Capitani e non solo
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Drammatico Sos dalla nave in ostaggio "Aiutateci, i pirati vogliono torturarci"
Post n°116 pubblicato il 10 Giugno 2011 da Blogini
I pirati sono convinti che ci sono delle scorte di gasolio nascoste sulla nave. Non è vero. Ma se non dico dove sono, mi torurano". E' la voce rotta da malcelati singhiozzi di Antonio Verrecchia, direttore di macchina della Safina Caylyn. La nave della società napoletana Fratelli D'Amato è stata sequestrata al largo della Somalia centoventuno giorni fa, ma alla fine di oltre quattro mesi di prigionia la situazione sembra precipitare e lo stato d'animo dell'equipaggio stagna nella disperazione. «Una disperazione rassegnata - corregge il comandante Giuseppe Lubrano Lavadera - perché oramai ci siamo rassegnati alla nostra sorte, anche se abbiamo paura di morire e questo pensiero ci assilla, ci distrugge l'animo e la mente ogni attimo della giornata». Eppure ci provano ancora una volta a chiedere aiuto, a lanciare un appello a fronte del silenzio sulle trattative per il loro rilascio o per il pagamento del riscatto il cui ultimatum è scaduto da tempo. Di italiani a bordo sono rimasti in due, gli altri tre portati a terra, in una zona desertica. Il comandante Lubrano e il direttore di macchina Varrecchia sono soli con gli indiani dell'equipaggio e i pirati armati fino ai denti. Chiedono un pezzo di carta e una penna, scrivono un messaggio accorato, chiamano Repubblica. Legge il comandante Lubrano: «A centoventuno giorni dalla cattura non riusciamo ancora a scorgere uno spiraglio di luce che indichi la fine di un incubo. Siamo ancora vivi, ma allo stremo delle nostre forze fisiche e mentali. La sera ci addormentiamo in preghiera non sapendo se la mattina saremo ancora vivi. Vi chiediamo pietà e aiuto per dei poveri fratelli sfortunati. Siamo caduti involontariamente in questa tragedia, non abbiamo commesso alcun crimine, non meritiamo questa sorte... Siamo cittadini italiani come voi». Si spezza la voce del comandante, poi Lubrano ci riprova, fa un respiro profondo, riprende fiato e racconta: «Sapete, ieri i pirati somali hanno litigato tra loro perché non arriva il riscatto e c'è stata una sparatoria a bordo. Uno dei pirati è rimasto ferito e ha avuto una forte emorragia. Lo abbiamo soccorso e medicato, ora sta meglio. Nessun altro è stato colpito, ma da quel momento l'equipaggio è nel panico. Potrebbe succedere anche a qualcuno di noi». «Le umiliazioni che siamo costretti a subire aumentano di giorno in giorno - continua il comandante - Siamo costretti a fare tutto davanti ai pirati, non abbiamo alcuna privacy e c'è sempre un fucile puntato addosso. Il gasolio sta per finire e resteremo al buio, non potremo fronteggiare nessuna emergenza e certo non ci sono scorte nascoste. Dunque chissà cosa ci aspetta. Non solo. Ci sono i venti monsonici e rischiamo di collidere con le altre tre navi sequestrate che si trovano a poca distanza. Con una inevitabile perdita di vite umane. Per tutto questo aiutateci, siete la nostra sola speranza». Conclusione a cura di Giorgio Blandina Le associazioni di categoria rimangono insensibili a questa tragedia. I soci paganti si affidano loro ignari, pagando quote associative per permettere a vecchi babbioni e logorroici di avere un posto al coperto dove far "passare" la mattinata in sostituzione della panchina del parco invece di difendere nelle sedi istituzionali il diritto al lavoro sicuro ed una vita dignitosa dei loro iscritti. Adesso è il momento di dire basta e mobilitarci tutti. "Incateniamoci" davanti a Montecitorio non lasciando soli i nostri amici colleghi naviganti e le loro disperate famiglie.
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