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Marittimi invisibili

Post n°56 pubblicato il 09 Febbraio 2011 da Blogini
Foto di Blogini

A bordo della petroliera italiana Savina Caylyn, assaltata nell'Oceano Indiano, c'è un equipaggio composto da cinque marittimi italiani e 17 indiani. Come questi 22, molti altri prima di loro sono stati vittime di sequestri da parte dei pirati.

Tuttavia, ogni volta l'attenzione dei media si limita agli episodi di cronaca, alla dinamica degli assalti o alle perdite per l'armatore, senza curarsi molto delle conseguenze sui marittimi, così come delle condizioni di vita e di lavoro di questa categoria, pressoché invisibile all'opinione pubblica.

Eppure, si tratta di lavoratori che hanno un ruolo centrale nel sistema economico internazionale. Basti pensare che il trasporto marittimo muove il 90 per cento del commercio mondiale ed è affidato al lavoro di appena un milione e duecento mila persone. Sono soprattutto uomini e vengono nella maggior parte dei casi dai paesi in via di sviluppo dell'Asia, prevalentemente Filippine, Indonesia e India.

Nella categoria dei marittimi oggi rientrano sia quelli che lavorano sulle navi mercantili sia quelli impiegati sulle navi da crociera. Ciò che li accomuna sono le condizioni di lavoro difficili, non solo per i lunghi periodi in mare, per l'estraniamento dalla vita sulla terra ferma e dalla famiglia, ma anche per il mancato rispetto dei diritti e degli standard minimi di tutela. Accanto al problema dell'incolumità, come dimostra la situazione dell'assalto in mare, esistono le questioni legate alla salute e alla sicurezza, alla precarietà del lavoro e del compenso, alle pratiche di sfruttamento, di maltrattamento e spesso di abbandono.

Per assicurare condizioni di lavoro migliori e per aiutare i buoni armatori a operare in un contesto di regole chiare e condivise, nel 2006 l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha adottato la Convenzione del lavoro marittimo (MLC, 2006), che rappresenta la "quarta colonna" della normativa marittima internazionale.

Il testo, fortemente voluto sia dai sindacati sia dalle associazioni degli armatori, stabilisce un nuovo sistema di certificazione e di controllo globale basato sulla cooperazione tra tutti gli Stati che ratificheranno la MLC, 2006. Gli standard fondamentali del lavoro dovranno essere garantiti su ogni nave e in ogni Stato di bandiera che abbia ratificato la Convenzione, a prescindere da dove si trovi l'imbarcazione con il proprio equipaggio. Inoltre, la Convenzione prevede la possibilità di ispezione nel porto del paese di approdo, nonché il rispetto delle procedure di denuncia, sia a bordo che a terra.

La nuova norma entrerà in vigore non appena avrà raggiunto i due requisiti delle 30 ratifiche, che per ora sono solo 11, e del 33 per cento del tonnellaggio mondiale, già ampiamente superato con la partecipazione dei grandi Stati di bandiera. Finora hanno ratificato: Liberia, Isole Marshall, Bahamas, Panama, Norvegia, Bosnia Erzegovina, Spagna, Croazia, Bulgaria, Canada e le isole di San Vincenzo e Grenadine.

L'Italia si è detta pronta alla ratifica nei prossimi mesi. Il direttore generale del Trasporto Marittimo del ministero dei Trasporti, Enrico Puja, ha assicurato che tutti i passaggi necessari sono stati compiuti per portare il disegno di legge all'attenzione del Parlamento.

Secondo la direttrice del Dipartimento degli standard internazionali del lavoro all'ILO, Cleopatra Doumbia-Henry, la nuova Convenzione è "uno strumento giuridico strategico" perché affronta le questioni più controverse della globalizzazione, ovvero la mobilità delle grandi compagnie, del capitale e la potenziale arbitrarietà nelle regolamentazioni. "La MLC, 2006 - ha detto - vuole garantire sia i diritti e il lavoro dignitoso per i marittimi sia una concorrenza leale tra armatori, allontanando quelli che non rispettano gli standard".

 

 
 
 
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