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Progetto Islandese

Post n°65 pubblicato il 13 Maggio 2020 da ellistar2012

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Trasformare la CO2 in roccia per frenare il riscaldamento globale

Le rocce basaltiche islandesi.

ANDREA DI PIAZZA2 SETTIMANE FA

L'idea di trasformare la CO2 in roccia per frenare

il riscaldamento globale non è una novità, ma se

anziché riuscirci in migliaia di anni lo si fa in tempi

record ecco che la cosa si fa davvero interessante.

La notizia arriva dall'Islanda. Ecco di cosa si tratta.

Iniettare la CO2 nel sottosuolo e trasformarne il 90%

in minerali nel giro di soli due anni.

Sono questi gli eccellenti risultati raggiunti dal progetto

Carbfix in Islanda, uno dei venti finalisti candidati ad

ottenere il prestigioso Keeling Curve Prize.

Il progetto, che va avanti ormai da diversi anni, sfrutta i

basalti islandesi come volume geologico per lo stoccaggio

del gas, una scelta che si è rivelata efficace e sicura e

che apre nuove prospettive per la lotta al riscaldamento

globale.

I basalti d'Islanda

Gran parte dei progetti di cattura e stoccaggio dell'anidride

carbonica sfruttano le rocce sedimentarie come volume

serbatoio per l'immagazzinamento del gas che penetra nei

pori della roccia e può dissolversi nelle acque sotterranee o

reagire con la roccia incassante formando minerali carbonatici.

Tuttavia il processo richiede migliaia di anni, rendendo questa

soluzione sfavorevole per mineralizzare la CO2 abbastanza

velocemente da soddisfare la potenziale domanda o da evitare

che eventi geologici improvvisi come i terremoti possano

provocare fughe di gas.

Una soluzione a questo problema arriva dalle rocce magmatiche

basiche come i basalti che, oltre ad essere ampiamente diffusi

su tutto il Pianeta, contengono alte concentrazioni di calcio e

magnesio, ioni che possono reagire facilmente con la CO2 producendo

minerali di calcite, dolomite e magnesite. Con l'obiettivo dunque

di testare la capacità di immagazzinamento dell'anidride carbonica

da parte di alcuni dei basalti più famosi del mondo il sito della

centrale geotermica di Hellisheiði in Islanda è diventato il cuore

pulsante del progetto Carbfix.

Il team, guidato dal Reykjavik Energy, ha ideato il sistema che

dissolve la CO2 catturata dal processo industriale nelle acque

reflue dell'impianto, iniettando poi il tutto a centinaia di metri di

profondità nelle rocce basaltiche.

Alla fine del 2018, il sistema aveva catturato e stoccato circa

66.000 t di gas (sia CO2 che H2S), ovvero oltre il 40% delle

emissioni generate dalla centrale.

Secondo i risultati ottenuti, oltre il 90% del gas iniettato si è

trasformato in minerale nel giro di un paio d'anni. 

Un processo estremamente rapido ma con qualche punto critico,

l'acqua innanzitutto: per l'iniezione di una tonnellata di anidride

carbonica ne servono 25 di acqua.

Il metodo, inoltre, va testato anche in altri basalti del Pianeta,

piccole variazioni composizionali della roccia ospite possono

portare a ben differenti tassi di mineralizzazione.

Di certo i rapidi tempi di stoccaggio dei gas iniettati candidano

 i basalti islandesi come uno dei migliori serbatoi naturali al

mondo.

Un processo naturale

Grazie alle loro proprietà chimiche, rocce basiche e ultrabasiche

come basalti e peridotiti sono l'ambiente ideale per i processi

di carbonatazione naturale.

È stato stimato per esempio che l'alterazione dei basalti presenti

sulle terre emerse del nostro Pianeta, dovuta agli agenti atmosferici,

contribuisce per il 30% alla rimozione naturale della CO2

dall'atmosfera.

Allo stesso modo in natura la mineralizzazione della CO2 è un

processo che avviene costantemente in ambienti vulcanici.

I basalti dei sistemi vulcanici e geotermici sottomarini, per esempio,

ricevono costantemente grandi quantità di anidride carbonica dal

magma che degassa in profondità.

 È il caso delle dorsali oceaniche, dove la circolazione idrotermale

coinvolge il primo km di crosta oceanica con una conseguente

interazione CO2-acqua-basalto: soltanto in questo spazio si riescono

a mineralizzare circa 40Mt di anidride carbonica all'anno.

Proprio in Islanda, porzione emersa della dorsale medio atlantica,

è stato stimato che un basalto fresco può immagazzinare naturalmente

oltre 100 kg di CO2 per metro cubo.

Sulla base di questa stima, la capacità teorica di stoccaggio lungo

le dorsali oceaniche (ammesso che la composizione del basalto non

vari grandemente) e dell'ordine di 100.000 - 250.000 Gt di CO2,

diversi ordini di grandezza in più rispetto alla quantità di anidride

carbonica che ogni anno viene liberata a livello globale dalle attività

umane (circa 36,8 Gt nel 2019). 

Teoricamente dunque le capacità di immagazzinamento della CO2

da parte dei basalti oceanici e terrestri sono enormi e con la

tecnologia giusta, potrebbero essere una delle soluzioni determinanti

per lo stoccaggio definitivo dell'anidride carbonica e per la lotta

al riscaldamento globale.

Prossimo passo: sottrarre CO2 all'atmosfera

Ad oggi i sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 esistenti (Carbon

Capture and Storage, CCS) riescono a processare circa 40 Mt di gas

ogni anno e sono applicati principalmente a determinati processi

industriali. 

Per rispettare l'Accordo di Parigi e contenere la crescita della

temperatura media globale a 1.5°C, bisognerebbe però catturare e

stoccare almeno 190 Gt di anidride carbonica.

Una quantità enorme che richiederebbe un aumento del numero di

impianti CCS esistenti di almeno 2.500 unità entro il 2040, ma

soprattutto la cattura della CO2 direttamente in aria.

Ciò è possibile attraverso i sistemi di cattura diretta dell'aria

(Direct Air Capture, DAC), che filtrano direttamente l'aria

attraverso un solido o un liquido capace di rimuovere selet-

tivamente l'anidride carbonica sfruttando processi di assorbi-

mento e adsorbimento. Combinando i due sistemi ed instal-

landoli nei pressi di un serbatoio basaltico, esattamente come

si sta sperimentando nel progetto Carbonfix, sarà possibile

creare siti di stoccaggio in grado di rimuovere grandi quantità

di CO2 dall'atmosfera.

Tuttavia ad oggi le tecnologie di tipo DAC sono abbastanza

poco mature (al momento la capacità di filtraggio è dell'ordine

delle migliaia di t di CO2 per anno) e anche piuttosto costose

(da 90 a 900$ per tonnellata di CO2), si tratta infatti di

tecnologie estremamente energivore. Ricercatori e aziende,

intraviste le grandi potenzialità di queste tecnologie, si stanno

impegnando per renderle più competitive ed operative in

un immediato futuro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

RIPRODUZIONE CONSENTITA CON LINK A ORIGINALE

E CITAZIONE FONTE: RIVISTANATURA.COM

 
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