**TEST**

CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2019/2020

 

AREA PERSONALE

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Aprile 2020 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30      
 
 

FACEBOOK

 
 

 

DPCM 8 marzo 2020

Post n°440 pubblicato il 09 Marzo 2020 da cineforumborgo

Comunichiamo che, stanti le disposizioni del DPCM emanato in data 8 marzo u.s. e finalizzato al contenimento del contagio da Coronavirus, alcune attività, tra cui le sale cinematografiche, resteranno chiuse fino a tutto il 3 aprile prossimo.
Quindi, ovviamente, anche le proiezioni previste per la nostra rassegna sono rinviate a data da destinarsi.
Speriamo di rivederci presto! 

 
 
 

Stagione 2019/2020 | 3 marzo 2020

Foto di cineforumborgo

CAFARNAO - CAOS E MIRACOLI

Titolo originale: Capharnaüm
Regia: Nadine Labaki
Sceneggiatura: Nadine Labaki, Jihad Hojeily, Michelle Kesrouani, Georges Khabbaz (collaborazione)
Fotografia: Christopher Aoun
Musiche: Khaled Mouzanar
Montaggio: Konstantin Bock
Scenografia: Hussein Baydoun
Costumi: Zeina Saab Demelero
Suono: Chadi Roukoz, Emmanuel Croset (mixer), Matthieu Tertois (mixer)
Interpreti: Zain Al Rafeea (Zain), Yordanos Shiferaw (Rahil), Boluwatife Treasure Bankole (Yonas), Kawthar Al Haddad (Souad), Fadi Kamel Youssef (Selim), Haita Izam (Sahar), Alaa Chouchnieh (Aspro), Nadine Labaki (Nadine, avvocato di Zain)
Produzione: Michel Merkt, Khaled Mouzanar per Boo Pictures/Mooz Films
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 123'
Origine: Libano, Francia, U.S.A., 2018
Data uscita: 11 aprile 2019
Premio della giuria e premio miglior film della giuria ecumenica FIPRESCI al 71. Festival di Cannes (2018).

Zain ha dodici anni, ha una famiglia numerosa e dal suo sguardo trapela il dramma vissuto da un intero Paese. Siamo a Beirut, nei quartieri più disagiati della città. Zaid non ha però perso la speranza ed è pronto a ribellarsi al sistema, portando in tribunale i suoi stessi genitori...
Cafarnao. Un luogo caotico, turbolento, affollato di genti diverse. Era un'antica città della Galilea, importante nei Vangeli e nella vita di Gesù. Nel tempo, il suo nome ha iniziato ad indicare luoghi o situazioni di tale confusione da fare perdere l'orientamento o confondere le idee. Ed era un vero cafarnao la lavagna bianca su cui Nadine Labaki aveva appuntato, com' è solita fare, tutti i temi che avrebbe voluto trattare nel suo nuovo film, il terzo da regista. Così come è un vero cafarnao la vita di Zain, il personaggio - dodici anni appena - cui l'artista libanese ha dato vita per mettere ordine in quel caos di idee, emozioni, situazioni e denunce che le affollavano la testa. La povertà e l’infanzia negata, con il lavoro minorile e il dramma delle spose bambine. Ma soprattutto la solitudine di questi bambini che avrebbero bisogno di un amore che i genitori non sanno cosa è. E laddove l'amore invece c' è, c'è l'immigrazione clandestina a separare una madre dal figlio che ancora allatta. Facile preda dei trafficanti di uomini e bambini. Con “Cafarnao - Caos e miracoli”, Nadine Labaki ci porta nelle viscere di Beirut. Ma già dalle prime sequenze, man mano che conosciamo il piccolo protagonista, Zain, è istintivo pensare che potremmo essere in una qualunque periferia europea, anche ai margini delle nostre città. Beirut come Napoli, Palermo, Roma o Milano. Perché un bambino che arriva a citare in giudizio i genitori con l'accusa di averlo messo al mondo senza essere capaci di amarlo, di proteggerlo, è un bambino che riguarda ogni parte del mondo. Ognuno di noi. Se poi ha gli occhi di Zain Al Rafeea, il suo sguardo, la sua dura solitudine mista a rabbia e fragilità, allora non ci lascia più. Come non ci lasciano più i momenti in cui lui, adulto dal corpo di bambino, si trova a doversi prendere cura di quel neonato etiope, Yonas, che cerca ancora il seno della madre. Anche sotto la maglietta di Zain. Sono questi i momenti più alti del film. La chiave con cui la regista e attrice libanese mette il cinema al servizio di un racconto umano potente, naturale, che mostra la violenza emotiva e affettiva dell'infanzia negata. Con un dolore lancinante che, tuttavia, trova sollievo nella resilienza di Zain, pronto a dare fondo a tutta la sua immaginazione creativa per trovare soluzioni concrete a problemi pratici. Per esempio, una pentola legata ad uno skateboard rubato, per portarsi dietro quella piccola creatura indifesa, che lui, con il suo corpo troppo magro, non riesce più a tenere in braccio. Ma che è pronto a difendere con la stessa determinazione con cui, purtroppo, non è riuscito a proteggere sua sorella, data in sposa troppo presto. La bellezza affettiva e vitale, ostinata, di Zain e Yonas, del loro essere fratelli per casualità, sconvolge i piani di una narrazione che altrimenti sarebbe insostenibile per drammaticità. Soprattutto perché il dramma che racconta è reale. E fa malissimo. Allora eccolo il miracolo in mezzo al caos. La tenerezza. Che esiste e resiste nonostante tutto. E che vince l'orrore, la violenza, il disorientamento, la bruttezza delle emozioni più cupe e della povertà assoluta. Che la resilienza dei bambini trasforma in ricchezza umana, capacità di dare anche quando non si ha niente. Tutto il contrario delle nostre civiltà occidentali opulente, che hanno tutto e non sono più in grado di dare niente. Dimentiche della loro umanità. Per trovare i volti attraverso cui raccontare tutto questo, Nadine Labaki ha cercato sul campo per mesi, non tra attori professionisti ma tra la gente che vive esistenze molto vicine a quelle raccontate nel film. Tra loro, ha trovato il giovane Zain nel quartiere in cui vive a Beirut, grazie alla direttrice del casting subito affascinata dalla complessità del carattere di questo uomo-bambino, "una sintesi di umorismo e straziante carisma, che fa di lui la perla rara che Nadine Labaki stava cercando". Se tutto il viaggio dentro Cafarnao è destinato a condurci verso il sorriso insperato di Zain, state certi che quel sorriso vi esploderà nel cuore e non lo dimenticherete più.
Ornella Sgroi, Corriere.it

Dove sta andando la critica cinematografica italiana? La domanda non è così superficiale come potrebbe apparire. Il perché è presto detto e ben si adatta a questo “Cafarnao”, diretto e interpretato da Nadine Labaki. In pratica, ci si dovrebbe chiedere sulla base di cosa andrebbe giudicato un film. Quando, a commento di una pellicola, si leggono argomenti come «il ricatto dell'infanzia», «bambini usati come grimaldello emotivo», «troppo spesso mirato a ricercare la commozione meccanica», «con quale onestà Nadine Labaki ha deciso di metterla in scena?» «un film che ricatta fino alle lacrime», un povero spettatore cosa dovrebbe pensare? Un po' come “Noi”, l'ultima pellicola di Jordan Peele, osannata dalla stessa critica come horror politico. Dove ognuno ha dato la propria interpretazione di questo significato recondito «politico», talmente palese che non si trovano due spiegazioni che siano simili. Ognuno fa la propria disquisizione e pazienza se il film sia, ai più, incomprensibile. E allora, Cafarnao viene bacchettato non perché visivamente sia un brutto film, o mal recitato, ma per il fatto che ci siano come protagonisti dei bambini e, quindi, la lacrima diventa più facile. Con questa logica, “Marcellino pane e vino” e “Wonder” cosa dovrebbero essere? Delle pellicole eversive? Cosa avrà girato mai, allora, la Labaki, già ammirata in pellicole come “Caramel”, per meritarsi gli strali? Un film su un bambino che porta in tribunale i propri genitori «per averlo messo al mondo». Siamo a Beirut, dove Zain, il piccolo protagonista dodicenne, vive nella povertà più assoluta e dove le bambine vengono date in sposa ad adulti, rischiando di morire. Il ragazzino va via da una casa che detesta e si ritrova ‘adottato’ da una immigrata illegale etiope, madre di un bimbetto. Quando viene arrestata, toccherà a Zain, occuparsi del piccolo, usando mille stratagemmi. L' uso della camera a mano, il montaggio, la bravura del giovane interprete Zain Alrafeea, sono valsi al film la candidatura nella cinquina degli Oscar. Alla faccia del ricatto.
Maurizio Acerbi, Il Giornale

NADINE LABAKI
Filmografia:
Caramel (2007), E ora dove andiamo? (2011), Cafarnao - Caos e miracoli (2018)

Martedì 10 marzo 2020:
BANGLA di Phaim Bhuiyan, con Phaim Bhuiyan, Carlotta Antonelli, Alessia Giuliani, Milena Mancini, Pietro Sermonti

 

 

 
 
 

Stagione 2019/2020 | 25 febbraio 2020

Foto di cineforumborgo

VICE - L’UOMO NELL’OMBRA

Titolo originale: Vice
Regia
: Adam McKay
Soggetto
: Adam McKay
Sceneggiatura
: Adam McKay
Fotografia
: Greig Fraser
Musiche
: Nicholas Britell
Montaggio
: Hank Corwin
Scenografia
: Patrice Vermette
Arredamento
: Jan Pascale
Costumi
: Susan Matheson
Effetti
: Peter Chesney, Raymond Gieringer
Suono
: Christopher Scarabosio
Interpreti
: Christian Bale (Dick Cheney), Amy Adams (Lynne Cheney), Steve Carell (Donald Rumsfeld), Sam Rockwell (George W. Bush), Kirk Bovill (Henry Kissinger), John Hillner (George H. W. Bush), Jesse Plemons (Kurt), Alison Pill (Mary Cheney), Lily Rabe (Liz Cheney), Tyler Perry (Colin Powell), Justin Kirk (Scooter Libby), Lisagay Hamilton (Condoleezza Rice), Bill Pullman (Nelson Rockefeller), Eddie Marsan (Paul Wolfowitz), Bill Camp (Gerald Ford), Don McManus (David Addington), Shea Whigham (Wayne Vincent), Stephen Adly Guirgis (George Tenet)
Produzione
: Megan Ellison, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Adam McKay, Kevin J. Messick, Brad Pitt per Annapurna Pictures/Gary Sanchez Productions
Distribuzione
: Eagle Pictures, Leone Film Group
Durata
: 132’
Origine
: U.S.A., 2018
Data uscita
: 3 gennaio 2019
Golden Globe 2019 a Christian Bale come miglior attore in un film musical/commedia; Oscar 2019 per miglior trucco e acconciature (Greg Cannom, Kate Biscoe, Patricia Dehaney).

Un incredibile biopic su Dick Cheney, uno dei più potenti e controversi uomini politici americani, vicepresidente degli Stati Uniti al fianco di George W. Bush, e responsabile delle decisioni politiche che hanno cambiato per sempre la storia contemporanea.
Wyoming, 1963. Per la seconda volta, il giovane Dick Cheney viene arrestato per guida in stato di ebbrezza. «A quei tempi, un ragazzo del genere veniva definito un fannullone. Ai giorni nostri sarebbe definito uno stronzo». Ai giorni nostri (nel primo decennio degli anni 2000), quel ‘fannullone’ è stato il presidente de facto della più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti, ufficialmente guidata da George W. Bush.
Dopo “La grande scommessa”, film che entrava nei meccanismi del crack finanziario del 2008 e che gli valse l’Oscar per la migliore sceneggiatura, Adam McKay si concentra questa volta su 50 anni di politica americana: per farlo porta sotto i riflettori uno dei personaggi chiave, notoriamente ‘nell’ombra’, artefice del più grande cambiamento nella storia della democrazia statunitense, all’indomani dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre. Come per il film precedente, McKay si affida a Christian Bale - chiamato a una spaventosa trasformazione camaleontica come già accaduto nel corso della sua carriera - per interpretare il protagonista, affiancandogli un altrettanto straordinaria Amy Adams: l’attrice è Lynne Cheney, moglie di Dick e vera forza motrice per la sua continua ascesa. Con uno stile ormai riconoscibile, frantumando di nuovo le convenzioni narrative più ovvie, sgretolando la quarta parete utilizzando un narratore atipico, l’uomo della strada americano (una scelta ‘di cuore’, capiremo poi…), McKay realizza un’altra, incredibile partitura: “Vice
” è un’opera jazz sorprendente, capace di saltare con disinvoltura dal terrore dell’11 settembre ai gargarismi davanti lo specchio prima di andare a dormire, mostrando senza alcun timore reverenziale gli aspetti più intimi di un uomo, da un lato marito e padre amorevole di due figlie (una delle quali lesbica dichiarata, ma mai osteggiata da Dick), dall’altro stratega senza scrupoli, capace di mistificare senza alcuna vergogna le ragioni alla base di alcune tra le pagine più dolorose della politica interna ed estera degli Stati Uniti, dalle torture di Guantanamo alla guerra in Iraq, passando per il controllo informatico e telematico dell’intera popolazione.
Sberleffo irriverente, ma non solo, “Vice
” è una biografia (ovviamente non autorizzata) appassionante e incisiva, capace di intrattenere, certo, ma anche e soprattutto di far riflettere. È un grande film di attori, soprattutto, dove oltre ai due già citati Bale e Adams, rivestono un ruolo non secondario Steve Carell (è Donald Rumsfeld, prima mentore poi sottoposto di Cheney) e Sam Rockwell (è George W. Bush, impersonato alla stessa stregua di un burattino inesperto disposto a qualsiasi cosa pur di far colpo sul padre).
Da operaio elettrico senza futuro nel rurale Wyoming ad astuto burattinaio nella stanza dei bottoni degli USA, l’ascesa di Cheney inizia da lontano, come tirocinante del Congresso: già durante l’amministrazione Nixon si insinua nel tessuto politico di Washington DC («In che cosa crediamo?» chiede ad un certo punto a Rumsfeld, ricevendo come risposta una fragorosa risata), diventando Capo dello Staff della Casa Bianca sotto Gerald Ford e, dopo cinque mandati nel Congresso, Segretario alla Difesa per George H. W. Bush. Poi le prime avvisaglie di un cuore malandato, e la decisione di abbandonare la politica con le spalle coperte dalla posizione di CEO della petrolifera Halliburton: il film - suggerisce anche un irresistibile inserto con tanto di abbozzo di titoli di coda - potrebbe concludersi qui. Ma sarà una telefonata («di domenica mattina!») a convincerlo di poter tornare in pista. Ma per accettare la carica di vicepresidente («un ruolo inutile, si aspetta solamente che il presidente muoia», gli ricorda la moglie) offertagli dal figlio di Bush strappa l’implicito accordo che sarebbe stato lui ad esercitare un controllo sull’esecutivo pressoché totale. Un co-presidente in tutto e per tutto. Il resto - come si dice in casi come questi - è storia. Ed è quella che stiamo vivendo tuttora.
Valerio Sammarco, Cinematografo.it

Dick Cheney, un ubriacone buono a nulla nel Wyoming dei primi anni 70, diviene trent’anni dopo il più potente vicepresidente di sempre degli Stati Uniti d’America, nonché il maggiore responsabile indiretto dello stato di crisi e paura in cui versa oggi il mondo occidentale. Un atto d’accusa forte quello di Adam McKay (“La grande scommessa”), travestito da grottesca parodia con punte di satira corrosiva. (……) Spiegare lo strano caso di una democrazia i cui limiti sono stati piegati e adattati fino a sconfinare nell’autoritarismo richiede (forse) un linguaggio altrettanto bifronte. Ecco quindi mimesi attoriale (……), balzi narrativi in avanti o all’indietro, falsi titoli di coda a meno di metà film e persino un dialogo shakespeariano consumato a letto tra Cheney e signora. Lo stile di McKay non piacerà a tutti, ma forse il senso di questo vivido affresco risulterà più chiaro tra qualche tempo.
Emanuele Sacchi, Film Tv

ADAM McKAY
Filmografia:

Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy (2004), Ricky Bobby: La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno (2006), Fratellastri a 40 anni (2008), I poliziotti di riserva (2010), Candidato a sorpresa (2012), Anchorman 2 - Fotti la notizia (2013), La grande scommessa (2016), Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Martedì 3 marzo 2020:
CAFARNAO - CAOS E MIRACOLI di Nadine Labaki, con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw, Boluwatife Treasure Bankole, Kawthar Al Haddad

 
 
 

Stagione 2019/2020 | 18 febbraio 2020

Foto di cineforumborgo

TROPPA GRAZIA

Regia: Gianni Zanasi
Soggetto: Gianni Zanasi
Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Giacomo Ciarrapico, Michele Pellegrini, Federica Pontremoli
Fotografia: Vladan Radovic
Musiche: Niccolò Contessa
Montaggio: Rita Rognoni, Gianni Zanasi
Scenografia: Massimiliano Sturiale
Costumi: Olivia Bellini
Suono: Stefano Campus (presa diretta)
Interpreti: Alba Rohrwacher (Lucia), Elio Germano (Arturo), Giuseppe Battiston (Paolo), Hadas Yaron (La Madonna), Carlotta Natoli (Claudia), Thomas Trabacchi (Guido), Daniele De Angelis (Fabio), Rosa Vannucci (Rosa), Teco Celio (Giulio Ravi)
Produzione: Beppe Caschetto, Rita Rognoni per Ibc Movie/Pupkin Production con Rai Cinema, in coproduzione con Oplon Film/Strada Productions/Smallfish Spain
Distribuzione: Bim Distribuzione
Durata: 110'
Origine: Italia, Grecia, Spagna, 2018
Data uscita: 22 novembre 2018

Lucia è una geometra che vive da sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, economiche e sentimentali, il Comune le affida un controllo su un terreno scelto per costruire una grande opera architettonica. Lucia nota che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l'incarico decide di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre continua il suo lavoro, viene interrotta da quella che le sembra una giovane ‘profuga’. Lucia le offre 5 euro e riprende a lavorare. Ma la sera, nella cucina di casa sua, la rivede all'improvviso, davanti a lei. La ‘profuga’ la fissa e le dice: «Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa...»
La grazia è la “qualità naturale di tutto ciò che, per una sua intima bellezza, delicatezza, spontaneità, finezza, leggiadria, o per l’armonica fusione di tutte queste doti, impressiona gradevolmente i sensi e lo spirito” ed è anche, alla sua maniera un po’ scombinata e guizzante, la qualità maggiore del film di Gianni Zanasi.
Un film fortemente liberatorio, che muovendosi tra favola, realismo, magia e miscredenza solleva (come sempre nel cinema di Zanasi, del resto) una serie di questioni centrali nella contemporaneità in continua corsa contro sé stessa. Questioni che molto poco, se non per nulla, hanno a che fare con la religione o con l’afflato spirituale, ma che invece scavano nei bisogni che più umanamente coinvolgono tutti noi. A cominciare dal bisogno di credere in qualcosa - partendo da sé stessi - e dalla necessità di badare alle piccole bellezze che ci circondano e che ci possono far sopravvivere o imparare a vivere un po’ meglio.
Poi, naturalmente, c'è la provincia tanto cara a Zanasi, con il lavoro che arriva a singhiozzo, il qualunquismo sugli immigrati, il paesaggio a cui nessuno fa caso; ma anche la speculazione, la corruzione, i compromessi, la speranza nel nuovo che avanza, e ancora le distorsioni da social, il caffè nel bar dei cinesi, la diffidenza verso la stranezza.
Si ride, e questa è una cosa buona; si ride anche molto, quando Lucia, una Alba Rohrwacher vestita di un abito comico che le calza perfettamente, e l‘inflessibile Madonna-rifugiata-mendicante con gli occhi verdi di Hadas Yaron se le danno di santa ragione. Si empatizza con dolcezza nei dialoghi concreti e sinceri tra Lucia e il suo compagno sfidanzato Arturo, al quale Elio Germano regala una barba folta e un mezzo codino da perfetto manovale di provincia, oltre che una personalità non banale recitata con apprezzabile garbo. Si sogna pure un po’, volendo farsi prendere dal côté più surreale senza soffermarsi troppo sul suo sfuggire qua e là.
"Troppa grazia" è un film che funziona e che solleva. A volte tentenna senza riuscire del tutto a ricomporre e tenere insieme i molti elementi che dissemina - ma poco importa. Perché la commedia è un genere prezioso e necessario, e Zanasi sa condurla restando fedele a sé stesso, alla sua ironia intelligente e scalpitante, alla sua inventiva imprecisa e vivace. Sono d'altronde, queste, le qualità che contraddistinguono il suo cinema e lo fanno restare a riva, mentre accanto il fiume in piena delle commediole tutte uguali sui quarantenni incapaci di crescere e gli imprenditori senza scrupoli costretti alla crisi dalla crisi scorre inarrestabile.
Troppa grazia sant’Antonio! E benedetta sia la grazia dinoccolata di Zanasi.
Chiara Borroni, Cineforum

Evidentemente in Italia i santi non sono più un tabù e la divinità - più che la religione - un qualcosa di cui si può parlare con disinvoltura se non proprio scherzare. Lo ha fatto Sorrentino con “The Young Pope”, Aronadio con “Io c’è”, Ammaniti con “Il miracolo” e ora Gianni Zanasi con il suo nuovo film, “Troppa grazia”.
La protagonista è una geometra (Alba Rohrwacher) molto precaria che accetta un lavoro di misurazione per un imprenditore non sempre trasparente: ma nel bel mezzo di un campo, le appare la Madonna che le intima di far costruire lì una chiesa. Nessuno però è disposto a crederle, nemmeno lei stessa.
Una commedia surreale dall’idea brillante - scritta da Zanasi con Federica Pontremoli - che racconta con un’atmosfera gioiosa e un po’ folle una storia più complessa delle sue apparenze.
Perché “Troppa grazia” guarda in modo surreale e ironico all’Italia che spera sempre nel miracolo, nel deus ex machina, nel sotterfugio per poter campare e prosperare, in cui l’assenza di risposte o speranze concrete si riversa nel bisogno del soprannaturale, dell’imprevisto: e allora l’apparizione di una Madonna come raramente se ne sono viste, diretta, concreta, anche sanguigna e severa e buffa (perfetta Hadas Yaron, la Sposa promessa nel film di Rama Burshtein e già con Zanasi nel precedente “La felicità è un sistema complesso”), sono la speranza di un mondo migliore qui, se non esiste l’aldilà.
Zanasi cambia registri di continuo, la commedia di caratteri diventa prima spirituale e poi ‘politica’, alterna gag impreviste (la ‘rissa’ tra Alba e la Madonna) a passaggi opachi, si perde e lo spettatore non sa mai davvero dove voglia arrivare, cosa voglia dire con i personaggi e gli eventi, cosa farne delle luci curatissime di Vladan Radovic e delle musiche di Niccolò Contessa de I cani.
Eppure il suo modo sbilenco e vitale di guardare il mondo, di metterlo in immagini, di farlo interpretare da attori magnifici (tutti, nessuno escluso, con menzione per la sempre puntuale Carlotta Natoli) fa dimenticare il punto di arrivo che forse non c’è e fa godere moltissimo il viaggio.
Emanuele Rauco, Cinematografo.it

GIANNI ZANASI
Filmografia:
Le belle prove (1992), Nella mischia (1995), A domani (1999), Fuori di me (1999), La vita è breve ma la giornata è lunghissima (2004), Non pensarci (2007), La felicità è un sistema complesso (2015), Troppa grazia (2018)

Martedì 25 febbraio 2020:
VICE - L'UOMO NELL'OMBRA di Adam McKay, con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell, Kirk Bovill

 

 
 
 

Stagione 2019/2020 | 11 febbraio 2020

Foto di cineforumborgo

 

L'UOMO FEDELE

Titolo originale: L'homme fidèle
Regia: Louis Garrel
Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière, Louis Garrel, Florence Seyvos (collaborazione)
Fotografia: Irina Lubtchansky
Montaggio: Joëlle Hache
Scenografia: Jean Rabasse
Costumi: Barbara Loison
Suono: Julien Sicart
Interpreti: Louis Garrel (Abel), Laetitia Casta (Marianne), Lily-Rose Depp (Ève), Joseph Engel (Joseph), Diane Courseille (Ève a 13 anni), Vladislav Galard (dottor Pivoine), Bakary Sangaré (proprietario del ristorante), Kiara Carrière, Dali Benssalah, Arthur Igual
Produzione: Pascal Caucheteux, Grégoire Sorlat per Why Not Productions
Distribuzione: Europictures
Durata: 75’
Origine: Francia, 2018
Data uscita: 11 aprile 2019

Otto anni dopo essersi lasciati, Abel e Marianne si ritrovano al funerale di Paul, il miglior amico di lui. Questo tragico evento si rivela in realtà di buon auspicio: Abel e Marianne tornano insieme. Così facendo, però, suscitano la gelosia di Joseph, il figlio di Marianne, e soprattutto di Eve, la sorella di Paul da sempre segretamente innamorata di Abel.
Il prologo del film possiede la grazia arguta e un po' desueta di quei cortometraggi con cui, sul finire degli anni Cinquanta, Truffaut e compagni andavano facendosi le ossa (penso, ad esempio, a “Charlotte et son Jules” di Godard).
Abel vive con Marianne, la donna che ama. Lei gli annuncia di aspettare un bambino, non da lui ma dal suo amico Paul, con il quale ha deciso di convolare a nozze. Abel rimane basito (il suo volto ha l'espressione attonita di Jean-Pierre Léad). Esce di casa e ruzzola giù dalle scale.
Otto anni dopo l'uomo ritrova l'ex amante in occasione del funerale del marito. I due tornano a stare insieme. Abel deve però difendersi dalle attenzioni di Ève, la donna tentatrice, e fronteggiare l'ostilità del figlio di Marianne, Joseph (che nel film è figura simbolica del divieto, nonché deus ex machina che sorveglia le relazioni tra gli adulti, ne mina le certezze e ne condiziona le scelte). Si viene a delineare, per il protagonista, un laborioso itinerario di ricerca interiore durante il quale egli sarà indotto a interrogarsi sul mistero del femminile, un tragitto tortuoso (Marianne spingerà subdolamente Abel ad andare a letto con Ève per poterlo poi conquistare definitivamente per sé) che gli consentirà infine di dare un senso nuovo alla propria esistenza.
Le esitazioni, gli affanni e le paure della vita di coppia, i disamori, i tradimenti, gli abbandoni, i traumi della rottura amorosa, i rapporti tra genitori e figli: sono questi da sempre i temi al centro della produzione di Philippe Garrel. E sono i temi che ritornano in questo secondo lungometraggio, come regista, di Louis Garrel (il suo film d'esordio, “Les deux amis”, del 2015, era anch'esso incentrato su un triangolo amoroso), privati però delle estremità drammatiche (e linguistiche) del cinema del padre, dei suoi accenti più gravi e dolenti.
Garrel figlio non appare interessato alla dimensione del tragico, alla registrazione della sofferenza, ma opta per la leggerezza aerea e lo humour. “L'uomo fedele” conserva la levità festosa, l'eleganza sottilmente beffarda, l'agile tessitura ritmica di un vaudeville d'altri tempi. A contare, nel film, è soprattutto il taglio burlesco e caricaturale del racconto. Racconto che nella sua studiatissima orchestrazione narrativa (alla sceneggiatura c'è un certo Jean-Claude Carrière) sembra voler virare talora verso le atmosfere del giallo (Joseph arriva a insinuare che la madre possa aver avvelenato il marito).
Si sente che Garrel ha ben assimilato la lezione dei maestri della Nouvelle Vague. E se le coloriture thriller della vicenda possono far pensare a Chabrol, lo sviluppo del triangolo amoroso, il discorso sul desiderio, il rapporto con il femminile rimandano al cinema di Rohmer, il Rohmer dei “Racconti morali” o di “Un ragazzo, tre ragazze”.
L'uomo fedele del titolo è un giovanotto vulnerabile, maldestro e irresoluto (persino al ristorante non sa decidere tra i piatti del menu), incapace di conservare il controllo sugli eventi che pur lo riguardano, e di relazionarsi, in modo adulto, con un femminile che, ai suoi occhi, si rivela un universo enigmatico e sfuggente (e proprio per questo ammaliante). Le due donne che nel film si contendono l'uomo oggetto, nel riproporre e aggiornare i ruoli dell’‘eletta’ e della ‘seduttrice’ che erano propri dei “Racconti morali” rohmeriani, esibiscono i volti antitetici e pur complementari di una femminilità inquietante nella sua gelida determinazione. Esse non subiscono le esitazioni del maschio, ma le sfruttano a proprio vantaggio ricorrendo alla manipolazione e all'inganno. Abel, l'uomo fedele in amore ma irresoluto nelle sue scelte, dovrà giocoforza consegnarsi nelle mani di un femminile indomito e vittorioso. E nella sua sottomissione troverà paradossalmente la salvezza.
Nicola Rossello, Cineforum

Louis Garrel è fedele: al suo personaggio abulico e impacciato, già vertice smussato di un altro triangolo amoroso nell’esordio “Les deux amis”, con un nome proprio - Abel - che resiste film dopo film a svariate traversie sentimentali, come un novello Antoine Doinel. Ma soprattutto è fedele allo spirito del tempo che aleggia intorno al Maggio francese, che Garrel figlio respira da bambino nei lavori più politici del padre, riscrive da ragazzo insieme a un altro maestro irregolare (“The Dreamers”) e infine reincarna, in un’operazione necrofila e sfrontata, da grande (“Il mio Godard”). Naturalmente, della nouvelle vague vengono meno la limpidezza ideologica e la radicalità della riflessione sulla forma, incatenate a una stagione culturale e a un contesto sociopolitico difficilmente ripetibili. Ma alcuni temi ritornano: uno su tutti il gioco delle coppie (questa volta per davvero), e il ménage à trois, che lega Marianne ed Ève come nipotine capricciose di Jules e Jim. Di Truffaut, poi, riecheggiano anche i toni dolceamari, il punto e il contrappunto: da una parte le voci narranti romanzesche - addirittura tre, una per lui, una per lei, una per l’altra - e i violini, che fanno il verso agli adagi malinconici di Delerue; dall’altra un’ironia giocosa e strisciante che presto ne smentisce le pretese (e qui c’è, forse, lo zampino di Carrière, sceneggiatore dei Buñuel più iconoclasti e paradossali). Ogni dichiarazione d’amore, ogni concessione all’intimità, ogni scena madre contiene, al suo interno, la chiave per un’autoparodia briosa, mentre Abel, Marianne ed Ève non sono che marionette smarrite nel tourbillon de la vie.
Maria Sole Colombo, Film Tv

LOUIS GARREL
Filmografia:
Due amici (2015), L’uomo fedele (2018)

Martedì 18 febbraio 2020:
TROPPA GRAZIA di Gianni Zanasi, con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Carlotta Natoli

 

 
 
 
Successivi »
 
 
 

INFO


Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 
 

ULTIME VISITE AL BLOG

cineforumborgoluciosgdaunfiorePaceyIVfedericodisaroacquasalata111giuliana.sodaandmaggriccixaltaitaliaaquilagozzanocristina_a2016lanfranchinipatriziarossano.scic
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom