CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2018/2019

 

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Cineforum 2018/2019 | 26 marzo 2019

Foto di cineforumborgo

L'APPARTAMENTO

Titolo originale: The Apartment
Regia: Billy Wilder
Soggetto: Billy Wilder, I.A.L. Diamond
Sceneggiatura: Billy Wilder, I.A.L. Diamond
Fotografia: Joseph LaShelle
Musiche: Adolph Deutsch
Montaggio: Daniel Mandell
Scenografia: Alexander Trauner (Alexandre Trauner)
Arredamento: Edward G. Boyle
Costumi: Forrest Butler (abiti maschili, non accreditato), Irene Caine (abiti femminili, non accreditata)
Effetti: Milt Rice
Interpreti: Jack Lemmon (Bud Baxter), Shirley MacLaine (Fran Kubelik), Fred MacMurray (Jeff Sheldrake), Ray Walston (Joe Dobisch), Jack Kruschen (Dr. Dreyfuss), David Lewis (Al Kirkeby), Hope Holiday (Margie MacDougall), Joan Shawlee (Sylvia), Naomi Stevens (Mildred Dreyfuss), Johnny Seven (Karl Matuschka), Joyce Jameson (la bionda), Willard Waterman (Vanderhoff)
Produzione: Billy Wilder per The Mirisch Corporation
Distribuzione: Cineteca di Bologna
Durata: 125'
Origine: U.S.A., 1960
Vincitore di 5 Premi Oscar 1961: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e migliore scenografia; Coppa Volpi come migliore attrice a Shirley MacLaine alla Mostra del Cinema di Venezia 1960.

C.C. Baxter, soprannominato “Ciccibello”, contabile presso una grande compagnia di assicurazioni a New York per arrotondare le entrate affitta a ore il piccolo appartamento in cui vive a suoi dirigenti per incontri extraconiugali durante i quali lui va a spasso per la città. Tutto procede così finché l’impiegato non si innamora di Fran Kubelik, una delle hostess degli ascensori del grattacielo in cui ha sede la compagnia. Poi però scopre che proprio lei è l’amante del capo del personale, Jeff Sheldrake che, dietro consiglio di un collega, purtroppo si rivolge al giovane per ottenere l’uso dell’appartamento…
«Quando realizzo un film non lo classifico mai, non dico è una commedia, aspetto l’anteprima, se il pubblico ride molto dico è una commedia o un film serio o un film noir.» (Billy Wilder)
Riteniamo che non ci possano essere più parole per celebrare il genio di Billy Wilder e questo film, mai sufficientemente lodato, resta una dei suoi apici produttivi.
Venuto immediatamente dopo “A qualcuno piace caldo”, “L’appartamento” è un film che vive sulle solite argute ambiguità del suo autore, dal sapore di commedia e dal retrogusto amarissimo. Per questi motivi è stato uno dei film più incompresi tra quelli girati da Wilder, o meglio tra i più sottovalutati dalla critica americana, avendo trovato migliore fortuna in Europa, nonostante gli Oscar ricevuti per miglior film, regia, sceneggiatura originale, scenografia e montaggio, oltre agli innumerevoli riconoscimenti che anche i suoi protagonisti hanno ricevuto in seguito nei numerosi festival tra i quali quello di Venezia.
La connotazione disturbante del film sta proprio in quella incapacità di farsi riconoscere immediatamente come commedia a tutto tondo, a causa di quell’incomprensibile risvolto amaro e drammatico, vero motore del film, che si trasforma in perfetto equilibrio della sceneggiatura e della narrazione. Nell’introversione drammatica trova traduzione, con tratti essenziali che restano eccellenti soluzioni, la solitudine metropolitana unita a quella che si chiamava alienazione del lavoro, stemperata nell’ironia caustica delle situazioni. Questo impianto porta il film verso coordinate instabili rispetto ai consolidati clichè della commedia. Ma la specialità di Wilder è proprio quella di giocare con lo smascheramento della realtà, di tradurre il dramma in commedia per farlo (tornare a) diventare ambiguo e sfuggente, di giocare con la maschera prendendosi gioco delle convenzioni.
Il piccolo impiegato C.C. Baxter lavora per una società di assicurazioni. È uno tra i tanti e la sequenza iniziale della proliferazione di scrivanie tutte uguali, con impiegati tutti uguali che lavorano a testa bassa, pare una delle migliori sintesi di un capitalismo costruito sulla irriconoscibilità delle fonti di guadagno, su un’etica del lavoro in fondo disturbante. Il suo piccolo, ma accogliente, appartamento diventa la meta preferita dei suoi superiori che hanno necessità di un luogo sicuro per le loro scappatelle galanti. La carriera di Baxter quindi fa progressi immediati. Ma quando Fran, la ragazza dell’ascensore, diventa l’amante del suo capo le cose cambiano, perché Baxter è innamorato di Fran che tenta pure il suicidio a causa delle incomprensioni con il suo amante. Baxter, fino ad allora gentile e remissivo, si trasforma, la sua vita cambia registro e l’happy end sembra mettere le cose a posto.
La rappresentazione del cinismo e della solitudine, dell’arrivismo e del prezzo da pagare sono i temi di un film complesso e per nulla prevedibile pur nella sua apparente aderenza a modelli conosciuti e collaudati. La coppia di attori che conduce il gioco è di qualità, da una parte il collaudato e quasi alter ego Jack Lemmon, dall’altra la fantasiosa Shirley Mc Laine. Entrambi si ritroveranno in “Irma la dolce”, altro capolavoro a metà tra il travestitismo e il pregiudizio, una pochade irresistibile dal sapore assolutamente falso.
Qui gli elementi sono invece più concreti e se il realismo dell’impianto si scontra con l’assurdità di alcune soluzioni (la partita a carte del finale per esempio), è perché Wilder gioca da sempre con la realtà trasformandone l’intima sua essenza. In questo gioco tutto sviluppato dentro il meccanismo dello spettacolo hollywoodiano, Wilder, il regista forse tra i più antihollywoodiani di ogni tempo, è riuscito a raccontare il dramma attraverso gli stili della commedia, alleggerendo i meccanismi narrativi e mai i toni della materia. In queste sensibili e segrete alchimie, annegate tra le pieghe del racconto e quindi del tutto assimilate alla struttura dei suoi film, sta la grandezza di Wilder, genio disancorato dalle convenzioni, libero pensatore di un cinema dalle radici antiche e dall’impianto sempre assolutamente moderno.
Tonino De Pace, Sentieri Selvaggi

BILLY WILDER
Filmografia
:
Amore che redime (1934), Colpo di fulmine (1941), Frutto proibito (1942), I cinque segreti del deserto (1943), La fiamma del peccato (1944), Giorni perduti (1945), Il valzer dell'imperatore (1948), Scandalo internazionale (1948), Viale del tramonto (1950), L'asso nella manica (1951), Stalag 17 (1952), Sabrina (1954), Quando la moglie è in vacanza (1955), L'aquila solitaria (1957), Testimone d'accusa (1957), A qualcuno piace caldo (1959), L'appartamento (1960), Uno, due, tre! (1961), Irma la dolce (1963), Baciami, stupido (1964), Non per soldi... ma per denaro (1966), La vita privata di Sherlock Holmes (1970), Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (1972), Prima pagina (1974), Fedora (1978), Buddy Buddy (1981)

Martedì 2 aprile 2019:
L’ATELIER
di Laurent Cantet, con Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean
 

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 19 marzo 2019

Foto di cineforumborgo

 

DOGMAN

Regia: Matteo Garrone
Soggetto: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Matteo Garrone
Fotografia: Nicolaj Brüel
Montaggio: Marco Spoletini
Scenografia: Dimitri Capuani
Costumi: Massimo Cantini Parrini
Suono: Maricetta Lombardo (presa diretta)
Aiuto regia: Paolo Trotta
Interpreti: Marcello Fonte (Marcello), Edoardo Pesce (Simoncino), Nunzia Schiano (madre di Simoncino), Adamo Dionisi (Franco), Francesco Acquaroli (proprietario Videolottery), Alida Baldari Calabria (Alida), Gianluca Gobbi (proprietario ristorante), Laura Pizzirani (madre di Alida), Giancarlo Porcacchia (Gasparone), Aniello Arena (ispettore di Polizia), Mirko Frezza (pusher), Marco Perfetti (pusher), Vittorio Russo (commerciante), Gennaro Iannone (commerciante), Emanuele Barbalonga (padrone cane), Daniele Saliceti (presentatore Fiera), Nelly Oliva (presentatrice Fiera), Miriam Platano (angelo night)
Produzione: Matteo Garrone, Jean Labadie, Jeremy Thomas, Paolo Del Brocco per Archimede Film/Le Pacte, con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 100'
Origine: Italia, Francia, 2018
Data uscita: 17 maggio 2018
Premio per la migliore interpretazione maschile (Marcello Fonte) al 71. Festival di Cannes (2018).

In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l'unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l'amore per la figlia Sofia, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l'intero quartiere. Dopo l'ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall'esito inaspettato.
Matteo Garrone conferma il suo valore con uno dei film più potenti e compatti del festival. (……). Una vicenda che poteva essere semplicemente un compendio delle sue ossessioni legato al versante ‘nero’ di “L'imbalsamatore” e “Primo amore”, ma che diventa qualcosa di più, come se il senso dell'opera scaturisse dalla forza allucinata dello stile. Lo spunto iniziale è la vicenda del ‘canaro’, fattaccio di cronaca della Roma anni ‘80: un toelettatore per cani torturò e uccise il bullo di quartiere che lo vessava, facendo scempio del cadavere. Qui Marcello (Marcello Fonte), separato dalla moglie e con una figlia, è una specie di ultimo tra gli ultimi, che nel suo negozietto in un ecomostro (il set è il villaggio Coppola, lungo la via Domitiana, ma l'ambientazione non è specificata) cerca di tirare aventi facendosi accettare dagli abitanti del quartiere, e subendo le prepotenze di Simoncino (Edoardo Pesce), energumeno violento di cui molti si vorrebbero liberare. Ma il rapporto tra i due, e di Marcello con il prossimo in genere, non è schematico: piccole sfumature lo arricchiscono di una dimensione sottile, anche se il film è in apparenza tutto fatti e cose. Chi cerca la morbosità resterà deluso. “Dogman” è una fiaba nera angosciante, cupissima, in cui il compiacimento è evitato grazie a una dote primaria, che Garrone possiede in sommo grado: il trasporto sensuale per ogni ambiente osservato, fosse pure il più abbrutito; la promiscuità con cui aderisce ai propri personaggi. La cosa sorprendente del film è proprio l'amore del regista per i suoi personaggi, mai guardati dall'alto in basso; a cominciare dal protagonista, che alla fine, nella sua miseria, è quasi un paradossale Cristo di oggi, capro espiatorio di colpe altrui che all'inizio fa in pratica resuscitare un cadavere (non diciamo altro), e che alla fine trascina sulle spalle un peso sovrumano in una specie di via crucis. Come “Reality” non era un film sulla tv, ma l'apologo di un santo all'incontrario perseguitato da una Chiamata, anche “Dogman” è, a suo modo, un film religioso. Garrone va oltre ogni rappresentazione sociologica e supera per così dire il realismo estremizzandolo; utilizza il luogo con quella sensibilità da pittore già all'opera in “Gomorra”, come uno scenario da fantascienza post-apocalittica, di cui sottolinea l'aspetto quasi teatrale con l'uso di piani fissi e inquadrature a figura intera. Non ci sono più storia e politica nel mondo di “Dogman”, fatto di una violenza primaria, e non ci sono quasi nemmeno donne. Rimane una comunità di relitti, quasi tutti maschi (s'intravede una moglie, e c'è la figlia, unico barlume di umanità), senza altro movente che il denaro e la sopravvivenza personale. Insomma, uomini come noi. Il protagonista ha di diverso questo attaccamento quasi ferino per umani e animali, e la sua vera ferita è l'essere bandito da una comunità, per quanto incarognita e violenta. La regia inchioda in maniera quasi soffocante, aderendo perfettamente al racconto, senza una sola scelta banale e senza esibizionismi. Con il suo sorriso mite e quasi ebete, e con un romanesco parlato con accento calabrese, l'uomo dei cani Marcello Fonte è indimenticabile, è il film stesso. Intorno a lui un coro di personaggi definiti con pochi tocchi, grazie anche a un cast impeccabile: Garrone (non lo si dice mai) è anche un grande direttore d'attori.
Emiliano Morreale, La Repubblica

Si può dire che, unico tra i registi italiani, Matteo Garrone usa le immagini per raccontare storie. (……)  Il metodo Garrone, se applicato a una storia universale e potente come quella di “Dogman”, produce un film senza un minuto di troppo, e senza un minuto sbagliato. Posti squallidi al cinema ne abbiamo visti tanti, ma qui il direttore della fotografia Nicolaj Brüel li spoglia di qualsiasi risvolto sociologico o cronachistico. E’ un brutto posto, con pozzanghere e neon tremolanti sul punto di spegnersi, dove un toelettatore di cani - che con un cane vive e con lui si spartisce i maccheroni, uno a te e uno a me - lima le unghie agli alani, fa la cresta ai barboncini prima del concorso di bellezza, all’occasione spaccia qualche bustina di droga. Il canaro, appunto: il film prende spunto dalla cronaca nera (come “L’imbalsamatore”, anno 2002). Avviso ai sensibili, a chi teme un eccesso di violenza e ha a cuore la sorte del genere canino: sono gli umani che si fanno male in “Dogman”, e anche quella violenza è mostrata quanto basta. Marcello Fonte è un attore magnifico, con la sua vocetta e gli occhi alla Buster Keaton (da cinema muto anche qualche gag con i cani). Il picchiatore del quartiere - l’attore è Edoardo Pesce - ha la stazza giusta per sovrastarlo e smuoverne le resistenze, trasmettendo allo spettatore terrore e di compassione per il debole che non trova via d’uscita. Ai meriti di Matteo Garrone va aggiunta una direzione d’attori impeccabile. Abbiamo detto fin troppo, abbastanza per farvelo diventare antipatico (e cercare di trovargli un difetto qualsiasi, è il gioco delle aspettative). Ma che bello avere ogni tanto un film italiano per cui viene voglia di fare il tifo.
Mariarosa Mancuso, Il Foglio

MATTEO GARRONE
Filmografia
:
Silhouette (1995), Bienvenido espirito (1997), Terra di mezzo (1997), Un caso di forza maggiore (1997), Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni (1998), Ospiti (1998), Estate Romana (2000), L'imbalsamatore (2002), Primo amore (2004), Gomorra (2008), Reality (2012), Il racconto dei racconti - Tale of Tales (2014), Dogman (2018), Pinocchio (2019)

Martedì 26 marzo 2019:
L’APPARTAMENTO di Billy Wilder, con Jack Lemmon, Shirley MacLaine, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen

 

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 12 marzo 2019

Foto di cineforumborgo

LA TRUFFA DEI LOGAN

Titolo originale: Logan Lucky
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Rebecca Blunt
Fotografia: Peter Andrews (Steven Soderbergh)
Musiche: David Holmes
Montaggio: Steven Soderbergh
Scenografia: Howard Cummings
Arredamento: Barbara Munch
Costumi: Ellen Mirojnick
Effetti: Josh Hakian, Christina Mitrotti, Lesley Robson-Foster, Shade VFX
Interpreti: Adam Driver (Clyde Logan), Channing Tatum (Jimmy Logan), Daniel Craig (Joe Bang), Katie Holmes (Bobbie Jo Chapman), Hilary Swank (Agente Speciale Sarah Grayson), Seth MacFarlane (Max Chilblain), Riley Keough (Mellie Logan), Katherine Waterston (Sylvia Harrison), Dwight Yoakam (Burns), Sebastian Stan (Dayton White), Brian Gleeson (Sam Bang), Jack Quaid (Fish Bang)
Produzione: Gregory Jacobs, Mark Johnson, Channing Tatum, Reid Carolin per Fingerprint Releasing, in associazione con Bleecker Street
Distribuzione: Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment
Durata: 119'
Origine: U.S.A., 2017
Data uscita: 31 maggio 2018

Nel tentativo di risollevare le sorti della famiglia, i fratelli Jimmy e Clyde Logan si organizzano per mettere a segno una rapina alla Charlotte Motor Speedway, durante la leggendaria gara di auto Coca-Cola 600 e per attuare l'ambizioso piano ricorrono all'aiuto dell'esperto in esplosioni Joe Bang. Proprio quando sembra che il colpo del secolo sia stato portato a termine, un'inarrestabile agente FBI, Sarah Grayson, inizia a ficcare il naso sulla scena del crimine, sospettando di tutto e di tutti coloro che incontra.
(……) Il prolifico ed eclettico Steven Soderbergh con “La truffa dei Logan” realizza una sorta di remake della saga di Ocean tradotta nel contesto proletario e popolare della West Virginia e della North Carolina.
I Logan sono due fratelli e una sorella che, per risollevare le proprie condizioni economiche e in qualche modo anche identitarie e per ribellarsi ad un’esistenza fino a quel momento non particolarmente soddisfacente, organizzano una rapina alla Charlotte Motor Speedway, autodromo della North Carolina, nel giorno in cui si svolge l’importante corsa della Coca-Cola 600, uno degli eventi più seguiti della zona. Per portare a termine il colpaccio chiedono aiuto all’esperto di esplosivi Joe Bang (Daniel Craig), che presenta solo il problema di essere chiuso in prigione. Parte così un variegato, complesso e stravagante piano che unisce l’approccio scientifico, come direbbe un celebre ladruncolo della storia del cinema, all’improvvisazione, dimostrandosi estremamente funzionale e in qualche modo esaltando i caratteri delle varie maschere - dai bifolchi non propriamente furbi all’operaio tutto d’un pezzo e dalla forte moralità fino al galeotto abile e un po’ cialtrone - che partecipano alla rapina. Steven Soderbergh conferma di essere Steven Soderbergh; cioè un regista in grado di manipolare con estrema perizia e in maniera decisamente efficace ogni materiale (leggasi: genere cinematografico) che gli capita sotto mano. Che il film sia decisamente riuscito o che sia ‘solo’ più che discreto - come nel caso de “La truffa dei Logan” -, le opere di Soderbergh funzionano, divertono e contribuiscono a cogliere ‘lo stato della nazione’, intercettando, in maniera lì più approfondita (“Magic Mike” ed “Effetti collaterali”, per fare due esempi) e qui più accennata (“Contagion”), questioni decisive della contemporaneità e dell’autopercezione del popolo statunitense. Ne “La truffa dei Logan” la cosiddetta ‘White trash’ è raccontata con un misto di gentile ironia e di affetto; il film è anzi in qualche modo una parabola di orgoglioso riscatto identitario, come la soluzione finale dimostra, (……), che forse rimane un po’ troppo a metà del guado che divide il film senza pretese da quello con qualche pretesa, ma che diverte e affeziona.
Edoardo Peretti, Mediacritica.it

Steven Soderbergh è conforme ai ritratti che i suoi film disegnano: inafferrabile, contraddittorio, furfante, frivolo, urla a gran voce il suo stato d’autore ma riflette prima di tutto quello di produttore. Indie affollato di star, che ‘ruba’ alle major per dare ai poveri (non di spirito) e creare a piacere un blockbuster, “Logan Lucky” è azzardo puro, rischio (in)calcolato e scommessa commerciale affondata in West Virginia, lo stato dove Donald Trump ha raccolto una delle percentuali più alte. Impiegando la memoria cinematografica come patrimonio vivo (capace di produrre ancora senso) di frammenti e di ricordi, di storie utili ma non necessarie, Soderbergh realizza un heist-movie esilarante capace di scardinare le regole esclusivamente verticali dell’industria cinematografica. E lo fa a partire dalla trama: i fratelli (e sorella) Logan progettano una rapina per svuotare le casse della National Association for Stock Car Auto Racing, serie motoristica e modello di business faraonici.
A stretto contatto con i paesaggi e le attività ricreative locali (corse NASCAR, fiere, concorsi mini-miss e canzoni di John Denver che in Virginia ci è passato il tempo di una ballata), i Logan soffrono tutti e due una disabilità dominata con virtuosità. Mossi da un dilatato bisogno di sopravvivere senza dannarsi troppo l’anima, reclutano un mucchio selvaggio, antieroi marginali che riescono a falsare e farsare ogni situazione, virando verso i luoghi delle gag anche i momenti più tesi. Tra Channing Tatum, corpo erotico convertito in bravo ragazzo (“Magic Mike”) e Adam Driver, reclutato nella grande armata degli attori al servizio di avventure dallo charme tenace, si accomoda Daniel Craig, corpo iper-competente che la finzione mette alla prova. Pescato in un carcere dove i detenuti indossano tutti una divisa a strisce bianche e nere come nei vecchi fumetti, l’attore inglese prende la sua immagine in contropiede. Joe Bang, duro platinato che pratica la chimica e sa sempre come uscire da un vicolo cieco, potrebbe essere un rivale di Bond, eroe conservatore e maschio assoluto che Craig rovescia in bandito sbrecciato percorso dall’unico desiderio di intascare soldi facili.
Piccolo budget e cast da sogno, "Logan Lucky" strizza l’occhio agli ‘undici’ di Ocean, (ri)prendendosi il piacere di mostrare i trucchi che nasconde. In attesa di vedere se Soderbergh smetterà di fare film come dichiara a intervalli, registriamo la nuova pietra di un edificio filmico aperto e generoso, strumento di intrattenimento che non ha alcun scopo al di fuori della sua stessa intima essenza.
Marzia Gandolfi, Cinematografo.it

STEVEN SODERBERGH
Filmografia
:
Sesso, bugie e videotape (1989), Delitti e segreti (1991), Piccolo, grande Aaron (1993), Torbide ossessioni (1995), Out of Sight (1998), L'inglese (1999), Erin Brockovich - Forte come la verità (2000), Traffic (2000), Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco (2001), Full Frontal (2002), Solaris (2002), Eros (2004) (ep."Equilibrio"), Ocean's Twelve (2004), Bubble (2005), Intrigo a Berlino (2006), Ocean's 13 (2007), Che - Guerriglia (2008), Che - L'Argentino (2008), The Girlfriend Experience (2009), The Informant! (2009), Contagion (2011), Knockout - Resa dei conti (2011), Magic Mike (2012), Dietro i candelabri (2013), Effetti collaterali (2013), A Confederacy of Dunces (2014), The Knick (2014), La truffa dei Logan (2017), Unsane (2018)

Martedì 19 marzo 2019:
DOGMAN
di Matteo Garrone, con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli


 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 5 marzo 2019

Foto di cineforumborgo

 

UNA DONNA FANTASTICA

Titolo originale: Una mujer fantástica
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza
Fotografia: Benjamín Echazarreta
Musiche: Matthew Herbert
Montaggio: Soledad Salfate
Scenografia: Estefanía Larraín
Costumi: Muriel Parra
Interpreti: Daniela Vega (Marina), Francisco Reyes (Orlando), Aline Küppenheim (Sonia), Luis Gnecco (Gabo), Amparo Noguera (Adriana), Antonia Zegers (Alessandra), Roberto Farías (medico), Nicolás Gil Saavedra (Bruno), Néstor Cantillana (Gaston), Alejandro Goïc (dottore), Sergio Hernández (insegnante di canto)
Produzione: Juan De Dios Larraín, Pablo Larraín per Fabula, in coproduzione con Komplizen Film/Muchas Gracias/Setembro Cine
Distribuzione: Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment
Durata: 104'
Origine: Cile, Usa, Germania, Spagna, 2017
Data uscita: 19 ottobre 2017
Orso d'Argento per la miglior sceneggiatura, menzione speciale della giuria ecumenica (concorso), Teddy Award come miglior film al 67. Festival di Berlino (2017); Oscar 2018 come miglior film straniero.

Marina e Orlando sono innamorati e pianificano di passare le loro vite insieme. Lei lavora come cameriera e adora cantare. Il suo compagno, di 20 anni più grande, ha lasciato la sua famiglia per lei. Una sera, però, tornati a casa dopo aver festeggiato il compleanno di Marina in un ristorante, succede l'imprevedibile: Orlando improvvisamente diventa pallido e smette di rispondere. In ospedale, tutti i medici confermano la morte dell'uomo. Gli eventi si susseguono veloci: Marina si trova di fronte alle domande sgradevoli da parte di un'ispettrice di polizia, mente la famiglia di Orlando le mostra solo rabbia e sfiducia, la esclude dal funerale e le ordina di lasciare l'appartamento, che apparteneva ad Orlando, il più presto possibile. Marina, infatti, è una donna transessuale e la famiglia del defunto si sente minacciata dalla sua identità. Ma Marina è forte, e con la stessa energia che ha utilizzato per il diritto a essere donna decide di combattere, a testa alta, per il diritto di vivere il proprio lutto.
Un’altra struggente storia di identità femminile raccontata da Sebastian Lelio: dopo “Gloria”, cammino di autostima e indipendenza, si inoltra ora in un territorio più complicato con “Una donna fantastica”. Un amore felice, una vacanza in programma. Orlando e Marina, lei cameriera e cantante in un night, lui che ha parecchi anni più di lei un giorno si sente male, barcolla e precipita giù dalle scale dell’appartamento dove vivono insieme. Trasportato all’ospedale, morirà e per Marina comincia una drammatica situazione. Il fatto che sia transessuale lo si scopre quando iniziano le indagini su quella morte un po’ sospetta. Nome? Daniel.
E tutta la famiglia da cui Orlando si è separato, fa fronte compatto per impedirle di assistere alle funzioni funebri, perfino all’ingresso al cimitero. Si sviluppa così un intreccio sempre più drammatico e nello stesso tempo intimo poiché il genere transgender di Marina (la interpreta Daniela Vega, una celebre cantante lirica transgender) si svela un po’ alla volta come a mettere lo spettatore di fronte a un essere continuamente flagellato per la sua condizione. E mette Marina stessa di fronte alla sua identità, forte e decisa, persona che non si lascia intimidire.
La messa in scena procede in modo che lo spettatore possa osservare ogni suo comportamento, ogni lato della sua persona, come il medico che scatta le foto del suo corpo, così come lei sembra interrogarsi specchiandosi nelle vetrine. E quando entra nel bagno turco frequentato dal suo compagno, con i capelli legati e l’asciugamano sui fianchi nessuno ci fa caso, è un ragazzo come tanti. Suggerisce quanto la femminilità possa essere lavoro incessante e faticoso. Un turbamento lungo tutto il film coglie lo spettatore invitato a identificarsi, poi ad allontanarsi, a porsi le stesse domande che vengono formulate, a subire l’empatia suggerita dalla trama, a reagire di fronte alla mancanza di pietà.
«Daniel chi sei tu? quando ti vedo non so cosa vedo. Una chimera?» le dice la moglie abbandonata che cerca di mantenere una certa classe e non essere toccata dallo scandalo. Mostrarsi umana e lasciare che traslochi con calma sì, ma assolutamente non si faccia vedere alle funzioni. E quando lei osa farlo, tutti i maschi della famiglia la braccano e la colpiscono ferocemente, umiliandola. Parallelamente si suggerisce una sottile tematica edipica che racconta qualcosa del vissuto della famiglia di Marina che non viene svelato (uno della classe alta non tirerebbe di boxe come fa lei per scaricare lo stress).
(……) È un film che parla a tutti, ma è piuttosto interessante cogliere le aperture di una società piuttosto conservatrice, dove conta soprattutto il nome di famiglia e il vero scandalo non è tanto avere una relazione, ma averla con qualcuno di classe inferiore.
Silvana Silvestri, Il Manifesto

«Quando ti ho davanti non so cosa vedo», dicono a Marina, la protagonista transessuale di “Una donna fantastica”, i parenti dell’uomo che la donna ha amato e che non può piangere. Agli occhi degli altri Marina non è un uomo, legalmente non è ancora una donna e ora che il suo amante è morto non può pretendere di esserne la vedova. Marina si riflette dentro vetrine e specchi onnipresenti: l’immagine che il mondo le restituisce mostra una figura sdoppiata. Eppure, dentro di sé, è unica, è semplicemente una donna. Allontanata dalla famiglia dell’amante, lotta per ottenere rispetto e considerazione, per partecipare al funerale e riprendersi almeno l’amato cane. Marina rivendica non il diritto a essere ciò che è, ma a stare dentro il mondo. In una Santiago geometrica, in quartieri residenziali senz’anima, si sposta di continuo, cammina controvento, salta sul tetto di una macchina, resiste al nastro adesivo che le stravolge i connotati. Il suo corpo non deve nasconderla, ma al contrario definirla. Come le chiede il maestro di canto lirico, «sei venuta per imparare o per nasconderti dal mondo?». Nel timbro di voce né maschile né femminile, Marina (la straordinaria Daniela Vega, che alla fine esegue il Largo di Händel “Ombra mai fu”) si definisce in uno spazio unico e soltanto suo. È lo sguardo degli altri, semmai, a non comprenderla: in una scena di straordinaria semplicità, capace di riscattare le derive simboliche del film, Lelio usa un semplice asciugamano, prima alzato sul petto, poi fatto scivolare in vita, per confondere il suo personaggio in entrambi i sessi. L’identità non ha genere, l’occhio, evidentemente, sì.
Roberto Manassero, Film Tv

SEBASTIÁN LELIO
Filmografia
:
4 (1995), Música de cámara (1996), Smog (2000), Fragmentos urbanos (2002) ("Ciudad de Maravillas"), Carga vital (2003), La sagrada familia (2006), Navidad (2009), El año del tigre (2011), Gloria (2013), Una donna fantastica (2017), Disobedience (2017), Gloria Bell (2018)

Martedì 12 marzo 2019:
LA TRUFFA DEI LOGAN di Steven Soderbergh, con Adam Driver, Channing Tatum, Daniel Craig, Katie Holmes, Hilary Swank

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 26 febbraio 2019

Foto di cineforumborgo

 

CHIAMAMI COL TUO NOME

Regia: Luca Guadagnino
Soggetto: dal romanzo omonimo di André Aciman (ed. Guanda, coll. Narratori della Fenice)
Sceneggiatura: James Ivory
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
Montaggio: Walter Fasano
Scenografia: Samuel Deshors
Arredamento: Sandro Piccarozzi
Costumi: Giulia Piersanti
Effetti: Luca Saviotti
Suono: Yves-Marie Omnes, Jean-Pierre Laforce
Interpreti: Armie Hammer (Oliver), Timothée Chalamet (Elio Perlman), Michael Stuhlbarg (sig. Perlman), Amira Casar (Annella Perlman), Esther Garrel (Marzia), Victoire Du Bois (Chiara), Vanda Capriolo (Mafalda), Antonio Rimoldi (Anchise), Elena Bucci (Bambi), Marco Sgrosso (Nico), André Aciman (Mounir), Peter Spears (Isaac)
Produzione: Peter Spears, Luca Guadagnino, Emilie Georges, Rodrigo Teixeira, Marco Morabito, James Ivory, Howard Rosenman per Frenesy/La Cinefacture, in collaborazione con Water's End Productions
Distribuzione: Warner Bros. Entertainment italia
Durata: 132'
Origine: Francia, Italia, U.S.A., Brasile, 2017
Data uscita: 25 gennaio 2018
Oscar 2018 per la miglior sceneggiatura non originale.

È l'estate del 1983 nel nord dell'Italia, ed Elio Perlman, un precoce diciassettenne americano, vive nella villa del XVII° secolo di famiglia passando il tempo a trascrivere e suonare musica classica, leggere, e flirtare con la sua amica Marzia. Elio ha un rapporto molto stretto con suo padre, un eminente professore universitario specializzato nella cultura greco-romana, e sua madre Annella, una traduttrice, che gli danno modo di approfondire la sua cultura in un ambiente che trabocca di delizie naturali. Mentre la sofisticazione e i doni intellettuali di Elio sono paragonabili a quelli di un adulto, permane in lui ancora un senso di innocenza e immaturità, in particolare riguardo alle questioni di cuore. Un giorno, arriva Oliver un affascinante studente americano, che il padre di Elio ospita per aiutarlo a completare la sua tesi di dottorato. In un ambiente splendido e soleggiato, Elio e Oliver scoprono la bellezza della nascita del desiderio, nel corso di un'estate che cambierà per sempre le loro vite.
Chiamami col tuo nome” è il capitolo conclusivo della ‘Trilogia del desiderio’ di Luca Guadagnino, cominciata con “Io sono l’amore” (2009) e proseguita con “A bigger splash” (2015). È anche quello di maggior successo, premiato con l’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale di James Ivory. Tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman edito in Italia da Guanda, il film era inizialmente un progetto proprio del regista di “Quel che resta del giorno”, con Guadagnino come produttore esecutivo. Dopo il rifiuto suo e di Gabriele Muccino (altro interpellato per la regia) Guadagnino decide di dirigerlo, d’accordo con Ivory, lavorando alla sceneggiatura insieme al montatore abituale Walter Fasano. Senza farla troppo lunga con la storia produttiva, “Chiamami col tuo nome” viene girato vicino a Crema, in Lombardia, in soli 33 giorni, e alla sua uscita ha un consenso forse addirittura superiore alle aspettative dell’autore, che specialmente in patria continua(va) a essere ‘poco profeta’, essendo i suoi titoli precedenti stati accolti tiepidamente dalla critica più conformista e un po’ evitati dal pubblico generalista. Guadagnino può a questo giro contare su endorsement clamorosi come quelli di Xavier Dolan, Pedro Almodóvar e Paul Thomas Anderson, che lodano pubblicamente il film. Conta soprattutto su due attori strepitosi: Timothée Chalamet e Armie Hammer. Storia di educazione alla vita, all’amore, all’eros di un diciassettenne, Elio Perlman, ebreo un po’ americano, un po’ italiano e un po’ francese che si innamora di un ospite del padre archeologo nella loro casa di campagna ‘da qualche parte nel nord Italia’. Oggetto, o meglio soggetto, del desiderio è Oliver, ventiquattrenne ben consapevole delle proprie potenzialità seduttive. Guadagnino opta per una messa in scena apparentemente semplice che invece valorizzi una storia sofisticata, evitando a personaggi ‘molto scritti’ nella loro articolazione di risultare forzati, o fasulli. Prendete Elio: nella sua densità d’adolescente si ritrovano una certa protervia ‘del sapere’, che lo stesso Oliver stigmatizza quando il giovane sciorina i numeri della Grande guerra davanti al monumento ai caduti, ma anche l’evidente insicurezza («Io non so niente») e la fame d’esperienza. Fame, voracità: sono temi chiari di un film la cui icona (la pesca) non a caso si mangia, ed è piuttosto interessante vedere Elio avventarsi su Oliver quando sono finalmente in camera da letto. La voracità del ragazzo passa dal piano intellettuale (è un avido lettore, porta Oliver nel suo ‘secret garden’ sul fiume e gli dice: «Non hai idea di quanti libri abbia letto qui») a quello carnale; ma in mezzo ce n’è un terzo, il più difficile da riconoscere, gestire e dominare, quello del sentimento. Una sfida anche per Guadagnino, che all’irrompere sordo e inesorabile del sentimento dedica il finale di partita (l’elaborazione dell’amore, una volta ripartito Oliver) prendendosi un rischio notevole (nel monologo del padre, certo coerente con il suo rapporto con Elio, che in precedenza gli aveva confessato di avere quasi fatto sesso con Marzia, e tuttavia, secondo me, troppo cerebrale) ma anche sospendendone il peso, la permanenza. Credo sia il senso del primo piano di Elio che a stento trattiene le lacrime nella sequenza finale. Le parole sussurrate e lette, pensate e scritte, possono forse dirci le ragioni della conclusione di una storia, ma solo lo sguardo coglie con tale potenza l’espressione di un’intimità. Esiste il bello assoluto, ed è il finale di “Chiamami col tuo nome”.
Mauro Gervasini, Film Tv

(…...) questo percorso di conoscenza e di scoperta non avrebbe fascino e armonia, se la storia non fosse accompagnata dalla descrizione di un mondo che sembra fatto per accompagnare Elia (e lo spettatore) verso un'esperienza fondativa. Mi sembra questa la vera forza di “Call me by your name” di Luca Guadagnino: al centro del film non c’è tanto la scoperta della propria omosessualità, quanto la possibilità di farlo, il sogno (o l'utopia) di un ambiente che sappia accettare le pulsioni del desiderio ovunque portino e che, come dice un padre meravigliosamente sensibile, siano d'aiuto alla propria crescita.
Paolo Mereghetti, Corriere della Sera

LUCA GUADAGNINO
Filmografia
:
The Protagonists (1999), Tilda Swinton - The love factory (2002), Mundo Civilizado (2003), Cuoco contadino (2004), Melissa P. (2005), Io sono l'amore (2009), Inconscio italiano (2011), Bertolucci on Bertolucci (2013), A Bigger Splash (2015), Suspiria (2017), Chiamami col tuo nome (2017)

Martedì 5 marzo 2019:
UNA DONNA FANTASTICA di Sebastián Lelio, con Daniela Vega, Francisco Reyes, Aline Küppenheim, Luis Gnecco, Amparo Noguera

 

 

 
 
 
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Data di creazione: 29/09/2007
 

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