fora s-ciapo - Essere disadattato, fuori del gruppo 
Essare fora squara -Mancare di qualche rotella, essere tonto 
Essare in braghe de tela - Non avere scampo, essere senza risorse 
Essare in cotega - Essere arrabbiato con qualcuno 
Essare in damani - Essere vestiti elegantemente 
Essare in doe - Essere stanco, distrutto, sfinito 
Essare in spiera al sole - Essere in vista 
Essare i prìstio - Stare scomodo 
Essare in tecia - Essere perduto, aver perso 
Essare vanti col conto - Essere quasi ubriaco 
Essare zo de suste - Essere abbacchiato, abbattuto
Far pianzare i sassi - Fare una brutta figura 
Far su le cane - Andarsene 
Far su le tanpeline - Andarsene 
Fare come el gato col sorze - Giocare con la propria vittima 
Fare el destajo - Combinare un disastro, fare piazza pulita 
Fare el filo - Fare la corte, desiderare 
Fare el giro d'i capitei - Andare di osteria in osteria 
Fare i ati - Fare causa, fare le pubblicazioni di matrimonio 
Fare on spolvaron - Fare piazza pulita, creare molta confusione 
Fare recie da marcante - Far finta di non sentire 
Fare ridare i sassi - Essere poco spiritoso, aver detto una fesseria 
Farghe i piè ale mosche - Fare le cose perfettamente 
Farghe la ponta ai bìgoli - Essere meticolosi 
Farla fora dal bocale - Strafare, sbagliare di grosso 
Farse l'ànema verde - Prendersela per qualcosa, angustiarsi 
Farse le man da caviji - Litigare, fare a botte 
Farse on gropo sol naso - Fare in modo di ricordare qualcosa 
Farse su de maneghe - Darsi da fare 
Fàrsela su par le maneghe - Prenderla alla leggera 
Fate on bronbo! - Vai a quel paese!
El xe nato sol bonbaso -E' fortunato, è viziato 
Fortunà come on can che pissa in cesa - Sfortunato 
Fortunà come on can so 'l vargo - Sfortunato 
Portare pégola - Portare sfortuna 
Segnarse co la man zanca - Ringraziare la fortuna 
Tentare el colpo gobo - Tentare la fortuna
Magnadesméntega -Si dice di chi dimentica facilmente 
Magnare a sbafo - Mangiare a spese altrui 
Magnare a ufo - Mangiare ingordamente 
Magnare anca le broze de San Roco - Mangiare in modo insaziabile, consumare tutto
Magnare fora tuto - Dilapidare ogni sostanza, consumare 
Magnare la foja - Avere intuito qualcosa 
Magnare pan e onge - Essere in miseria 
Magnarghe i risi in testa - Essere più astuto, più intelligente di qualcuno
Armare el cagnan - Morire, andarsene 
Assarghe le pene - Morire 
Assarghe le strazze - Morire 
Assarghe le tanpelìne- Morire (lett.: lasciare tutte le proprie carabattole) 
Copare l'ocio - Morire, addormentarsI 
Deventare tera da pitàri -Morire (lett.: diventare terreno ben concimato!) 
El ga za el giglio sol bignìgolo - E' morto da un pezzo 
Incrosàre le ale - Morire 
Sbalare l'ocio - Morire 
Voltare l'ocio - Morire 
Voltare via - Morire
'Nda in desméntega - Dimenticato 
'Nda su de saca - Dimenticato, ormai passato 
'Ndare a gato gnao -Camminare gattoni 
'Ndare a poléjo - Andare a dormire 
'Ndare a urto - Chiedere l'elemosina 
'Ndare de longo - Insistere, continuare insistentemente 
'Ndare de mazucheto- Andare a mangiare a sbafo, ospite 
'Ndare de stranbalon - Procedere in modo incerto, malfermo 
'Ndare in afano - Svenire 
'Ndare in brodo de xìsole - Cadere sfinito 
'Ndare in camporela - Fare l'amore in mezzo al prato 
'Ndare in catinora - Andare in malora, morire 
'Ndare in oca - Dimenticare 
'Ndare in tanta malora - Andare a finire lontano 
'Ndare par aria co gnente - Arrabbiarsi facilmente 
'Ndare su par Montemerlo - Buscarle, essere punito 
'Ndare via de baucon - Procedere in modo malfermo 
'Ndare zo de bruto - Non andare tanto per il sottile

 
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MODI DI DIRE VENETI

Post n°442 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da FEDERALISTACONVINTO
 

Butare fora anca l'ànema - Vomitare molto 
Butare in aseo - Finire male 
Butare in vaca - Semplificare, ridurre senza valore 
Butare mente - Dare ascolto
Catàre da dire - Discutere, litigare 
Catàre la bala d'oro -Trovare l'occasione della vita, avere fortuna 
Catarghe l'angolo -Trovare la soluzione 
Catarghe l'ere -Trovare la soluzione 
Catarse come capelo falà -Rimanere a mani vuote. Rimanere deluso
Ciapare el colera - Ammalarsi 
Ciapare la carne - Essere rimproverati 
Ciapare na àtola - Prendere una forte botta, una sberla 
Ciapare na bruta anda - Prendere una brutta piega; essere sulla cattiva strada 
Ciapare na inbotonada - Prendere una fregatura 
Ciapare on lièvore - Cadere in acqua, in una pozzanghera
Darghe el contentin - Accontentare 
Darghe la carne - Strapazzare, rimproverare 
Dargee la piena - Colmare, rabboccare, riempire 
Darghe na man de bianco - Picchiare/imbiancare il muro 
Darghe na onta e na ponta - Fare una lode e un rimprovero (mano di ferro in guanto di velluto) 
Darghe on colpo ala bota e on colpo al sercio -Accontentare tutti 
descantase fora - svegliarsi/essere più svegli 
Darse le man in torno - Darsi da fare 
Darse na regolada - Mettersi in riga 
Ghe da fastidio anca na spelaja de ajo - Si dice di persona molto delicata
El ga do bone massele - E' un mangiatore formidabile 
El ga el gran de pevaro sol culo - E' irrequieto, impaziente 
El ga el cagnon - Si dice di vino andato a male 
El ga el male dela pria - E' impegnato in lavori sulla casa 
El ga el morbin - Si dice di persona che non sa stare ferma 
El ga el naso che pissa in boca - Ha il naso ricurvo 
El ga girà come on cao de zucàro - Si dice di persona che ha viaggiato poco 
El ga i oci fodrà de parsuto - Non si accorge di nulla 
El ga la pivìa - Parla incessantemente 
El ga la racola - Parla continuamente 
El ga le orbarole - Ha le traveggole 
El ga magnà pesse bauco - E' un tonto 
El ga morsegà le tete a so mare - E' particolarmente cattivo 
El ga na testa da àmoli - Si dice di persona sciocca, stupida 
El ga on grado pì de l'aqua - Conta poco o nulla 
El ga roto la passaja del prete - Ha perso un dente 
El ga za el giglio sol bignigolo - E' morto da un pezzo 
La ga ingiurio el mango dela scoa - Cammina impettita, è altera
El xe nato in calare de luna - Non è molto sveglio 
El xe nato in cressìre de luna - E' sano e forte 
El xe nato sol bonbaso - E' fortunato, è viziato 
El xe 'nda via co i sui - E' impazzito, è fuori di testa 
El xe on can grosso - E' una persona importante 
El xe on macaron - E' un tonto 
El xe on màsaro - E' rozzo, è uno sciupafemmine 
El xe on vin da pumi - E' un vino senza valore, di scarsissima qualità 
El xe sole man dela poja - E' in cattive mani, è in balia di persone poco raccomandabili 
El xe tajà co la manara - E' rozzo, è tutto d'un pezzo 
El xe vecio come el cuco - E' vecchissimo 
El xe vecio come Marco Caco - E' vecchissimo 
La xe drio conprare - E' incinta 
La xe in stati - E' incinta 
La xe jeja nera - E' miseria nera 
La xe na pia descusia - E' una lagna 
Xe come ciuciare on musso pa' i feri - Non c'è soddisfazione, non c'è gusto 
Xe mejo 'vere zinque schei de mona - E' meglio essere disponibili, comprensivi 
Xe pezo el tacon del sbrego - E' peggiore il rimedio che il malanno 

El xe bruto che'l l'inzende E' brutto da far impressione 
El xe come la mussa del stracaro E' conosciuto dappertutto 
El xe finio so na ponta E' in un vicolo cieco 
El xe incalmà co l'oco E' tonto 
El xe largo in ponta E' avaro 
El xe macà in testa E' stupido, tonto, matto 
El xe na bronza cuerta E' un finto calmo 
El xe na lagna E' uno che si lamenta sempre 
El xe na spiera E' magrissimo 
El xe nato al'onbrìa Non è molto sveglio

 
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MODI DI DIRE VENETI

Post n°441 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da FEDERALISTACONVINTO
 

aver l'oso de morto in scarsela - essere molto fortunato 
Avere el buelo drito - Mangiare in modo insaziabile 
Avere i oci da pesse straco - Avere l'espressione abbattuta 
Avere l'ànema sui cavaliti - Essere ridotto molto male 
Avere na fame orba - Essere molto affamato 
Avere oncora i oci da late - Essersi appena alzato da letto 
Avere oncora la scorza de ovo in testa - Essere immaturo 
Avere quatro asse in crose - Essere povero in canna, non possedere nulla 
'Vere catà la bala d'oro - Essere stati fortunati, aver fatto la propria fortuna 
'Vere el fuogo salvego - Essere impazienti, non stare mai fermi 
'Vere le man sbuse - Essere uno sperperone 
'Vere na vita da sachi - Essere molto robusto 
'Vere on brazo curto e uno longo - Avere poca voglia di lavorare 
'Vere on buso so'l stomego - Avere fame 
'Verghene on gaglio - Stare poco bene, aver preso un malanno. 

 
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LA BATTAGLIA DI LEPANTO 7 OTTOBRE 1571 VENEZIA SALVA L'EUROPA DA L'ISLAM

 

  La storica battaglia che grazie alla serenissima repubblica di san marco permise di scacciare l'invasione islamica di tutta l'Europa. 

 

La battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571 in cui una flotta multinazionale composta, da Spagna, Francia, Austria, Papato e dallo Stato Veneto (sue erano 110 galee su 210, tra cui sei nuove galeazze armatissime), si scontrò e distrusse la flotta turca che minacciava di invadere l'Europa. 
Furono proprio le galeazze venezie, prime fortezze del mare, a decidere le sorti della battaglia, infatti vennero schierate davanti alla flotta europea ed inflissero enormi danni alla flotta turca nei primi minuti dello scontro; 

La sera prima della battaglia gli equipaggi cristiani invocarono la protezione della Vergine Maria, e la mattina del 7 ottobre dell'anno 1571 ebbe inizio la battaglia. 
Il comando della flotta cristiana era stato affidato a Giovanni d'Austria, assistito dall'esperto Comandante veneziano Sebastiano Venier. 
Esso divise la flotta in un corpo centrale sostenuto da 2 forti ali di galere. 
L'ala sinistra, composta da navi venete, era guidata da Agostino Barbarigo, che sarebbe caduto durante lo scontro. 
Al centro della flotta turca, sulla nave ammiraglia,chiamata la Sultana, sventolava uno stendardo verde, prelevato alla Mecca, che recava ricamato in oro per 28900 volte il nome di Allah, di fronte, in formazione a croce, era schierata la flotta cristiana,sulla cui ammiraglia, comandata da don Giovanni d'Austria, garriva un enorme stendardo blu con la raffigurazione del Cristo in Croce. Davanti allo schieramento c'erano sei galeazze veneziane, vere e proprie fortezze galleggianti. 
Lo scontro fu terribile. Dopo cinque ore di battaglia, la Lega cristiana aveva perso più di 7000 uomini, tra questi 4800 erano Veneziani, 2000 spagnoli, 8000 pontifici; i feriti erano circa 20000. 
I Turchi, letteralmente distrutti, contavano più di 25000 perdite e 3000 prigionieri. 
Morirono un numero grandissimo di Patrizi veneti imbarcati come ufficiali.

 

 

 
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