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Sette i connazionali sulla "Montecristo". Per adesso nessuna richiesta di riscatto
Post n°156 pubblicato il 11 Ottobre 2011 da Blogini
Un'altra nave assaltata dai pirati somali. Un'altra nave italiana sequestrata. Sono tre, adesso, i cargo con nostri connazionali a bordo nelle mani dei nuovi filibustieri: dopo le petroliere «Savina Caylyn» (8 febbraio) e «Rosalia D'Amato» (21 aprile), ieri nel mirino dei predoni del mare è finita la «Montecristo», una portarinfuse (materiali ferrosi) della Dalmare Spa, società del gruppo D'Alesio di Livorno, 188 metri di lunghezza per 23 uomini di equipaggio: sette italiani, dieci indiani e sei ucraini. La «Montecristo» era partita da Liverpool ed era diretta, via Canale di Suez, a Phu Myin in Vietnam. L'attacco è avvenuto intorno alle 6.45, ora italiana, a circa 620 miglia a Est della costa della Somalia, nel Golfo di Aden. Un assalto con beffa, perché la nave era stata scortata fino a un attimo prima da una unità da guerra giapponese: quando quest'ultima si è allontanata, perché il cargo battente bandiera italiana era entrato nel «corridoio» in cui non è prevista tale «protezione», è spuntato un barchino veloce con cinque pirati armati. Il comandante, Diego Scussat, veneziano (gli altri ufficiali sono i toscani Stefano Mariotti e Luca Giglioli), ha dato l'allarme alla compagnia, informando che avrebbe messo in atto le disposizioni previste in questi casi; quindi, mentre l'intero equipaggio si è rifugiato nella «cittadella» (la stanza blindata), la comunicazione è caduta. Facile immaginare il seguito. «Non sappiamo nulla. Aspettiamo notizie», dicono i familiari del comandante. Mobilitata l'Unità di crisi della Farnesina. In azione la Nato: la «task-force» navale, comandata dall'ammiraglio Gualtiero Mattesi, ha inviato sul luogo dell'attacco una nave (americana): dista 400 miglia, impiegherà almeno 20 ore. A bordo della «Montecristo» c'erano anche altri quattro italiani (sardi, campani, trentini), specialisti addestratori in sicurezza, non armati, ingaggiati per consigliare l'equipaggio in caso di assalto. Il che ripropone la questione della vigilanza armata sulle nostre navi mercantili, militari o contractor, espediente adottato già da molti altri Paesi: oggi a Roma ci sarà la firma dell'accordo tra Paolo d'Amico, il presidente di Confitarma, la Confindustria degli armatori, e la Difesa, rappresentata dal numero uno della Marina, ammiraglio Bruno Branciforte, che apre la strada a questa forma di protezione (a monte, un decreto). Ma ci vorrà ancora del tempo per definire le regole d'ingaggio, gli accordi con i Paesi per il riconoscimento di tali figure e per stabilire chi, tra i militari, salirà a bordo (i fucilieri del San Marco?). «Siamo preoccupati per questo ritardo: non vorremmo che passassero altri mesi» dice Ignazio Messina, armatore genovese le cui navi transitano ogni giorno nelle acque più «calde» della nuova pirateria, uno dei fautori della presenza di personale armato a bordo. «È l'ennesimo attacco. Ora basta: ci devono dare la possibilità di difendere i nostri uomini, le nostre navi, i nostri commerci. Abbiamo visto che la presenza di militari armati a bordo è l'unico modo per contrastare gli assalti: bisogna impedire ai pirati di avvicinarsi alla nave, sparando. Tutto il resto serve a poco: consiglieri in sicurezza, stanze blindate... L'equipaggio sa già che fare e se si autoreclude, prima o poi deve comunque uscire, mangiare...». «Dei marittimi e del settore ci si ricorda solo ad ogni sequestro: poi, ci si dimentica - dice Nicolò Carnimeo, docente universitario a Bari, esperto di pirateria moderna -. Su 17 navi sotto sequestro in Somalia, tre sono nostre con 18 connazionali in ostaggio. È davvero troppo».
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