CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2018/2019

 

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Cineforum 2018/2019 | 20 novembre 2018

Foto di cineforumborgo

 

AMMORE E MALAVITA

Regia: Manetti Bros., Michelangelo La Neve
Soggetto: Michelangelo La Neve, Antonio Manetti, Marco Manetti, Carlo Macchitella
Sceneggiatura: Antonio Manetti, Marco Manetti, Michelangelo La Neve
Fotografia: Francesca Amitrano
Musiche: Pivio, Aldo De Scalzi; la canzone “Bang bang” (musica di Pivio & Aldo De Scalzi, testi di Nelson) è interpretata da Serena Rossi, Franco Ricciardi, Giampaolo Morelli.
Montaggio: Federico Maria Maneschi
Scenografia: Noemi Marchica
Costumi: Daniela Salernitano
Effetti: Palantir Digital Media
Suono: Lavinia Burcheri (presa diretta), Simone Costantino (microfonista), Claudio Spinelli (montaggio), Gianluca Basili (creazione suoni), Sergio Basili (creazione suoni), Nadia Paone (mix)
Interpreti: Giampaolo Morelli (Ciro), Serena Rossi (Fatima), Claudia Gerini (Donna Maria), Carlo Buccirosso (Don Vincenzo), Raiz (Rosario), Franco Ricciardi (Gennaro), Antonio Buonuomo (zio Mimmo), Ivan Granatino, Andrea D'Alessio, Pino Mauro, Antonino Iuorio, Rosalia Porcaro, Lucianna De Falco, Graziella Marina, Antonio Fiorillo
Produzione: Carlo Macchitelli, Manetti Bros. per Madeleine/Manetti Bros. Film, con Rai Cinema, in collaborazione con Tam Tam Fotografie/Mompracem
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 134'
Origine: Italia, 2016
Data uscita: 5 ottobre 2017
Premio Francesco Pasinetti-SNGCI e il premio speciale Soundtrack Stars alla 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2017); David di Donatello 2018 PER: miglior film, migliore attrice non protagonista (Claudia Gerini), musicista, canzone originale (“Bang Bang”), costumista.

Napoli. Ciro è un temuto killer. Insieme a Rosario è una delle due ‘tigri’ al servizio di don Vincenzo, "o' re do pesce", e della sua astuta moglie, donna Maria. Fatima è una sognatrice, una giovane infermiera. Due mondi in apparenza così distanti, ma destinati a incontrarsi, di nuovo. Una notte Fatima si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. A Ciro viene dato l'incarico di sbarazzarsi di quella ragazza che ha visto troppo. Ma le cose non vanno come previsto. I due si trovano faccia a faccia, si riconoscono e riscoprono, l'uno nell'altra, l'amore mai dimenticato della loro adolescenza. Per Ciro c'è una sola soluzione: tradire don Vincenzo e donna Maria e uccidere chi li vuole uccidere. Nessuno può fermare l'amore. Inizia così una lotta senza quartiere tra gli splendidi scenari dei vicoli di Napoli e il mare del golfo. Tra musica e azione, amore e pallottole.
Non si fa in tempo a pensare “quanto poco credibile è la Gerini in lacrime, in questa scena del funerale” che subito scopriamo che il suo personaggio piange lacrime false: il morto nella bara non è suo marito, don Vincenzo, grande boss del mercato ittico, ma un sosia.
Come in “Agente 007 - Si vive solo due volte”, il decesso è semplicemente una messa in scena. La vedova Donna Maria, che da serva ha sposato il suo padrone, deve alla propria cinefilia quest’idea geniale. I Manetti, proprio grazie all’eterogeneità dei loro gusti cinematografici e della loro carriera, tra film, spot e tv, trovano in “Ammore e malavita” un equilibrio instabile ma sorprendente. La colonna sonora è da segnalare, sia per l’efficacia con cui le canzoni, quasi sempre intradiegetiche, raccontano i personaggi, anche nelle loro violente interazioni (menzione speciale per la cover di “What A Feeling” in napoletano), sia per come spazia dalla musica neomelodica al funk, dalla disco music al rock, dall’r&b all’hip hop. Tra ralenti, split screen, inquadrature oblique, pianisequenza in steadicam, soggettive, transizioni a tendina, rossi accesi e blu elettrici, luci livide, verdastre, si sorride per i riferimenti parodici a “Gomorra” e al turismo della paura a Scampia. Tra gli interpreti, a parte il solito impagabile Buccirosso e Claudia Gerini nei momenti di canto e ballo, è apprezzabile Raiz degli Almamegretta, in un ruolo truce da sicario. Meno esuberante il Morelli di Coliandro, che scansa le pallottole come in “Matrix”. Ambientato a Napoli, com’era anche il precedente “Song’e Napule”, il film non è privo di difetti, dalla lunghezza eccessiva alle svolte narrative a tratti poco convincenti. Eppure, merita grande considerazione, non fosse altro che per la freschezza e la leggerezza con cui ingredienti della più disparata provenienza si mescolano ironicamente. Tanti gli omaggi alla gloriosa tradizione della sceneggiata napoletana, con l’apparizione indimenticabile di uno dei suoi re, Pino Mauro. La commedia (si cita “Il marchese del grillo”, ma anche “Notting Hill”), il cinema di sparatorie e tradimenti di Hong Kong, i migliori film d’azione e thriller americani (la stanza di “Panic Room”, il confronto a distanza tra ‘animali’ simili di “Heat - La sfida”) e il musical vero e proprio, con tanto di balletti, neanche fossimo a Bollywood, si fondono. Il piatto potrebbe risultare di difficile digestione, ma è una sorta di street food ‘fusion’, da servire a un pubblico vasto e popolare, quello che solitamente si tiene lontano dalle boutique del gusto del cinema d’autore più presuntuoso e vacuo.
Francesco Grieco, Mediacritica.it

Ciro (Giampaolo Morelli) e Rosario (Raiz) sono due sicari, due tigri armate di Uzi, al soldo di don Vincenzo) (Carlo Buccirosso), ‘o re d’o pesce, e la moglie Maria (Claudia Gerini). Spietati, fedeli e inappuntabili, finché Ciro non ritrova una sua fiamma, Fatima (Serena Rossi): la ragazza rischia di mandare a monte il piano di don Vincenzo e va eliminata, che farà la tigre innamorata?
(……) il cinema italiano piange miseria, e la colpa non è (tutta) degli spettatori: il film della riscossa può e deve essere questo “Ammore e malavita” dei Manetti Bros., un musical libero e sorprendente, capace di frullare sotto il Vesuvio “La La Land” e Hong Kong, “Gomorra” e Mario Merola, “Grease” e “Un posto al sole”. Già alfieri per distacco della via italiana al genere, Antonio e Marco fanno sul serio, associando all’abituale facilità - e felicità - di regia una coralità di interpreti, registri e mood senza eguali nel panorama nazionale. Pivio & Aldo De Scalzi allo spartito, Nelson alle liriche, Luca Tomassini per le coreografie, “Ammore e malavita” alla Mostra di Venezia è stato molto applaudito: c’è coraggio, intuizione e divertimento, dategli una chance.
Federico Pontiggia, Il Fatto Quotidiano

MANETTI BROS.
Filmografia
:
De-generazione (1994), Torino Boys (2000), Zora la vampira (2000), Piano 17 (2005), L'arrivo di Wang (2011), Paura (2012), Song'e Napule (2013), Ammore e malavita (2016)

Martedì 27 novembre 2018:
DETROIT di Kathryn Bigelow, con
John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie, Hannah Murray, Jack Reynor

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 13 novembre 2018

Foto di cineforumborgo

 

QUELLO CHE NON SO DI LEI

Titolo originale: D'après une histoire vraie
Regia: Roman Polanski
Soggetto: dal romanzo “Da una storia vera” di Delphine de Vigan (ed. Mondadori)
Sceneggiatura: Olivier Assayas, Roman Polanski
Fotografia: Pawel Edelman
Musiche: Alexandre Desplat
Montaggio: Margot Meynier
Scenografia: Jean Rabasse
Costumi: Karen Muller Serreau
Effetti: Georges Demétrau
Interpreti: Emmanuelle Seigner (Delphine), Eva Green (Elle), Vincent Perez (François), Josée Dayan (Karina), Camille Chamoux (agente stampa), Brigitte Roüan (documentarista), Dominique Pinon (vicino), Noémie Lvovsky (curatrice), Leonello Brandolini (editore italiano), Édith Le Merdy (vicina di Delphine), Elisabeth Quin (giornalista), Damien Bonnard (ingegnere del suono), Saadia Ben Taïeb (lettrice), Véronique Vasseur (madre di Delphine)
Produzione: Wassim Béji per WY Productions/RP Productions/Mars Films
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 110'
Origine: Francia, 2017
Data uscita: 1° marzo 2018

Delphine è l'autrice di un romanzo molto intimo e dedicato a sua madre, che è diventato un best-seller. Già esaurita per lo stress e indebolita dai ricordi, Delphine si trova ben presto tormentata anche da alcune lettere anonime in cui viene accusata di aver dato la sua famiglia in pasto al pubblico. Inoltre, è paralizzata al solo pensiero di dover tornare a scrivere. Poi, Delphine incontra Elle, una giovane donna attraente, intelligente e intuitiva, che la capisce più di chiunque altro. Delphine si affeziona a lei, si fida e si abbandona fino a quando Elle si trasferisce da lei e la loro amicizia prende una piega inquietante...
Il film gemello di “L’uomo nell’ombra”, che Roman Polanski aveva tratto nel 2010 dal romanzo di Thomas Harris, dove si mescolavano le vite, le fisionomie, le finzioni, gli amori e gli inganni di un premier britannico molto simile a Tony Blair e dello scrittore da lui ingaggiato per scrivere la sua biografia. Ma al femminile: una scrittrice di successo, molto amata dalle donne e che racconta storie di donne (compresa quella tragica di sua madre) e una sua ammiratrice, molto determinata e intrigante, che di mestiere fa, appunto, la ghostwriter, l'autrice nascosta delle ‘autobiografie’ di celebrità varie. Quindi, “Quello che non so di lei” diventa anche il film, se non gemello, comunque analogo a “Sils Maria” e a “Personal Shopper” di Olivier Assayas, che infatti firma la sceneggiatura insieme al regista. Due donne che si specchiano l'una nell'altra, che si affascinano vicendevolmente ma si scrutano con cautela, che si ‘prendono le misure’ e si usano, senza troppi scrupoli (nessuna delle due). D'altra parte, uno scrittore (come un regista) non può non essere un po' ‘vampiro’; e per di più Delphine (Emmanuelle Seigner, la scrittrice) è in crisi creativa e anche un po' colpevolizzata dall'uso che ha fatto delle sue vicende familiari, mentre El, diminutivo di Elizabeth (Eva Green), è inevitabilmente frustrata dall'oscurità nella quale è costretta a lavorare. Intorno a queste due figure, una un po' rattrappita su sé stessa, nervosamente disponibile a lasciarsi adulare e alla ricerca di linfa vitale, l'altra misteriosa, insinuante e altera (finché ha i capelli neri Eva Green sembra una moderna riproduzione della regina Grimilde della Biancaneve disneyana o di uno dei personaggi che le ha cucito addosso Tim Burton), Polanski tesse un thriller psicologico tutto sussurri, intuizioni, suggestioni, sospetti, fughe indietro o in avanti.
Avvolgente, come la colonna sonora di Alexandre Desplat (che aveva già firmato le musiche di “L'uomo nell'ombra” e “Venere in pelliccia”), fatto di molti primi piani e di volti e corpi che, nonostante la differenza d'età, finiscono per somigliarsi, di sogni finalmente costruiti con il tocco surreale, alla Dalì, del sogno, di sotterranee notazioni ironiche che sottolineano il gioco dell'assurdo nel quale ci stiamo inoltrando, Quello che non so di lei è pazientemente costruito come una ragnatela, talmente ovvia all'inizio che non può non celare qualche ulteriore inganno. Infatti, i ragni sono due, analoghi e diversi, in cerca entrambi di creazione, di affermazione di sé, di materia viva. «La gente se ne frega della finzione, delle invenzioni. La gente vuole la realtà», dice all'inizio della loro conoscenza El a Delphine (fotografando, tra l'altro, lo stato cannibalesco della cultura contemporanea): e la realtà si presenta imprevista nei panni dell'altra, da incarnare o da spolpare. Un gioco al tempo stesso ambiguo e molto scoperto, dove le apparenze non ingannano, purché si sia capaci di leggere sotto gli strati più superficiali (ed elementari) di un volto, un gesto, uno sguardo.
Classico cinema polanskiano, costruito con una semplicità e una pulizia ormai rare, al quale, a voler essere esigenti, manca solo una sequenza mozzafiato come quella delle pagine che si sfogliavano lungo il marciapiede che chiudeva “L’uomo nell’ombra”.
Emanuela Martini, Cineforum

(……) Anche qui due donne impegnate nell’esercizio, di moda nei social (il rimando bisogna cercarselo) della manipolazione (……). Una scrittrice famosa in crisi, trova conforto in una scrittrice ghost writer che un po’ alla volta (è l’insinuante, bellissima Eva contro Eva Green) le si fa amica, la circuisce, seduce, travolge con cannibalesca prepotenza. Si sostituisce a lei? Forse è illusione ottica, un fantasma, un neurone specchio in cinemascope. Non disdegnando le mansioni del thriller né il tema del doppio, Polanski ha una sicurezza narrativa sensuale in senso profondo, una mano invisibile che sfoglia la vita. Sapienza non automatica ma frutto di sofferenza e conoscenza di persone, nello splendore della loro ambivalenza. Peccato che quando si apre la caccia, con la Seigner che arranca sotto il best seller, il tragitto sia chiaro, il tema della creazione venga messo da parte, né ci siano colpi di mano filosofici come in "Venere in pelliccia". Il che non toglie il piacere di un esercizio di quel cinema - per dirla con Truffaut che fece con Polanski il ‘68 a Cannes - che fila dritto come un treno nella notte. A mezzo servizio, a scelta, tra sogno e incubo.
Maurizio Porro, Corriere della Sera

ROMAN POLANSKI
Filmografia:
Due uomini e un armadio (1958), La caduta degli angeli (1959), Il grasso e il magro (1961), Il coltello nell'acqua (1962), I mammiferi (1962), Le più belle truffe del mondo (1962) ("La collana di diamanti"), Repulsione (1965), Cul-de-sac (1966), Per favore, non mordermi sul collo (1967), Rosemary's Baby (1968), Macbeth (1971), Che? (1972), Weekend of a Champion (1972), Chinatown (1974), L'inquilino del terzo piano (1976), Tess (1979), Pirati (1986), Frantic (1988), Luna di fiele (1992), La morte e la fanciulla (1994), Gli angeli (1996), La nona porta (1999), Il pianista (2002), Oliver Twist (2005), Chacun son cinéma (2007) ("Cinéma Erotique"), L'uomo nell'ombra (2010), Carnage (2011), Venere in pelliccia (2013), Quello che non so di lei (2017)

Martedì 20 novembre 2018:
AMMORE E MALAVITA di Manetti Bros., con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 6 novembre 2018

Post n°395 pubblicato il 04 Novembre 2018 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 

THE POST

Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura
: Liz Hannah, Josh Singer
Fotografia
: Janusz Kaminski
Musiche
: John Williams
Montaggio
: Michael Kahn, Sarah Broshar
Scenografia
: Rick Carter
Arredamento
: Rena DeAngelo
Costumi
: Ann Roth
Interpreti
: Meryl Streep (Katharine Graham), Tom Hanks (Ben Bradlee), Sarah Paulson (Tony Bradlee), Bob Odenkirk (Ben Bagdikian), Tracy Letts (Fritz Beebe), Bradley Whitford (Arthur Parsons), Bruce Greenwood (Robert McNamara), Matthew Rhys (Robert McNamara), Alison Brie (Lally Graham Weymouth), Carrie Coon (Meg Greenfield), David Cross (Howard Simons), Jesse Plemons (Roger Clark), Michael Stuhlbarg (Abe Rosenthal), Zach Woods (Tony Essaye), David Costabile (Art Buchwald), Pat Healy (Phil Geyelin), Stark Sands (Don Graham), Michael Cyril Creighton (Jake), Austyn Johnson (Marina Bradlee), James Riordan (Vice Ammiraglio Blouin), Rick Holmes (Rick Vincent Holmes) (Murray Marder), Tom Bair (William Rehnquist), Ben Livingston (Dennis Doolin), Deborah Green (Ann Marie Rosenthal), Peter Van Wagner (Harry Gladstein), Jessie Mueller (Judith Martin), Will Denton (Michael), Philip Casnoff (Chalmers Roberts), Neal Huff (Tom Winship), David Aaron Baker (Alexander Bickel), Jennifer Dundas (Liz Hylton), Kelly AuCoin (Kevin Maroney), Dan Bucatinsky (Joe Alsop), Deirdre Lovejoy (Debbie Regan), Juliana Davies (Katharine Weymouth)
Produzione
: Steven Spielberg, Amy Pascal, Kristie Macosko Krieger per Amblin Entertainment/Dream-works/Pascal Pictures/Star Thrower Entertainment
Distribuzione
: 01 Distribution
Durata
: 118’
Origine
: U.S.A., 2018
Data uscita: 1° febbraio 2018

1971: Katharine Graham è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, Ben Bradlee è lo scostante e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kay e Ben siano molto diversi, l'indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell'informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni. La lotta contro le istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa è il cuore del film, dove la scelta morale, l'etica professionale e il rischio di perdere tutto si alternano in un potente thriller politico. I due metteranno a rischio la loro carriera e la loro stessa libertà nell'intento di portare pubblicamente alla luce ciò che quattro Presidenti hanno nascosto e insabbiato per anni.
Come “Lincoln” e “Il ponte delle spie”, anche il nuovo film di Spielberg è una rievocazione del passato americano, leggibile come metafora della politica interna attuale. La storia è nota: nel 1971 il New York Times era entrato in possesso di documenti che mostravano i retroscena del coinvolgimento degli Usa in Vietnam, ma il governo ne aveva proibito la pubblicazione. È a questo punto che entra in scena lo spregiudicato direttore del Washington Post (Tom Hanks), che sfida il divieto. Dopo qualche esitazione, lo appoggia l'editrice, Katharine Graham (Meryl Streep), che antepone le ragioni della verità ai propri rapporti personali (era buona amica di presidenti e politici, a cominciare dal segretario alla difesa McNamara). È in fondo la storia di un'ennesima perdita d'innocenza, che Spielberg racconta da maestro, sfruttando al meglio i contributi del direttore della fotografia Janusz Kaminski, della costumista Ann Roth e dei montatori Michael Kahn e Sarah Broshar. Il copione della giovane Liz Hannah è stato riscritto da Josh Singer (“Il caso Spotlight”, molti episodi di “West Wing”), e i dialoghi sembrano mettere a frutto la lezione delle serie tv. Teso dall'inizio alla fine, non esente da retorica, “The Post
” è esattamente il film che ci si poteva aspettare dal regista su un tema simile, quasi inquadratura per inquadratura. La differenza con le molte apologie cinematografiche del giornalismo è nella sua chiave raro: i momenti visivamente più forti sono i giornali che svolazzano, il ticchettare delle macchine da scrivere, il fumo delle sigarette, le copie fresche di stampa che planano sull'asfalto bagnato, lo scorrere delle rotative. Come a codificare visivamente il rimpianto di un mondo scomparso, o quanto meno situando nel passato quell'eroismo e quella capacità d'incidere nel Paese. Ma alla fine il vero protagonista del film è l'editrice interpretata da Meryl Streep, che domina la scena quando appare, spostando il baricentro del film verso un racconto di coraggio femminile. La descrizione del mondo di soli uomini, in cui la Streep entra in punta di piedi e un po' goffa, era stato scritto pensando a una vittoria elettorale della Clinton, ma nell'anno del caso Weinstein prende un significato imprevisto. Noi fan dell'attrice ci mettiamo comodi per goderci i suoi virtuosismi, come si va all'opera aspettando le finezze del grande soprano: l'inciampare accennato, i movimenti delle mani, le esitazioni e i colpetti di tosse dell'"attrice più sopravvalutata d'America" (secondo Trump), giunta alla ventunesima nomination agli Oscar.
Emiliano Morreale, La Repubblica

Grande cinema, forse appesantito dai suoi doveri etici (la libertà di stampa come condizione base della democrazia è una lezione che peraltro abbiamo appreso almeno da “L’ultima minaccia del 1952”, di Richard Brooks con Bogart) che comunque brilla - a intermittenza - della genialità di un autore galantuomo e professionalmente coscienzioso, vedi l’inizio nel cuore della guerra tutto o quasi solo immagini senza parlato e montaggio (ottimo, di Michael Kahn e Sarah Broshar) o quando la porta dello studio di Bradlee si spalanca e ci mostra il concitato lavoro contro il tempo di un gruppo di firme del Washington Post per riordinare la marea di materiale dei Pentagon Papers che gli è disordinatamente arrivata e disposta a mucchietti sul pavimento.
Dentro una battaglia democratica che sentiamo incondizionatamente nostra, retorica compresa, si agita anche il sotterraneo conflitto personale di una signora high society, Katie Graham, accettata con sufficienza in quanto ‘sesso debole’ dallo stesso suo consiglio di amministrazione («Una donna che predica è come un cane che cammina sulle gambe posteriori»), apparentemente impacciata e sempre inappuntabilmente educata, ma capace di resistere con integrità d’animo a ogni tipo di pressione: «Confermo la mia decisione… e vado a letto». Qualche truce la definirebbe come tipica radical chic, per noi è solo ammirevole, come ammirevole è l’interpretazione di Meryl Streep (osservare come cesella la timidezza del personaggio, persino la sua imprevedibile goffaggine: è pura delizia per cinefili) al suo debutto alla corte di Re Mida Steven, mentre per Tom Hanks, qui nei panni che nello straordinario “Tutti gli uomini del Presidente
” indossò Jason Robards, è già la quinta volta, apparendo comunque come sempre diverso e convincente.
Massimo Lastrucci, Ciak

STEVEN SPIELBERG
Filmografia
:
The Last Gun (1959), Fighter Squad (1961), Escape to Nowhere (1961), Firelight (1964), Slipstream (1967), Amblin' (1968), Duel (1971), Colombo: un giallo da manuale (1971), Qualcosa di diabolico (1972), Savage (1973), Sugarland Express (1974), Lo squalo (1975), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), 1941 - Allarme a Hollywood (1979), I predatori dell'Arca Perduta (1981), E.T. l'extraterrestre (1982), Indiana Jones e il tempio maledetto (1984), Il colore viola (1985), L'impero del Sole (1987), Always - Per sempre (1988), Indiana Jones e l'ultima crociata (1989), Hook - Capitan Uncino (1991), Schindler's List - La lista di Schindler (1993), Jurassic Park (1993), Amistad (1997), Il mondo perduto: Jurassic Park (1997), Salvate il soldato Ryan (1998), The Unfinished Journey (1999), A.I. Intelligenza artificiale (2001), Prova a prendermi (2002), Minority Report (2002), The Terminal (2004), La guerra dei mondi (2005), Munich (2005), Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo (2008), War Horse (2011), Le avventure di Tintin - Il segreto dell'Unicorno (2011), Lincoln (2012), Il ponte delle spie (2015), Il GGG - Il Grande Gigante Gentile (2016), The Kidnapping of Edgardo Mortara (2017), Ready Player One (2018), The Post (2018)

Martedì 13 novembre 2018:
QUELLO CHE NON SO DI LEI
di Roman Polanski, con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Josée Dayan, Camille Chamoux

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 30 ottobre 2018

Foto di cineforumborgo

NICO, 1988

Regia: Susanna Nicchiarelli
Sceneggiatura: Susanna Nicchiarelli
Fotografia: Crystel Fournier
Musiche: Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo; i brani sono interpretati da Trine Dyrholm.
Montaggio: Stefano Cravero
Scenografia: Alessandro Vannucci, Igor Gabriel
Costumi: Francesca Vecchi, Roberta Vecchi
Effetti: Digimax Creative Services, Chromatica
Suono: Adriano Di Lorenzo (presa diretta), Marc Bastien (sound designer), Franco Piscopo (mix), Alberto Padoan (microfonista)
Interpreti: Trine Dyrholm (Nico), John Gordon Sinclair (Richard), Anamaria Marinca (Sylvia), Sandor Funtek (Ari), Thomas Trabacchi (Domenico), Karina Fernandez (Laura), Francesco Colella (Francesco), Calvin Demba
Produzione: Marta Donzelli, Gregorio Paonessa, Joseph Rouschop, Valérie Bournonville per Vivo Film, con Rai Cinema e Tarantula, in co-produzione con VOO/Be TV
Distribuzione: I Wonder Pictures
Durata: 93'
Origine: Italia, Belgio, 2017
Film d'apertura della sezione 'Orizzonti' alla 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2017), ha ottenuto: Premio Orizzonti per il miglior film, menzione speciale Premio FEDIC, Premio Speciale Francesco Pasinetti-SNGCI; David di Donatello 2018 per: migliore sceneggiatura originale, truccatore (Marco Altieri), acconciatore (Daniela Altieri), suono.

Christa Päffgen, in arte Nico, è stata una delle più importanti icone pop del secolo scorso. Famosa modella negli anni Sessanta, habituée della Factory di Andy Warhol, cantante del gruppo musicale Velvet Underground e musa di Lou Reed, che nell'ultima parte della sua vita intraprende la carriera di solista girando per l'Europa e interpretando i suoi brani con una band inglese. Il film, ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, nella campagna polacca e il litorale romano, racconta gli ultimi tour di Nico e della band negli anni Ottanta: anni in cui la "sacerdotessa delle tenebre", così veniva chiamata, ritrova sé stessa, liberandosi del peso della sua bellezza e ricostruendo un rapporto con il suo unico figlio dimenticato. È la storia di una rinascita, di un'artista, di una madre, di una donna oltre la sua icona.
Christa Päffgen è stata all’inferno, forse ci è nata: venuta al mondo nella Berlino nazista, tormentata da demoni da sempre annidati in un corpo dalla bellezza abbagliante. Hanno lavorato sulla sua mente e sulla carne di quel corpo, quei demoni; aiutati dall’eroina, lo hanno trasformato, gonfiato, de-composto, riducendo Nico - la figura magnetica che aveva affascinato i più carismatici talenti musicali (e non solo) degli anni Sessanta e Settanta - a un pallido ricordo. Liberandosi, almeno in parte, dalla schiavitù di quell'immagine, Christa è riuscita anche a trasformare la sua possessione in qualcosa di produttivo, è riuscita a far esprimere i suoi demoni, a farli cantare, suonare, declamare versi che sembravano arrivare direttamente proprio dalle tenebre di cui era - a quel punto - divenuta ‘sacerdotessa’.
Questo racconta “Nico, 1988”, il film di Susanna Nicchiarelli che ha aperto la sezione Orizzonti. Un film che è tante cose. Un biopic che si concentra sulla parte meno conosciuta della vita della cantante, quasi restituendo il fastidio con cui Nico stessa rispondeva ai giornalisti che insistenti le chiedevano solamente delle sue performance al fianco dei Velvet Underground o delle sue relazioni amorose, ma anche un road movie, un film in costume, un film musicale (le belle sequenze di concerti nell'Europa di fine anni Ottanta sono un esempio stupefacente di come sia possibile mettere in scena le atmosfere derelitte ma rivoluzionarie di quegli eventi). Ed è pure un film di fantasmi: ogni data del tour è la tappa del viaggio di Christa tra i demoni del suo passato, tra le presenze che emergono dalla grana spessa dell'immagine analogica che racconta il suo presente.
Nico, 1988” è d'altra parte, e soprattutto, il racconto della sofferta ribellione di un corpo alla schiavitù di un'immagine, la propria. Tutto il film è costruito dentro un quadrato, formato asfittico nel quale Nico, sempre al centro della narrazione, si dimena, goffa, spesso sgradevole, a volte assente, sempre sofferente eppure capace di tenere tutti (comprimari e spettatori) in scacco perenne.
Ed è la protagonista - e non potrebbe essere altrimenti - a caricarsi tutto il peso del personaggio e del film sulle spalle: Trine Dyrholm canta e interpreta questa donna ostica e maledetta, il suo dolore e la sua imprevedibile energia, con grande credibilità. È anche grazie a lei che Susanna Nicchiarelli riesce a proseguire il suo viaggio personale in un cinema che si occupa del potere del passato di scrivere sull'immaginario, sull'immaginazione e sull'immagine, e al tempo stesso del potere che ogni individuo ha di riscrivere ciò che sembra già scritto.
Chiara Borroni, Cineforum

La Musa ha una faccia diversa - chioma biondo platino, zigomi appuntiti, ciglia lunghissime, neppure l’ombra di una ruga - e infatti sta in altri film: nelle riprese di Jonas Mekas, ricordi in pellicola, Nico irrompe fuggevole nei sogni e negli incubi di Christa Päffgen. L’Artista, invece, è bruna, pallida, sciupata, illividita: quasi cinquantenne, gira le periferie d’Europa su un pullmino malconcio con turnisti di serie B, sale su palchi spogli davanti a sparuti gruppi di fan, è stufa marcia di rispondere alla domanda «com’è stato suonare con i Velvet Underground?». Sembra aver sempre meno voglia di trasformarsi in clown della domenica, e dietro la porta non piange, ma s’inietta la prossima dose d’eroina. Cova una disperata irrequietezza ed è sempre affamata: di droga, di spaghetti al sugo, di limoncello. Nell’inedito ritratto firmato da Nicchiarelli, trionfatore di Orizzonti a Venezia 74, una folgorante Trine Dyrholm diventa Christa/Nico e, con lei, satura lo schermo: ci sono solo loro due, a tentare un bilancio impossibile di rabbia e rimpianti, mentre love story, nomi, successi e gossip (l’armamentario standard dei biopic) scivolano ai margini (fa eccezione solo l’amore innaffiato di senso di colpa per il figlio Ari, e infatti i momenti con lui, per quanto intensi, sono anche tra i più fragili del film). Nicchiarelli sfonda con l’ambizione il basso budget (evviva!): traendo forza proprio dalle ambientazioni ordinarie, concedendosi la commedia, il road movie e momenti onirici, inseguendo un mistero esistenziale insolvibile e struggente, gridando che il cuore sarà pure vuoto, ma le canzoni, le canzoni no.
Alice Cucchetti, Film Tv

SUSANNA NICCHIARELLI
Filmografia
:
I diari della Sacher: Ca cri do bo (2001), La madonna nel frigorifero (2002), Il terzo occhio (2003), Linguaggio dell'amore (2003), Sputnik 5 (2009), Cosmonauta (2009), Esca viva (2012), La scoperta dell'alba (2012), Per tutta la vita (2014), Nico,1988 (2017)

Martedì 6 novembre 2018:
THE POST di Steven Spielberg, con Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 23 ottobre 2018

Foto di cineforumborgo

TUO, SIMON

Titolo originale: Love, Simon
Regia
: Greg Berlanti
Soggetto
: dal libro “Non so chi sei, ma io sono qui” di Becky Albertalli (ed. Mondadori)
Sceneggiatura
: Elizabeth Berger, Isaac Aptaker
Fotografia
: John Guleserian
Musiche
: Rob Simonsen
Montaggio
: Harry Jierjian
Scenografia
: Aaron Osborne
Costumi
: Eric Daman
Interpreti
: Nick Robinson (Simon Spier), Josh Duhamel (Jack Spier), Jennifer Garner (Emily Spier), Katherine Langford (Leah Burke), Talitha Eliana Bateman (Nora Spier), Alexandra Shipp (Abby Suso), Miles Heizer (Cal), Keiynan Lonsdale (Bram Greenfeld), Logan Miller (Martin Addison), Tony Hale (signor Worth), Darcy Rose Byrnes (studentessa), Terayle Hill (Spencer), Joshua Mikel), Mackenzie Lintz (Taylor), Alex Sgambati (Claire)
Produzione
: Marty Bowen, Wyck Godfrey, Isaac Klausner, Pouya Shahbazian per Fox 2000 Pictures/New Leaf Literary & Media/Temple Hill Entertainment/Twisted Media
Distribuzione
: 20th Century Fox
Durata
: 109'
Origine
: U.S.A., 2018
Data uscita: 31 maggio 2018

Tutti meritano una grande storia. Ma per Simon, è complicato: non solo perché sono gli anni del liceo, ma anche perché custodisce un segreto che non sa come rivelare agli amici e alla famiglia. Per affrontare così le sue paure ed insicurezze avrà bisogno di tutto il suo coraggio (e della sua ironia).
All'inizio della sua storia, Simon ci tiene a farci sapere una cosa: lui è un ragazzo normale. Forse un po' più normale degli altri, direbbe qualcuno, visto il benessere in cui è cresciuto, con due genitori belli, affermati e ancora innamorati dopo vent'anni di matrimonio, degli amici preziosi con cui fare tutte le cose che fanno gli adolescenti, e che noi ci siamo dimenticati, e spendere la munifica paghetta, viaggi in Europa, un'automobile tutta sua, e la prospettiva della fine imminente del liceo che apre la via al suo futuro. Ma Simon ha un segreto, ed è un segreto che turba e vela di malessere questa vita ‘normale’ di adolescente privilegiato.
Quando un utente anonimo, che si firma Blue, lancia un messaggio pubblico rivelando la sua difficoltà nel rivelare al mondo che è gay, Simon non esita a contattarlo. Perché non aspettava altro: Blue e Simon - o, come si firmerà nella loro corrispondenza segreta, Jacques - hanno lo stesso segreto. Quel rapporto epistolare servirà ai due ragazzi a prepararsi a ‘confessare’ a famiglia e amici quello che nessuno dovrebbe dover ‘confessare’, perché non siamo solo il nostro orientamento sessuale, (uno dei momenti più divertenti dello script di Elizabeth Berger e Isaac Aptaker è quello in cui Simon immagina gli amici etero annunciare ai genitori di essere, appunto, etero), ma farà anche scoccare una freccia dall'arco di Cupido.
Il filone della commedia adolescenziale negli Stati Uniti è un sottogenere con una dignità tutta sua, che fa capo a un autore di culto come John Hughes; il film di Berlanti vi si inserisce con grande naturalezza, aggiornando il linguaggio ai tempi che corrono e cambiano forsennatamente, al punto che un ragazzo con gli affetti e i vantaggi di Simon che non riesca a dire agli altri che è attratto da persone del suo stesso sesso è un caso bizzarro. Eppure nella maggior parte delle scuole è ancora così: i ragazzi sono lasciati soli a gestire i propri dubbi e le proprie crisi di identità da genitori impegnati e imbarazzati e impreparati e da istituzioni non hanno budget per assistenza psicologica o rinunciano all'insegnamento dell'educazione sessuale per evitare gli attacchi delle associazioni conservatrici. La soluzione il più delle volte - sappiatelo, genitori - è il porno on line.
Gli aspetti più difficili, scabrosi, dolorosi - ma anche più autentici - della scoperta della propria sessualità non interessano particolarmente a Berlanti e ai suoi sceneggiatori, che si preoccupano più di "normalizzare" la vita di un diciassettenne gay, mostrando come possa benissimo esserci lui al centro di una commedia romantica a chi fino ad ora, per problemi suoi, ha pensato il contrario. In pari misura, gli autori si preoccupano di farci divertire e ci riescono, perché “Tuo, Simon” è una commedia con un buon ritmo, qualche idea azzeccata di messa in scena (come il buffo entr'acte alla “Glee”), attori di talento e dialoghi frizzanti, nonché costellata di una miriade di inevitabili ma accattivanti riferimenti pop e arricchita da una selezione musicale che porta la firma di Jack Antonoff, musicista e produttore che, per chi non lo sapesse, ha contribuito a recenti trionfi di giovani star come Lorde e Taylor Swift.
Alessia Starace, Movieplayer.it

Il diciassettenne Simon Spier ha una bella famiglia e degli amici fidati; ma il segreto della sua omosessualità, che non osa manifestare, lo angustia. Finché non conosce, online, un ragazzo che ha fatto coming out, sentendosene attratto. Quando il bulletto della scuola minaccia di rendere pubblici i fatti suoi, Simon trova il coraggio di reagire. Tratto dal romanzo di Becky Albertalli e diretto da un veterano delle serie tv per adolescenti, Tuo, Simon dipinge il mondo, più che come è, come dovrebbe essere. Contrariamente al solito, per questo tipo di soggetto, non spinge sul pedale della crisi identitaria ma è cordiale e ottimista. I ragazzi sono, si, ostaggi di cellulari e social, però anche affabili e bendisposti; le famiglie, di mentalità aperta; le autorità scolastiche, dialoganti e comprensive. Nel suo tono vagamente Indie", un film per larghi pubblici semplice e che si fa voler bene.
Roberto Nepoti, La Repubblica

GREG BERLANTI
Filmografia
:
Il club dei cuori infranti (2000), Tre all’improvviso (2010), Tuo, Simon (2018)

Martedì 30 ottobre 2018:
NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli, con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Sandor Funtek, Thomas Trabacchi

 

 

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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