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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2017/2018

 

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Cineforum 2017/2018 | 15 maggio 2018

Foto di cineforumborgo

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Titolo originale: Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia: Martin McDonagh
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Fotografia: Ben Davis
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Jon Gregory
Scenografia: Inbal Weinberg
Arredamento: Merissa Lombardo
Costumi: Melissa Toth
Effetti: Union Visual Effects
Interpreti: Frances McDormand (Mildred Haynes), Woody Harrelson (Bill Willoughby, capo della Polizia), Sam Rockwell (agente Dixon), Abbie Cornish (Anne Willoughby), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Cedric), Caleb Landry Jones (Red Welby), Clarke Peters (Abercrombie), Samara Weaving (Penelope), Peter Dinklage (James), John Hawkes (Charlie), Amanda Warren (Denise), Kerry Condon (Pamela), Michael Aaron Milligan (Pal), Lawrence Turner (Tony), Jerry Winsett (Geoffrey), Malaya Rivera Drew (Gabriella Forrester), Darrell Britt-Gibson (Jerome), Nick Searcy (padre Montgomery), Sandy Martin (Mama Dixon), Kathryn Newton (Angela)
Produzione: Graham Broadbent, Peter Czernin, Martin McDonagh per Blueprint Pictures/Film4/Fox Searchlight
Distribuzione: 20th Century Fox Italia
Durata:121'
Origine: Gran Bretagna, 2017
Data uscita: 11 gennaio 2018
Premio per la migliore sceneggiatura alla 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2017); Golden Globes 2018 per: miglior film drammatico, attrice protagonista (Frances McDormand), attore non protagonista (Sam Rockwell) e sceneggiatura; Oscar 2018 per: miglior attrice protagonista (Frances McDormand) e attore non protagonista (Sam Rockwell).

Ebbing, Missouri. Mildred Hayes, arrabbiata ed esasperata dal fatto che dopo sette mesi di ricerche non sia ancora stato catturato l'assassino di sua figlia, decide affiggere tre cartelloni per sollecitare le autorità locali ad andare avanti con le indagini, soprattutto lo stimato capo della polizia locale Bill Willoughby. Il suo gesto scatenerà il disappunto non solo del corpo di polizia, ma anche di molti suoi concittadini. La situazione si complica quando l'agente Dixon, un ragazzo immaturo e viziato, si intromette fra la donna e le forze del'ordine di Ebbing. Mildred, però, non ha alcuna intenzione di mollare ed è pronta a tutto pur di ottenere giustizia...
Non è certo un vezzo didascalico o uno sfoggio di cultura toponomastica aver voluto rimarcare con tanta precisione l’ambientazione del film (a Ebbing, Missouri) fin dal titolo. Piuttosto è la necessaria puntualizzazione di un retroterra che non è solo geografico ma prima di tutto culturale e sociale. Getaway to the West, punto di partenza dei pionieri verso la colonizzazione del West, ultimo avamposto della civiltà prima dell’incontro con la Wilderness, la natura selvaggia, il Missouri sembra compiacersi delle proprie contraddizioni, fin da quando aderì all’Unione pur essendo uno Stato dove era ammessa la schiavitù.
E gli opposti si intrecciano anche in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, cancellando ogni possibile distinzione, a cominciare da quella morale, nella storia che il regista sceneggiatore Martin McDonagh ha voluto ambientare in questa immaginaria (?) cittadina del Midwest, dove la tranquillità quotidiana è scossa da improvvise vampate di violenza. Come quella che ha causato lo stupro e poi la morte di un’adolescente. Il corpo bruciato ha cancellato forse tutti i possibili indizi e l’inchiesta dello sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) dopo sette mesi sembra girare a vuoto. È per questo che all’inizio del film vediamo la madre della vittima, la spigolosa Mildred (Frances McDormand), affittare tre giganteschi manifesti stradali per rendere pubblica la propria rabbia di fronte all’impotenza della legge.
Se c’è chi difende l’iniziativa della donna, la maggioranza sembra disapprovarla ma soprattutto per scelta di campo, non di merito: pensarsi dalla parte della legalità vuol dire difendere in ogni caso l’operato dei suoi tutori, anche quando sono violenti e apertamente razzisti come il vicesceriffo Dixon (Sam Rockwell), che non perde occasione per passare alle vie di fatto. E così la storia si allarga da inchiesta poliziesca a ritratto di una comunità, da giallo a (melo) dramma per incamminarsi lungo quel percorso che potremmo chiamare con termine vittoriniano ‘americana’ per la sua capacità di restituire un po’ della contraddittoria anima di un popolo e di una cultura, del suo sangue e del suo cuore, della sua anima e dei suoi sogni.
I colpi di scena non mancano nel film, a volte conducono lo spettatore lungo piste che poi si rivelano controproducenti o mettono in risalto facce inaspettate dei personaggi, non sempre così schematici come potrebbero sembrare a prima vista. Tante sorprese che la sceneggiatura dosa con l’esperienza di chi si è fatto le ossa a teatro (McDonagh ha vinto con le sue pièce ben tre Laurence Olivier Awards, i più importanti premi teatrali inglesi) e ha affinato la sensibilità per l’imprevisto e i cambiamenti di tono. Perché uno dei meriti del film è anche la capacità di passare dai toni della commedia a quelli del dramma, dalla farsa alla commozione, pronto a lenire con un inatteso ricorso al sorriso - se non proprio alla risata - l’effetto della tragedia che aleggia su tutta la storia. L’altra grande qualità del film è la prova collettiva del cast. Se Frances McDormand sta collezionando meritatamente nomination e premi, Woody Harrelson e Sam Rockwell non le sono da meno, perfetti nel restituire quella ruvidezza e insieme quella carica di empatia che inchiodano lo spettatore allo schermo, senza perdere un fotogramma di questo miscuglio di rabbie e di vendette, di inaspettate generosità e di sorprese.
Il che ci porta all’ultimo grande merito di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, e cioè la capacità di recuperare, rinnovandola, la grande tradizione del cinema di genere. Che non vuol dire la sagra dei luoghi comuni e delle strizzatine d’occhio citazioniste, ma la capacità di raccontare una storia che sappia interessare e appassionare senza dimenticare di scavare più a fondo, capace di aprire l’intelligenza dello spettatore verso altri percorsi (e perché no, riflessioni), con una ricchezza di spunti affascinanti e coinvolgenti. Come ci aveva insegnato il grande cinema di ieri, dei Samuel Fuller, dei Jacques Tourneur, dei Raoul Walsh ma anche dei Freda, dei Castellani o di Soldati.
Paolo Mereghetti, Corriere Della Sera

MARTIN MCDONAGH
Filmografia:
Six shooter (2005), In Bruges - La coscienza dell'assassino (2008), 7 psicopatici (2012), Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Arrivederci a martedì 9 ottobre 2018!
 

 
 
 
 
 

Cineforum 2017/2018 | 8 maggio 2018

Foto di cineforumborgo

IN VIAGGIO CON JACQUELINE

Titolo originale: La vache
Regia: Mohamed Hamid
Sceneggiatura: Mohamed Hamidi, Alain-Michel Blanc, Fatsah Bouyahme
Fotografia: Elin Kirschfin
Musiche: Ibrahim Maalou
Montaggio: Marion Monnie
Scenografia: Arnaud Rot
Costumi: Hadjira Ben-Raho
Interpreti: Fatsah Bouyahmed (Fatah), Lambert Wilson (Philippe), Jamel Debbouze (Hassan), Julia Piaton (giornalista), Hajar Masdouki (Naïma), Abdellah Chakiri (Mokhtar), Amal El Atrache (maestro di scuola), Miloud Khetib (Hamé Hamed), Christian Ameri (Lucien), Karina Marimon (Cathy), Patrice Thibaud (il mago), Charline Paul (Claire), Catherine Davenier (Jacqueline), François Bureloup (funzionario), Pierre Diot (leader del sindacato agricolo), Denis Leroy (allevatore sindacalista), Brigitte Guedj (Nicole), Ophélia Kolb (Stéphanie), Malik Bentalha (ragazzo al Salone), Fehd Benchemsi (Samir del webcaffè
Produzione: Nicolas Adassovsky Duval, Yann Zenou, Laurent Zeitoun, Jamel Debbouze per Quad/Kissfilms, in coproduzione con Pathé/France 3 Cinéma/Agora Films/14ème Art Production/Ten Film
Distribuzione: Teodora Fil
Durata: 92'
Origi
ne: Francia, Marocco, 2017
Data uscita: 23 marzo 2017

Fatah, contadino di un piccolo paese algerino, ha occhi solo per la sua mucca Jacqueline e sogna di portarla un giorno a Parigi, al Salone dell'Agricoltura. Per questo, quando riceve l'agognato e prezioso invito, con gran sorpresa dell'intero villaggio, lui che non ha mai lasciato la sua campagna, prende il traghetto per Marsiglia e attraversa tutta la Francia a piedi per giungere a Porte de Versailles. Il viaggio si rivelerà un'occasione per Fatah e Jacqueline di fare incontri sorprendenti e di vivere un'avventura umana, fatta di scambi di aiuto e folli risate. Un viaggio inaspettato e pieno di tenerezza, nella Francia di oggi.
Respingendo l’overdose di volgarità e faziosità che ci assedia al cinema, non perdete la chance di una pausa arguta, rasserenante e benefica. “In viaggio con Jacqueline” è, infatti, una commedia, come si dice oggi, multietnica che non finiremmo mai di lodare e promuovere perché ci sembra davvero un miracolo la grazia rapsodica e la sobrietà umoristica con cui il regista franco-algerino classe 1972 Hamidi respinge i breviari degli estremisti di qualsiasi sponda e regala agli spettatori un road movie dal profilo naif ma di profonda sostanza.
Il film sfrutta, tra l’altro, appieno la bravura e la maschera del protagonista Fatah (Bouyahmed), contadino dell’entroterra algerino deciso a mettere in mostra la propria amatissima mucca al Salone dell’agricoltura e dunque, una volta sbarcato dal traghetto a Marsiglia, a procedere a piedi con l’animale al guinzaglio fino a Parigi. Il balzano ometto entrerà, così, a contatto con una galassia umana della Francia appartata e agreste alquanto composita, ma mai schiava di rabbiosi pregiudizi razzisti né animata da quelli altrettanto dannosi della trombonesca retorica dell’amore e dell’accoglienza. Senz’altro attrezzato in cinefilia, il regista non si limita a citare un classico autoctono con Fernandel (“La vacca e il prigioniero”, ‘59), ma riesce a intrecciare incontri, contrattempi, amicizie e incidenti con l’estrosa libertà tra il realistico e il favolistico di film hollywoodiani fuori standard come “Little Miss Sunshine” o “Una storia vera”.
Valerio Caprara, Il Mattino

Tra le ispirazioni dichiarate c'è “Una storia vera” di David Lynch ma “La vache” - questo il titolo originale di “In viaggio con Jacqueline” - molto ama un film come “La vacca e il prigioniero” di Henri Verneuil, con Fernandel che interpretava un prigioniero in fuga dai tedeschi insieme a una mucca, e più in genere il patrimonio della tradizione comica d'oltralpe. Anche se Mohamed Hamidi, ex insegnante e tra i fondatori di Bendy Blog, il paesaggio un po' idilliaco, quasi dai toni fiabeschi, di un tempo lontano, lo punteggia di molte sfumature del presente: con grazia, senza urlare o sottolineare, mantenendo la lievità gentile di un umorismo miscelato teneramente alla fantasia. E dimostra una bella sicurezza di intenti e di scrittura nel modulare la commedia anche nelle sfumature e nei contrasti più rodati che il protagonista della storia, complice la sua co-attrice, reinterpretano nel proprio universo. Fatah Behabbes (Fatsah Bouyahmed) ha due passioni: la Francia e Jacqueline, la sua mucca fulva a cui riserva moltissime attenzioni, al punto che anche la moglie ne è gelosa. Un giorno spera di partecipare al Salone dell'agricoltura in Francia portandola sul podio, e ogni anno rinnova la richiesta. Nel villaggio algerino dove vive tutti si chiamano Mohammed, lui che ha pure un nome diverso è considerato un eccentrico, preso in giro dagli altri uomini per la sua sbadataggine e per l'amore con cui si occupa della sua vacca - da pochi accenni capiamo anche che non è un macho che chiude moglie e figlie, due vispe bimbette, in casa...
Quel microcosmo che guarda alla Francia con stupore e desiderio è popolato da maschi che passano la giornata al caffé o davanti al computer sperando di sposare una donna francese e di andarsene. «Potrebbe essere tua nonna» grida Fatah alla signora bionda francese con cui chatta un ragazzetto del posto. Finché l'invito arriva ma il Salone non paga le spese di viaggio, e così Fatah si imbarca - letteralmente - per arrivare a Parigi a piedi. La nave, Marsiglia e il suo porto, e infine il lungo cammino verso la capitale popolato da incontri, persone amichevoli o scontrose, sospetti e affetto, camerieri e aristocratici (magari in bolletta) casette e castelli come quello dove vive il nobile Philippe (Lambert Wilson).
On the Road del cuore, sospeso nel rapporto tra i due paesi, Francia e Algeria, antico, mai risolto, profondo e conflittuale in cui l'immagine di entrambi, il primo idilliaco, dove non esiste razzismo e anche i poliziotti alla frontiera sono gentili (il contrario di quanto promette la campagna elettorale di Marine Le Pen), e il secondo osservato attraverso il villaggio del protagonista che sembra un teatrino nel deserto, diventano una sorta di antidoto agli stereotipi di lettura del presente e degli altri. In un dispositivo che mette al centro la comicità e la commozione, il Forrest Gump Fatah sa, col suo fare semplice, di fronteggiare strumentalizzazioni dei media e ipocrisie, il pregiudizio. la chiusura, la negazione della curiosità verso 1'altro. Sotto lo sguardo enigmatico (e complice) di Jacqueline. una novella Gioconda.
Cristina Piccino, Il Manifesto

MOHAMED HAMIDI
Filmografia:
In viaggio con Jacqueline (2016)

Martedì 15 maggio 2018:
TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI di Martin Mc Donagh, con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish

 

 
 
 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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