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I film, i personaggi e i commenti della stagione 2018/2019

 

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Cineforum 2018/2019 | 22 gennaio 2019

Foto di cineforumborgo

 

A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale: A beautiful day. You were never really here
Regia
: Lynne Ramsay
Soggetto: dal romanzo “Non sei mai stato qui
” di Jonathan Ames (ed. Baldini & Castoldi)
Sceneggiatura
: Lynne Ramsay
Fotografia
: Thomas Townend
Musiche
: Jonny Greenwood
Montaggio
: Joe Bini
Scenografia
: Tim Grimes
Arredamento
: Kendall Anderson
Costumi
: Malgosia Turzanska
Effetti
: Gary Brown
Interpreti
: Joaquin Phoenix (Joe), Ekaterina Samsonov (Nina), Alessandro Nivola (senatore Williams), Alex Manette (senatore Votto), John Doman (John McCleary), Judith Roberts (madre di Joe), Kate Easton (madre di Joe giovane), Jonathan Wilde (padre di Joe giovane), Dante Pereira-Olson (Joe a 8 anni), Vinicius Damasceno (Moises), Jason Babinsky), Frank Pando, Silvia Pena
Produzione
: Rosa Attab, Pascal Caucheteux, James Wilson, Lynne Ramsay per Why Not Productions, in associazione con Film4/BFI/Amazon Studios/Sixteen Films/JwFilms
Distribuzione
: Europictures (2018)
Durata
: 95'
Origine
: Gran Bretagna, 2017
Data uscita
: 1° maggio 2018
Premio per la miglior sceneggiatura (ex aequo con "The killing of a sacred deer” di Yorgos Lanthimos) e per la migliore interpretazione maschile (Joaquin Phoenix) al 70. Festival di Cannes (2017).

Joe è un veterano di guerra. A casa lo aspetta solo la madre anziana a malata, con cui ha un rapporto di grande affetto e pazienza. In una New York desolata e piena di segreti, Joe fa il mercenario per chi vuole liberarsi di nemici pericolosi ma non ne ha l'abilità o il coraggio. Il suo ultimo incarico è quello di sottrarre Nina, la figlia preadolescente di un politico locale, ad un giro di prostituzione minorile: una creatura abusata e offesa che fa da specchio al passato dell'uomo. Come un giustiziere, Joe appare e scompare, spesso armato di un martello, menando fendenti e scacciando i ricordi devastanti, tanto della propria infanzia in balia di un padre sadico, quanto dei crimini di guerra compiuti dietro la giustificazione di una divisa.
Una voce infantile che conta alla rovescia, un respiro affannoso, un sacchetto di plastica, chiuso intorno a un volto maschile, che si dilata e si accartoccia seguendo i movimenti di una bocca invisibile.
L’inizio di “A beautiful day - You were never really here
” è già una precisa dichiarazione d’intenti: catturare lo spettatore creando una claustrofobica simbiosi con il protagonista Joe, un veterano di guerra tormentato dagli orrori bellici e da un’infanzia di abusi e violenze, che sopravvive, in un’esistenza scandita da un tentativo di suicidio dopo l’altro, declinando la sua disperazione e la sua brutalità animalesca nel tentativo di salvare ragazze minorenni costrette a prostituirsi.
Il folgorante incipit precipita chi guarda in un noir cupissimo e sanguinolento, con una regia che si incolla al suo protagonista e ne viviseziona sguardi, ansimi e cicatrici. Accompagnato da una colonna sonora eterogenea e di grande impatto - curata da Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead e compositore di diverse colonne sonore - il montaggio serrato in cui dominano dettagli e particolari, raramente inquadrature d’insieme, impone al film un ritmo martellante, che però con il passare dei minuti diventa un limite, quando le scene violente si accumulano, gli eventi precipitano e la trama sconta alcune svolte narrative poco verosimili.
La regista Lynne Ramsay (“…e ora parliamo di Kevin
”) non ha paura di rischiare compiendo scelte espressive molto nette, ma non padroneggia fino in fondo una storia che sul finale perde intensità - nonostante l’escalation di sangue suggerisca il contrario - tra alcuni momenti stilisticamente potenti ma un po’ fini a sé stessi (il ‘suicidio’ di Joe nel lago) e altri in cui la crudezza delle immagini si mescola a simbolismi di maniera.
Joe è il magnete attorno al quale ruota tutto il film, grazie al carisma e all’espressività del suo interprete: l’eclettico Joaquin Phoenix (premiato come miglior attore a Cannes), appesantito e trasandato, dà corpo a un uomo alla deriva che dalla violenza (vista e subita) non vorrebbe fare altro che scappare, ma solo nella violenza ritrova sé stesso e conquista una breve tregua dai suoi incubi. Forse sarebbe stato auspicabile approfondire maggiormente l’interiorità di Joe (il rapporto con la madre, gli incubi legati all’infanzia e all’esperienza da soldato), che viene soffocata progressivamente dall’accelerazione narrativa con escalation di sangue e violenza, quando invece avrebbe avuto bisogno di un po’ di respiro.
Luca Giagnorio, Mediacritica.it

La performance di Joaquin Phoenix, corpulento, barbuto, sanguinario e sanguinolento. Totalizzante. Lo score elettronico e intimidatorio di Jonny Greenwood, che fa di contrappunto musicale discernimento poetico: Dio ce lo conservi. E poi, lei, la scozzese di talento Lynne Ramsay, che dopo sei anni di digiuno - ma aveva fatto di peggio - torna alla regia e ci ricorda subito chi è: una signora regista.
Dal romanzo, 2013, di Jonathan Ames, adatta liberamente e inquadra la vendetta e la ricerca di redenzione di Joe, un sicario dannatamente letale e dannatamente disturbato: abusi infantili, FBI e marine, come non essere irrimediabilmente segnato? Il suo ultimo caso lo mette sulle tracce di Nina Votto (Ekaterina Samsonov), una delle tante ragazzine che cerca di affrancare dalla schiavitù sessuale: è figlia di un senatore newyorkese e, capirà ma mano, è una bruttissima faccenda, materia di vita o morte anche per lui.
Che, tra l’altro, tiene pure famiglia: l’anziana madre, con cui si diverte a scimmiottare la scena della doccia di “Psycho”. Viceversa, lui non è tipo da coltello, ma da martello: se vi vien in mente “Old Boy” di Park Chan-wook, aggiungete anche “Taxi Driver”, “Il cattivo tenente” e alla faccia del titolo “You were never really here”, ora “A beautiful day
”, è proprio lì che ci troviamo.
Ingredienti aggiuntivi, il marcio multiforme e pervasivo della politica e le ossessioni fantasmatiche di Joe, il quarto lungometraggio della glasgowiana Ramsay - ben fotografato da Thomas Townend - è violento, stilizzato, corporale e fesso, ma anche sballato, errabondo, mai addomesticato. Insomma, un film a testa bassa, che carica come il toro ferito Joaquin: prendere o lascare. Due premi a Cannes 2017, script e Phoenix.
Federico Pontiggia, Cinematografo.it

LYNNE RAMSAY
Filmografia
:
Ratcatcher (1999), Morvern Callar (2002), ...E ora parliamo di Kevin (2011), A Beautiful Day (2017)

Martedì 29 gennaio 2019:
LA CASA SUL MARE
di Robert Guédiguian, con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin


 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 15 gennaio 2019

Foto di cineforumborgo

 

LA STANZA DELLE MERAVIGLIE

Titolo originale: Wonderstruck
Regia: Todd Haynes
Soggetto: Brian Selznick (graphic novel)
Sceneggiatura: Brian Selznick
Fotografia: Ed Lachman (Edward Lachman)
Musiche: Carter Burwell
Montaggio: Affonso Gonçalves
Scenografia: Mark Friedberg
Arredamento: Debra Schutt
Costumi: Sandy Powell
Effetti: Sébastien Bergeron, Jean-François Ferland, Louis Morin, Alchemy 24, Framestore, Folks
Interpreti: Julianne Moore (Lillian Mayhew/Rose adulta), Oakes Fegley (Ben), Millicent Simmonds (Rose a 12 anni), Jaden Michael (Jamie), Cory Michael Smith (Walter a 20 anni), Tom Noonan (Walter adulto), Michelle Williams (Elaine), Amy Hargreaves (zia Jenny), Morgan Turner (Janet), Sawyer Nunes (Robby), James Urbaniak (padre di Rose), Damian Young (Otto), Hays Wellford (Greg Coons), Ekaterina Samsonov (Hanna), Anthony Natale (dott. Gill), Raul Torres (padre di Jamie), George Aloi (monsieur Raqueu), Derek Binsack (Liam), Andrew James Bleidner (Drew), John P. McGinty (Valentine), Jared Johnston (Martha), Ren Marsh (Mr. Coons), Carole Addabbo (Miss Conrad), Garrett Zuercher (Engel)
Produzione: Christine Vachon, Pam Koffler, John Sloss per Amazon Studios/Cinetic Media/Killer Films/Filmnation Entertainment/Picrow
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 117'
Origine: U.S.A., 2017
Data uscita: 14 giugno 2018

USA, 1927 e 1977. Ben e Rose sono due bambini di epoche diverse che segretamente desiderano una vita diversa dalla propria. Ben cerca il padre che non ha mai conosciuto, Rose sogna una misteriosa attrice di cui raccoglie foto e notizie nel suo album. Quando Ben scopre in casa un indizio sconcertante e Rose legge un allettante titolo sul giornale, i due ragazzini partono alla ricerca di quello che hanno perso con una simmetria ipnotica.
La stanza delle meraviglie” inizia con un incubo: un branco di lupi che di notte minacciano il giovane protagonista Ben. Lui ha il volto sempre contratto e piange una mamma bibliotecaria appena morta in un incidente e un padre mai conosciuto che il ragazzo sogna di ritrovare.
Siamo nel Minnesota degli anni Settanta: la neve a coprire un futuro già segnato dal lutto e dall'assenza. Nel New Jersey di cinquant'anni prima, la sordomuta Rose passa le giornate ritagliando le foto della madre stella del muto, lontana da casa per calcare i teatri di posa di Hollywood o i palcoscenici di Broadway. Entrambi i giovani hanno perso qualcosa - gli affetti, i suoni, la parola - ed entrambi vogliono cercare un modo per riempire il loro vuoto.
Quando Ben perde l'udito durante un temporale, il ragazzo decide di seguire una labile traccia dell'esistenza del padre (una dedica su un segnalibro che rimanda a una libreria newyorchese) ripercorrendo il viaggio nel cuore della metropoli che Rose aveva compiuto mezzo secolo prima alla ricerca della madre anaffettiva e del fratello maggiore.
Nell'adattare il libro di Brian Selznick - lo stesso autore dell'Hugo Cabret portato al cinema da Scorsese - Todd Haynes decide di utilizzare una messa in scena allo stesso tempo mimetica e simbolica, scegliendo stile e patina del cinema muto per la storia di Rose (siamo nel 1927, proprio nell'attimo in cui il sonoro cambia scenari e fruizione dell'universo cinematografico) e accompagnando Ben e il suo viaggio seventies con colori e musiche sgargianti. L'arrivo in montaggio alternato dei due ragazzi a New York, accompagnato da una musica sinfonica che si rincorre e si rimbalza con il funky degli anni Settanta, è un pezzo magistrale di regia, che con pochi essenziali elementi riesce a raccontare la scoperta di un nuovo mondo, sconosciuto e in continuo cambiamento, quel cambiamento che i due protagonisti stanno cercando con profonda dedizione.
La New York degli anni Venti è una città in costruzione, con al suo centro i musei che testimoniano una potenziale grandezza in fieri: il Museo di Storia Naturale è la celebrazione infantile di un sogno evolutivo, un'isola dove scoprire ciò che la civiltà ha collezionato, catalogato e infine esposto con orgoglio. New York negli anni Settanta ha invece il colore (e i suoni) di una blaxploitation carnale e viva: l'arrivo di Ben ha così ancor di più il sapore di un'iniziazione, di un'uscita dal grembo materno per affacciarsi ai rischi e agli imprevisti della vita, così lontani dal bianco neve della sua provincia.
Sostenendosi sulla fotografia smagliante di Ed Lachman, che sembra trovare sfumature perdute nella rievocazione della golden age del cinema muto e che accende di passione sottilmente carnale la metropoli contemporanea, e sulla tessitura sonora stratificata e sublime di Carter Burwell, Haynes coglie lo spunto dell’avventura per ragazzi per raccontare una grande storia sentimentale capace di abbattere barriere sensoriali e spaziotemporali. I due ragazzi, pur senza poter sentire i rumori del mondo che scorre al loro fianco, si lasciano trascinare dalla loro necessità di affetti: fili abbandonati nel vento che tendono a riannodarsi come seguendo una propria forza magnetica.
Come spesso accade nel cinema di Haynes, al centro della scena c’è la volontà di assecondare una convergenza affettiva capace di superare gli scogli della meccanica di una griglia sociale precostituita (era così in “Velvet Goldmine”, “Lontano dal paradiso”, “Carol”). “La stanza delle meraviglie”, infatti, ha come argomento principale quello del linguaggio - cinematografico, comunicativo, evocativo - e del suo possibile superamento, qui declinato con l'impronta delicata della fiaba. Lo stile, ostentato e maniacale, non sta a mascherare la diversa storia dei due protagonisti, quanto a marcare una differenza che via via scompare, svelando l’architettura emotiva del mondo.
La stanza delle meraviglie” è un film-diorama, quello che invade magnificamente scena e racconto nell’ultima parte di film, proprio per la sua capacità esplicativa ed emblematica. Una sala di un museo che trabocca di relazioni possibili e potenziali, in cui l’amore abbatte il tempo e i lutti, attraendo persone come calamite. Potrebbe sembrare un'opera di maniera ma invece ci dice, come più volte ripetuto nel film, che il mondo è una discarica popolata di esseri che, a volte, riescono a guardare le stelle, come fluttuando nel cielo. Non a caso, infatti, il filo conduttore è affidato a “Space Oddity”: in fondo, nella nostra dolente solitudine e nella ricerca mistica di un contatto, siamo tutti dei piccoli Major Tom.
Federico Pedroni, Cineforum

TODD HAYNES
Filmografia
:
Superstar: The Karen Carpenter Story (1987), Poison (1991), Safe (1995), Velvet Goldmine (1998), Lontano dal paradiso (2002), Io non sono qui (2007), Mildred Pierce (2011), Carol (2015), La stanza delle meraviglie (2017)

Martedì 22 gennaio 2019:
A BEAUTIFUL DAY
di Lynne Ramsay, con Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman


 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 8 gennaio 2019

Post n°403 pubblicato il 06 Gennaio 2019 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

 

GATTA CENERENTOLA

Regia: Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone
Soggetto: ispirato alla favola di Giambattista Basile
Sceneggiatura: Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Alessandro Rak, Dario Sansone
Musiche: Antonio Fresa, Luigi Scialdone - Canzoni di: Guappecartò, Francesco Di Bella, Virtuosi di San Martino, Daniele Sepe, Enzo Gragnianiello, Ilaria Graziano e Francesco Forni, Foja. La canzone “A chi appartieni”, musica e testi di Dario Sansone, è interpretata da Foja.
Scenografia: Barbara Ciardo, Annarita Calligaris, Antonia Emanuela Angrisani
Effetti: Mad Entertainment
Suono: Andrea Cutillo (presa diretta), Timeline Studi (montaggio, creazione suoni, mix), Giorgio Molfini (creazione suoni)
Voci: Massimiliano Gallo (Salvatore Logiusto), Maria Pia Calzone (Angelica Carannate), Alessandro Gassmann (Primo Gemito), Mariano Rigillo (Vittorio Basile), Renato Carpentieri (Commissario), Ciro Priello (Luigi), Federica Altamura (Anna), Chiara Baffi (Barbara), Francesca Romana Bergamo (Carmen & Luisa), Anna Trieste (Sofia), Gino Fastidio (James), Enzo Gragnaniello (Sciamano), Marco Mario De Notaris (Cinegiornale)
Produzione: Luciano Stella, Maria Carolina Terzi, con il contributo di Mauro Luchetti, per Mad Entertainment, con Rai Cinema, in partecipazione con Big Sur, in collaborazione con Skydancers/Tramp Ltd/ O'Groove
Distribuzione: Videa
Durata: 86'
Origine: Italia, 2017
Data uscita: 14 settembre 2017
In concorso alla 74. Mostra Internazionale d'arte Cinematografica di Venezia (2017), Sezione 'Orizzonti', ha ottenuto la menzione speciale del Premio Future Film Festival Digital Award, il Mouse d'Argento, il Premio Open e il Premio Speciale Francesco Pasinetti-SNGCI; David di Donatello 2018 per: migliore produttore, effetti digitali.

Cenerentola è cresciuta all'interno della Megaride, un'enorme nave ferma nel porto di Napoli da più di 15 anni. Suo padre, ricco armatore della nave e scienziato, è morto portando con sé nella tomba i segreti tecnologici della nave e il sogno di una rinascita del porto. La piccola vive da allora all'ombra della temibile matrigna e delle sue perfide sei figlie. La città versa ora nel degrado e affida le sue residue speranze a Salvatore Lo Giusto, detto 'o Re, un ambizioso trafficante di droga che, d'accordo con la matrigna, sfrutta l'eredità dell'ignara Cenerentola per fare del porto di Napoli una capitale del riciclaggio. La nave, infestata dai fantasmi-ologrammi di una tecnologia e di una storia dimenticate, sarà il teatro dell'intera vicenda e metterà in scena lo scontro epocale tra la miseria delle ambizioni del presente e la nobiltà degli ideali del passato. Il futuro della piccola Cenerentola e della povera città di Napoli sono legati ad uno stesso, sottilissimo, filo.
Cresciuta nella nave Megaride, Cenerentola, dopo la morte del padre - che all’imbarcazione aveva legato piani di sviluppo che coinvolgevano l’intera città di Napoli - è vittima della matrigna e delle sei sorellastre e nelle mire del malvagio Salvatore Lo Giusto, detto ‘o Re. Senza addentrarsi nel cuore della metropoli partenopea - solo intravista, battuta costantemente da una pioggia di cenere, dedalo di vicoli che si intuisce in lontananza, dai brumosi moli nei quali la malavita conduce i suoi illeciti affari - il film fa riverberare Napoli nell’avveniristica Megaride. Nave simbolicamente ferma da lustri nel porto cittadino, era stata concepita come un polo della scienza da un armatore visionario, che ha portato i suoi tecnologici segreti nella tomba. Napoli guarderebbe in avanti, insomma, punterebbe su innovazione e cultura, ma quello del riscatto è un sogno che si fa presto relitto, conservando, di quella nobile aspirazione, solo segni immateriali: gli ologrammi che vagano all’interno del natante sono immagini del passato, progetti fantasmatici, tracce di ricordi che convivono con il presente. Sono tentativi già sbiaditi di riportare a galla lo slancio di una città che troppo facilmente perde la sua memoria, i cui nobili intenti annegano spesso in ambizioni sbagliate: Napoli non conosce rivincite perché il cuore di alcuni è il calcolo di altri, perché è entusiasmo e rinuncia, luci e ombre, una realtà che inciampa in un fatalismo che confina con il disfattismo («Chi campa int’a merda accussì vo’ campà»). E se il suo re è un losco trafficante, il suo popolo è composto di figli e figliastri, ciascuno dedito alla sua personalissima lotta per sopravvivere, mentre la Cenerentola che vaga nel suo ventre è una creatura traumatizzata, ridotta a un mutismo autistico, chiusa nel suo mondo di illusioni e fantasie. È una favola noir “Gatta Cenerentola”, un’animazione in 3D concepita dai registi Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone con un linguaggio adulto, con la sfrontatezza di un manga, con un lavoro mirabile di concezione scenografica e costruzione drammaturgica (la sfumata caratterizzazione di ciascun personaggio che si rispecchia nell’attenta scelta delle voci). Un’opera in cui non ci si fa scrupolo di mostrare nudità, travestitismo, droghe o violenza, in cui al vissero felici e contenti si associa un punto interrogativo impastato di disillusione. Ed è un musical, anche (le partiture sono di Antonio Fresa e Luigi Scialdone, le canzoni, tra gli altri, di Enzo Gragnaniello). Rivendicando le sue radici partenopee, non addolcendole né edulcorandole (il dialetto, turpiloquio compreso), “Gatta Cenerentola”, ispirandosi alla fiaba contenuta in “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile (che ispirò anche l’omonimo classico teatrale di Roberto De Simone), rispetta lo spirito antico e lo proietta in un futuro possibile, affermandosi come un lavoro complesso di marca potente, un gioiello che conferma la felice stagione che sta vivendo l’animazione italiana. Una raccomandazione: non abbandonate la nave prima degli strabilianti titoli di coda.
Luca Pacilio, Film Tv

Archiviare ogni pretesa di legame con l’edulcorata fiaba disneyana desunta da di Perrault e dai fratelli Grimm è la conditio sine qua non per apprezzare appieno un prodotto filmico come “Gatta Cenerentola” di Ivan Cappiello, Dario Sansone, Marino Guarnieri e Alessandro Rak (……). Un racconto di macerie umane e architettoniche, ambientato in un futuro prossimo che riflette luci e ombre della Napoli di oggi, popolato da fantasmi olografici che rammentano continuamente ai protagonisti un passato in cui, seppur per breve tempo, una rinascita sembrava possibile.
(……) Il gusto visivo del film è suggestivo e straordinariamente coerente nel conciliare l’animazione tridimensionale con una resa finale dal sapore pittorico: il caleidoscopio di suggestioni offerte dalla Megaride, gigantesca nave su cui si svolge gran parte della vicenda di “Gatta Cenerentola”, mescola ologrammi fantascientifici, stilizzazione che ricordano Mamoru Oshii e architetture ispirate all’art déco, in un amalgama verosimile e perfettamente inserito nella Napoli cupa e decadente che l’opera si propone di dipingere.
Alessia Pelonzi, BadTaste.it

ALESSANDRO RAK, IVAN CAPPIELLO, MARINO GUARNIERI, DARIO SANSONE
Filmografia
:
L’arte della felicità (2013), Gatta Cenerentola (2017)

Martedì 15 gennaio 2019:
LA STANZA DELLE MERAVIGLIE di Todd Haynes, con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Cory Michael Smith

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 18 dicembre 2018

Post n°402 pubblicato il 13 Dicembre 2018 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

THE BIG SICK

Regia: Michael Showalter
Sceneggiatura: Emily V. Gordon, Kumail Nanjiani
Fotografia: Brian Burgoyne
Musiche: Michael Andrews
Montaggio: Robert Nassau
Scenografia: Brandon Tonner-Connolly
Costumi: Sarah Mae Burton
Interpreti: Kumail Nanjiani (Kumail), Zoe Kazan (Emily), Holly Hunter (Beth), Ray Romano (Terry), Anupam Kher (Azmat), Zenobia Shroff (Sharmeen), Adeel Akhtar (Naveed), Bo Burnham (CJ), Aidy Bryant (Mary), Kurt Braunohler (Chris), Vella Lovell (Khadija), Myra Lucretia Taylor (Infermiera Judy), Jeremy Shamos (Bob Dalavan), David Alan Grier (Andy Dodd), Ed Herbstman (Sam Highsmith), Shenaz Treasurywala (Fatima), Rebecca Naomi Jones (Jesse), Kuhoo Verma (Zubeida), Mitra Jouhari (Yazmin), Celeste Arias (Denise), Shana Solomon (infermiera Bette), Jeff Blumenkrantz (dott. Wright), Linda Emond (dott. Cunningham), Holly Chou (dott. Whelan), Andrew Pang (dott. Spellman), Alison Cimmet (dott. Platt), Lawrence Ballard (dott. Lewin), Shunori Ramanathan (Sumera), Susham Bedi (Tina), Rahul Bedi (Farhan)
Produzione: Judd Apatow, Barry Mendel per Apatow Company/Filmnation Entertainment, in associazione con Story Ink
Distribuzione: Cinema di Valerio De Paolis
Durata: 120'
Origine: U.S.A., 2017
Data uscita: 16 novembre 2017

Kumail è un aspirante comico di origine pakistana. Emily sta finendo i suoi studi universitari. I due si conoscono dopo uno show di Kumail e da lì, quella che sembrava l'avventura di una sera, si trasforma in una vera e propria relazione. Ma a complicare la loro storia d'amore saranno le aspettative dei genitori musulmani di Kumail e una misteriosa malattia che colpisce Emily. Il ragazzo si troverà così costretto a gestire allo stesso tempo il decorso della malattia di Emily insieme ai genitori di lei, Beth e Terry che lui non ha mai conosciuto prima, e il braccio di ferro emozionale tra la sua famiglia e il suo cuore. Ispirato a una storia vera.
Non è strano che tutta l’America, partendo dal Sundance, sia impazzita per la commedia romantica “The Big Sick” (……): produce emozioni, risate e pensieri di prima qualità. Perché questa del pachistano che sposa la bionda yankee studentessa di psicanalisi contravvenendo alle radici di due culture, l’islamica e la wasp, è tutta vera: il protagonista, Kumail Nanjiani, racconta la sua vita e nient’altro nel film che ha scritto con la moglie Emily Gordon dopo una vita di gavetta in tv fino al successo di “Silicon Valley” in ruolo nerd. «Amo le commedie sentimentali, il giorno che ci siamo sposati abbiamo visto “Quattro matrimoni e un funerale”», ammette. Era stand up comedian, cabarettista del campus universitario, abile nel raccontare i fatti suoi pachistani e che il produttore Judd Apatow, regista di teen movies anche non raffinatissimi come “40 anni, vergine”, incontrò nel 2012: visto e preso. Da allora la love story, scritta interrogando la memoria, è diventata campione d’incassi. L’originalità del film sta nel fatto che sorridendo parla di verità: il sospetto con cui gli americani guardano gli islamici (e con Trump il peccato è in ascesa) ma anche il contrario, perché in Pakistan sono i genitori a combinare matrimoni. Prima che Kumail sposi la sua bella (è Zoe Kazan, che ha decisamente ereditato qualcosa dal grande nonno, il regista Elia) il film deve far crollare come al bowling i birilli di razzismo, ipocrisia, pregiudizio. E c’è una andata e ritorno sentimentale che prevede anche lo stop melò in ospedale (anche questo è vero, grave malattia).
Il baricentro del film è Kumail che si sente americano ma deve obbedire alla tradizione pachistana e alla fine non è accettato da nessuno dei due Paesi: «È persona diversa e lontana da entrambi i mondi - ha detto - non è un bel modo di vivere, dovevo trovare il modo di essere me stesso». Seguendo la tradizione di decine di love stories inter razziali, il film di Michael Showalter entra nella casa pakistana della mamma chioccia che cerca la nuora del Paese suo, mentre l’altra mamma (la bravissima Holly Hunter, caleidoscopio espressivo) viene col marito dal North Carolina per curare la figlia e scoprire un genero inaspettato. Questo strano rapporto a tre è raccontato con inusuale tenerezza, senza perdere l’humour nelle corsie ma neppure una certa malinconia in saldo. Il miracolo è che da una storia vera al 100% (vera Chicago, vero il locale dove debuttò Bill Murray) viene fuori un film che al 100% rispetta anche le convenzioni del cinema che indovina da anni chi viene a cena. «È stato - dice il regista - un modo unico di raccontare una love story mescolando fede, identità, cultura e deve essere stato un bello sforzo vivere tutto ciò in diretta». Contesa da molti marchi, in uscita con ‘Cinema’, è stato acquistato nel mondo per 12 milioni di dollari da Amazon, che apre i titoli di testa: ma prima l’hanno visto i genitori del protagonista, con potere di veto. Super happy end, lacrime indù, ok. Ma la forza del film è Kumail, col viso a punto interrogativo, personaggio liberal ma non accomodante, ideale per assorbire le due valenze e violenze del racconto che ha un centro melò ma non rinuncia mai alla battuta: sick vuol dire malattia ma anche barzelletta. L’abilità è farne una parola sola.
Maurizio Porro, Corriere della Sera

Anche se sprovvisto di vistosi richiami per il nostro pubblico, «The Big Sick» è un film abbastanza divertente che dispone le spigolose pedine delle nuove conflittualità interetniche su una tavolozza vivida ed eterogenea. Motivato dalla biografia del comico pachistano Kumail Nanjiani e dalla sceneggiatura scritta dallo stesso in coppia con la moglie Emily Gordon, il regista Showalter vi mette in bella posa un bel numero di personaggi e rispettivi caratteri riuscendo spesso a governare un ritmo in grado di conferirgli estro, irriverenza e freschezza. Finalmente svincolata dalla maniera divenuta arcigna e stizzosa dei precursori britannici anni Ottanta e Novanta alla Frears o Kureishi, la commedia apprezzata nei festival arcicinéfili di Sundance e Locarno riesce anche nell'impresa di scherzare quando si ritrova inopinatamente ad affrontare le meste tappe del cosiddetto medical dramma. Kumail è ovviamente perfetto nel ruolo che rievoca sé stesso (...). Nella parte interamente occupata da una serie di paradossi, complessi, equivoci, bugie, battute fatalmente anti-trumpiane sui rapporti inquinati tra americani e islamici, idee liberal e principi induisti, si percepisce l'influenza del produttore Judd Apatow che non a caso nell'altra e più nota identità d'attore ha marcato uno stile sui generis d'intrattenimento (…...) nelle gag il cui valore aggiunto è rappresentato dall'arruolamento di veri colleghi di Kumail e dalle prove di Holly Hunter (…...) e Ray Romano nella parte dei genitori liberal della ragazza. Come abbiamo premesso, quando «The Big Sick» vira sul drammatico e la situazione diventa tutt'altro che ridanciana non si precipita nei soliti toni cupi e iettatori ma, anzi, emerge a sorpresa una corda segreta meno politicamente corretta e più decisamente romantica.
Valerio Caprara, Il Mattino

MICHAEL SHOWALTER
Filmografia
:
Hello, my name is Doris  (2015), The Big Sick - Il matrimonio si può evitare… l’amore no (2017)

Martedì 8 gennaio 2019:
GATTA CENERENTOLA
di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone

Buone Feste!

 

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 11 dicembre 2018

Foto di cineforumborgo

 

A CIAMBRA

Regia: Jonas Carpignano
Soggetto: Jonas Carpignano
Sceneggiatura: Jonas Carpignano
Fotografia: Tim Curtin
Musiche: Dan Romer
Montaggio: Affonso Gonçalves
Scenografia: Marco Ascanio Viarigi
Costumi: Nicoletta Taranta
Suono: Giuseppe Tripodi (presa diretta, microfonista, montaggio), Florian Fevre (creazione suoni), Julien Perez (mix)
Interpreti: Pio Amato (Pio), Iolanda Amato (Iolanda), Koudous Seihon (Ayiva), Damiano Amato (Cosimo), Patrizia Amato (Patatina), Susanna Amato (Susanna), Rocco Amato (Rocco), Francesco Pio Amato (Keko O' Marrochinu), Damiano Nicolas Amato (Cocchino), Pasquale Alampi (Raffaele Guerrasio), U Ciccarredù (nonno Emiliano), Francisco Berlingeri (Emiliano giovane), 'Maria' Rusinova Asenova (Teeth), Simona Amato (Simona), Faith Uchenna Uburu (Faith), Kingsley Asimung (Kingsley), Michele Bovalino (Michele Bovalino), Vincenzo Sposato (Enzo Ila), Paolo Carpignano (uomo di Torino), Riccardo Amato (Riccardo), Simona Asenova (Simona), Gesuele Massimo Amato (Nagnolo), Cosimo Damiano Amato (Cosimino), Massimo Amato (Massimo), Antonella Amato (Antonella), Simona Amato (zia Simona)
Produzione: Jon Coplon, Paolo Carpignano, Ryan Zacarias, Gwyn Sannia, Rodrigo Teixeira, Marc Schmidheiny, Cristoph Daniel per Stayblack Productions/RT Features/Sikelia Productions/Rai Cinema, in associazione con DCM Pictures/Haut Et Court/Film I Vast/Filmgate
Distribuzione: Academy Two
Durata: 120'
Origine: Italia, Francia, Germania, U.S.A., 2017
Data uscita: 31 agosto 2017

Il 14enne Pio vive nella Ciambra, la comunità rom stanziale di Gioia Tauro in Calabria, e vuole crescere in fretta. Come il suo fratello maggiore Cosimo, Pio beve, fuma e impara l'arte di truffatore di strada. Così, quando Cosimo non sarà più in grado di badare alla famiglia, Pio dovrà prendere il suo posto. Tuttavia, questo ruolo così grande per lui arriva troppo presto, mettendolo di fronte a una scelta impossibile...
A Ciambra è il nome della comunità rom di Gioia Tauro. È lì che vive l’infinita famiglia Amato: Iolanda e Rocco, i loro innumerevoli figli e nipoti, il vecchio nonno, che ha ancora negli occhi e nel cuore i tempi liberi della vita nomade. Il figlio minore è Pio, quindici anni. È lui il protagonista del film di Carpignano, che torna ai luoghi e ai volti dell’omonimo cortometraggio di alcuni fa, ideato e girato dopo l’incredibile ‘cavallo di ritorno’ di un’auto rubata da uno dei fratelli Amato. E sono gli stessi luoghi del primo lungometraggio di Carpignano, “Mediterranea”, presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015. Gioia Tauro, Rosarno, i dintorni complicati ed esplosivi di Reggio Calabria. Lì il protagonista era Koudous Seihon nei panni di Ayiva, migrante in cerca di speranza. Ora Ayiva torna come amico fraterno di Pio, mentre il ragazzino è alle prese con il denaro che manca, soprattutto dopo che il fratello maggiore Cosimo e il padre Rocco sono stati arrestati. Pio ruba una valigia, fa dei piccoli lavoretti per gli africani, tutta roba di poco conto. Consegna alla madre i soldi che riesce a racimolare, poi torna a giocare con i nipotini e i motorini, mentre fuma sigarette e parla la sua lingua incomprensibile. Mentre si avvicina il momento di diventare ‘uomo’.
La sfida di Carpignano sta nel costruire una specie di saga sul terreno scivoloso del reale. Traiettorie narrative innestate su un quotidiano già di per sé terribilmente avventuroso, storie che s’intrecciano, personaggi che ritornano e s’incrociano. Il punto non è tanto romanzare le cose, quanto riuscire a tenere sotto controllo questa vita che deborda, tutta questa ‘materia bruta’ che non è assuefatta al cinema, ai suoi limiti produttivi, narrativi, temporali - non è un caso che molti abbiano lamentato l’eccessiva lunghezza di “A Ciambra”, come se il taglio fosse una semplice operazione chirurgica da praticare a sangue freddo. Il punto è, ancora una volta, trovare l’equilibrio tra l’osservazione del reale e la tenuta del racconto, tra il documento e la storia. Ma più che guardare al ‘nuovo’ documentario italiano, con le sue impennate estetiche e le vertigini di messinscena, Carpignano sembra accordarsi ad altre esperienze. La tradizione (neo)realista certo, ma poi i dilemmi morali dei Dardenne, inseguiti col fiato sul collo, e le tracce esplosive di genere, come nel cinema di Audiard. “A Ciambra” si muove così tra il rigore e la visione, il tempo lungo del pedinamento e quello contratto, improvviso, dell’emozione, nello spazio minimo di intervallo tra la normalità e l’inferno. Qualche eccesso di artificio in quelle parentesi immaginarie, in cui il percorso di Pio si vorrebbe ricollegare a quello degli avi, quasi un passaggio mentale dalla vita nomade alla morale nomade, in una terra di nessuno in cui la legge della polizia si confonde con quella della malavita. Ma per il resto “A Ciambra” sta lì fermo, un film secco, tagliente, violento e puro al tempo stesso. E, pur certo non aprendo nuovo strade, Carpignano inventa, perché dal ‘rapporto di fiducia’ con i suoi interpreti, riesce a tirar fuori tutta l’intensità necessaria al dramma. E, al tempo stesso, riesce a trovare quei margini di libertà che servono a squarciare i veli della finzione, a scoprire la verità del mondo, delle cose e delle persone tra le pieghe del racconto.
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi

A Ciambra, Gioia Tauro, comunità rom, il cinema dell’italostatunitense Carpignano ci era già stato. La famiglia Amato era protagonista del corto/premessa precedente, e Pio era già in “Mediterranea”, lungo d’esordio con il nigeriano Koudous Seihon tra i moti di Rosarno. Come un cinema di famiglia, dunque, nomade in Calabria, cosmopolita tra le baracche, con un ponte per le Americhe: Martin Scorsese è produttore esecutivo, Affonso Gonçalves monta, Tim Curtin illumina. E nel film Pio, per restare alle immagini di Curtin, cerca proprio d’essere un ‘re della terra selvaggia’: padre e fratello sono in carcere, i debiti sono da pagare. Equitalia si presenta, la mafia non aspetta. Tocca a lui. Preadolescente, sigaretta in bocca, primi umori d’amore, tutto un anarchico principio di piacere con il reale che incombe, «ho visto anche degli zingari felici» canterebbe Claudio Lolli, certo, ma anche no. E così questo cinema che si prospetta come uno scorcio etnografico, un prelievo di verissimo vivere dentro la Ciambra, finisce per correre sulle mean streets del racconto criminale: gli strumenti sono quelli del cinema del reale, il film è costruito passo a passo insieme ai protagonisti, basato sul loro esistere, fatto delle loro parole, delle loro idee, delle loro abitudini, sino a incalanarsi verso un action noir che sa di Scorsese, o di Audiard. La scrittura prende il sopravvento, l’equilibrio tra etnografia e fiction latita, alla fine. Il film è cambiato. Lo scandaglio dentro le cose si dimostra un quadro stilizzato sullo stato socioeconomico delle cose. Lo sguardo s’eleva dal reale, sul reale. Da Gioia Tauro a Hollywood. Dal doc alla paraboletta. In un unico film.
Giulio Sangiorgio, Film Tv

JONAS CARPIGNANO
Filmografia
:
A Chjàna (2011), Mediterranea (2015), A Ciambra (2017)

Martedì 18 dicembre 2018:
THE BIG SICK di Michael Showalter, con
Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher

 

 
 
 
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Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

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