CINEFORUM BORGO

I film, i personaggi e i commenti della stagione 2018/2019

 

AREA PERSONALE

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Maggio 2019 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31    
 
 

FACEBOOK

 
 

 

Cineforum 2018/2019 | 7 maggio 2019

Foto di cineforumborgo

 

LA VITA IN COMUNE

Regia: Edoardo Winspeare
Sceneggiatura: Edoardo Winspeare, Alessandro Valenti
Fotografia: Giorgio Giannoccaro
Musiche: Mirko Lodedo
Montaggio: Andrea Facchini
Scenografia: Sabrina Balestra
Costumi: Ilenia Miggiano
Suono: Valentino Giannì, Giuseppe D'Amato, Antonio Giannantonio, Dario Calvari, Francesco Albertelli, Marco Saitta
Interpreti: Gustavo Caputo (Filippo Pisanelli), Antonio Carluccio (Angiolino "Rrunza"), Claudio Giangreco (Pati "Rrunza"), Celeste Casciaro (Eufemia Protopapa), Davide Riso (Biagetto), Alessandra de Luca (Valentina), Francesco Ferrante (Sabino), Antonio Pennarella (Ciro a' bestia), Tommasina Cacciatore (Franca), Marco Antonio Romano (Consigliere Cazzato), Salvatore Della Villa (Consigliere Ricchiuto), Ippolito Chiarello (Consigliere Zocco), Fabrizio Saccomanno (nullafacente), Fabrizio Pugliese (nullafacente), Domenico Mazzotta (nullafacente), Giorgio Casciaro (Lillino), Anna Boccadamo, Lamberto Probo
Produzione: Gustavo Caputo, Edoardo Winspeare, Alessandro Contessa per Saietta Film, con Rai Cinema
Distribuzione: Altre Storie
Durata: 110'
Origine: Italia, 2017
Data uscita: 2 settembre 2017

A Disperata, un piccolo paese del sud Italia dimenticato da Dio, il malinconico sindaco Filippo Pisanelli si sente terribilmente inadeguato al proprio compito. Solo l'amore per la poesia e la passione per le sue lezioni di letteratura ai detenuti gli fanno intravedere un po' di luce nella depressione generale. In carcere conosce Pati, un criminale di basso calibro del suo stesso paese. Il sogno di Pati e di suo fratello Angiolino era di diventare i boss del Capo di Leuca, ma l'incontro con l'arte cambia tutti, e così un'inconsueta amicizia tra i tre porterà ciascuno a compiere delle scelte coraggiose: i due ormai ex banditi subiranno una vera e propria conversione alla poesia e alla bellezza del Creato, mentre il sindaco troverà il coraggio per difendere delle idee, forse folli, ma per cui vale la pena battersi. La ricomparsa della foca monaca sarà il segno che qualcosa è cambiato. La vita del timido Filippo è ormai capovolta e lui ci si butta dentro con un tuffo, finalmente circondato non da paure ma da un silenzio pacifico. Questa inconsueta relazione non cambierà solo i tre amici bensì sarà anche foriera di una rinascita civile per la piccola comunità di Disperata.
Disperata non esiste. Esiste Depressa, frazione di Tricase. E dalla depressione alla disperazione c’è una distanza non indifferente, quasi come se, muovendoci con l’immaginazione lungo il filo della realtà, arrivassimo a una condanna senza appello. Magari per Winspeare, è solo un modo di giocare con tenera ironia sulla propria terra, una realtà e un’umanità forse sgangherate, ma pur sempre bellissime e vitali. Eppure, al di là di questa tenerezza - che è l’amore che si fa discorso e intelligenza - c’è un’amarezza di fondo che nasce dalla consapevolezza di osservare e raccontare un’altra dimensione del mondo, quasi perduta, legata a ritmi e tempi ormai fuori sincrono pur se magnifici, un’Italia che è ancora fuori dalla grazia di Dio, nonostante gli abbagli delle tarante spettacolo, dell’immagine reinventata a tavolino a bella posta per le cartoline e il turismo intensivo. E il tratto di costa del Salento è solo l’avamposto di questa reinvenzione. (……).
Winspeare tutto questo lo sa bene. E non è un caso che i suoi ultimi film, più sembrano scanzonati, formalmente irriverenti, quasi ingenui, tanto più mostrano i segni di una lucida coscienza ‘politica’. Innanzitutto perché della politica registrano l’impasse, la depressione profonda di vedute e possibilità di azione. Ai limiti della disperazione, come ben si riflette negli occhi tristi e nei modi rassegnati del sindaco Filippo Pisanelli (Gustavo Caputo, di nuovo timido innamorato). E poi perché questi film parlano di traiettorie alternative, di economie e visioni differenti, seppur con modi immaginari, fantastici e surreali: la comunità del baratto di “In grazia di Dio”, lo ‘zoo’ sognato da Angiolino ne “La vita in comune”. Ecco, vivere in comune, al di là dei giochi di parole, vuol dire ipotizzare strategie collettive che disegnino futuri possibili e impossibili, ma soprattutto condividere il presente con gli affanni, i problemi, le consolazioni, quel tempo sfiammato della vita di provincia. I fratelli Rrunza, rapinatori imbranati e di cuore, sembrano personaggi bizzarri, ma in realtà, nella loro essenza profonda, puoi riconoscerli a ogni bar di ogni paese sperso, sono le punte d’eccezione di un’umanità che ha altri parametri di normalità. E per interpretarli non servono gli attori, i ‘professionisti’, serve gente vera, dalla scorza dura, dal cuore d’oro e dalla battuta pronta. Come Claudio Giangreco e Antonio Carluccio, l’incontenibile Angiolino che Winspeare fa esplodere come una bomba atomica contro tutti i conformismi ufficiali. Del resto è un cast di amori e amici che ritornano, a cominciare dalla sempre splendida Celeste Casciaro. Il cinema è una famiglia allargata, un circo che fa davvero vita ‘in comune’ e che questa vita la riporta nelle storie che inventa e racconta. Cos’è tutto questo, se non un realismo che si libera dei suoi nei per diventare una fantasia dinamitarda? La rivoluzione italiana sarà meridionale o non sarà…
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi

È un sud depresso quello descritto da Winspeare in questo film, e Disperata è la cittadina che lo rappresenta: una fabbrica chiusa, fontane che non danno acqua, gioventù senza lavoro - spiantati senza arte né parte, attratti dall’illecito -, un municipio cadente in cui nuove generazioni di amministratori inneggiano a un’anti-politica più cavillosa e ingolfante della politica che si vorrebbe spazzare via, immobilismo, stasi e lento affondamento. Un pezzo di nazione desertificato: ma questo avvilente quadro è lo scenario in cui si muove una comunità rappresentata attraverso maschere surreali che maschere non sono (tutto è attinto dalla realtà), protagoniste di storie che raccontano la realtà in forma di paradossi neanche tanto paradossali (la telefonata di Papa Francesco). A questa collana di siparietti irresistibili Winspeare sembra addirittura voler applicare i generi, ma solo per avvertire lo spettatore dell’inadeguatezza di quel mondo ad accoglierli: figure e situazioni troppo instabili e deviate per convertirsi in esempi, troppo minori per farsi icone, troppo sfuggenti per diventare significati di qualcosa. Così l’uccisione di un cane durante una rapina è il massimo problema morale di cui si possa ragionevolmente dibattere, l’unico proporzionato all’idea di dramma che il film va rappresentando.
La vita in comune” si afferma allora come film fuori dagli schemi nella sua tenace antiretorica, apparentemente sconsolato - non solo per quello che rappresenta, ma anche per come decide di farlo -, ma che, nonostante questo, riesce ad accogliere, nel suo divagante racconto, l’utopia delle favole radicandola a un territorio preciso. E che sa essere poetico e leggero (e divertente, molto) al punto da farsi facilmente perdonare la sua eccessiva lunghezza.
Luca Pacilio, Spietati.it

EDOARDO WINSPEARE
Filmografia
:
Pizzicata (1996), Sangue vivo (2000), Il miracolo (2003), Galantuomini (2008), Sotto il Celio Azzurro (2009), L'anima attesa (2013), In grazia di Dio (2014), La vita in comune (2017)

Appuntamento a martedì 8 ottobre 2019!

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 30 aprile 2019

Foto di cineforumborgo

 

LA FAVORITA

Titolo originale: The Favourite
Regia: Yorgos Lanthimos
Sceneggiatura: Deborah Davis, Tony Mcnamara
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Yorgos Mavropsaridis
Scenografia: Fiona Crombie
Arredamento: Alice Felton
Costumi: Sandy Powell
Effetti: Bernard Newton, Ed Bruce
Interpreti: Olivia Colman (Regina Anna), Emma Stone (Abigail Masham), Rachel Weisz (Sarah Churchill), Nicholas Hoult (Robert Harley), Joe Alwyn (Masham), Mark Gatiss (Marlborough), Jenny Rainsford (Mae), Basil Eidenbenz (lacché), James Smith (II) (Godolphin)
Produzione: Ceci Dempsey, Ed Guiney, Yorgos Lanthimos, Lee Magiday per Element Pictures/Scarlet Films/Film4/Waypoint Entertainment
Distribuzione: 20th. Century Fox
Durata: 120'
Irlanda, Gran Bretagna, U.S.A., 2018
Data uscita: 24 gennaio 2019
Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria alla 75. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2018); Golden Globe 2019 a Olivia Colman come miglior attrice in un film musical/commedia; Oscar 2019 a Olivia Colman come migliore attrice protagonista.

Inizio del XVIII secolo. L'Inghilterra è in guerra con i francesi. Tuttavia, la corsa dell'anatra e il consumo di ananas stanno prosperando. Le cugine Abigail Masham e Sarah Churchill sfruttano la situazione politica per diventare la favorita della fragile Regina Anna.
La Favorita” apre il proprio sipario sulla vestizione della regina Anna, interpretata da Colman, sotto lo sguardo attento della favorita Sarah, cui Weisz dà il volto. Mattone storico, potremmo pensare, ma bastano poche battute alla sceneggiatura di Deborah Davis e Tony McNamara per soffiare sulla polvere dei secoli e restituire freschezza a una trama articolata attorno a un nodo epocale - la guerra tra Regno Unito e Francia - tramutandola in un triangolo amoroso di rara godibilità.

Difficile, se non impossibile, ravvisare pecche in quello che è a oggi il film più spassoso e, al contempo, feroce di Lanthimos, acuto parallelo tra il conflitto che dilania l’Europa e le devastanti schermaglie interne alla corte della regina; orgoglioso del proprio fasto estetico, connubio del talento del DP Robbie Ryan - che mescola deformazioni grandangolari e fisheye a filologica illuminazione naturale - e di quello della costumista Sandy Powell, “La Favorita” appaga occhio, mente e cuore con i suoi dialoghi sagaci e le spettacolari performance delle protagoniste. Lanthimos ha sempre ribadito come tutti i suoi film siano, a dispetto dei toni spesso tragici, delle commedie; nel caso della sua ultima, calligrafica opera, la precisazione andrebbe ribaltata: l’ironia dissacrante dello script nasconde, appena sotto la superficie, una stratificazione emozionale che affonda le proprie radici nel dramma straziante dello squilibrio mentale, della gelosia feroce e della brama di potere. Un potere che, mai come in questo caso, logora chi non ce l’ha senza però garantire soddisfazione a chi l’abbia conquistato.
Spesso, nel corso degli anni, a Venezia si sono susseguiti presunti grandi affreschi femminili, con tutto ciò che l’ottusa compartimentazione per generi reca con sé: questa volta siamo di fronte, caso più unico che raro, a una vera celebrazione della femminilità nella sua bellezza come nella sua bruttura, emancipatasi del tutto dalla gabbia della complementarità rispetto all’uomo. Anna, Sarah e Abigail non hanno bisogno di uomini, se non come mero strumento - storicamente imposto - per raggiungere i propri scopi. Mentre i maschi vanno in guerra, le donne restano a corte e sparano, causticamente contrapposte a un corollario di ministri, lacché e politicanti più imbellettati di qualsiasi dama. Le stanze del potere diventano quindi un campo di battaglia che lascia a terra feriti - letterali e non - senza far trionfare davvero nessuno: il corpo piagato di Anna diviene involucro trasparente delle sue sofferenze interiori, del vuoto lasciato da troppi figli defunti e da un’insaziabile fame d’amore. Allo stesso modo anche Abigail e Sarah subiscono traumi fisici e sfoggiano cicatrici che, come asserisce la seconda, sarebbero affascinanti se poste sulla pelle di un uomo; Lanthimos sembra sposare questo punto di vista, demolendo il cliché di una femminilità artefatta - le donne non indossano parrucche, al contrario degli uomini - ed esaltando la vitalità di una crepa su un muro dipinto, di un graffio su un volto struccato.
Tuttavia, al di sopra di ogni ragionata riflessione sui significati della curata messinscena, Lanthimos costruisce un’improbabile, magnifica storia d’amore che commuove senza banalità tra una risata e l’altra, spostando l’ago delle simpatie del pubblico da un opposto all’altro nel corso del film; non c’è affettazione melensa nelle sporadiche, inaspettate effusioni cui assistiamo, ma la dirompente carnalità di un corpo - quello di Anna - affamato di piaceri tangibili nel tentativo affannoso di sanare le proprie pene interiori.
Spassosa commedia, sarcastica riflessione sull’ambizione e malinconico dramma amoroso, “La Favorita” punta evidentemente agli Oscar senza però cedere ai compromessi che tale ambizione porta con sé; bello e terribile come le sue agguerrite eroine, si chiude su note amare e inquietanti che lasciano lo spettatore sospeso a metà tra sogno e incubo, vittoria e sconfitta. Così è la vita, così è il potere, così è l’amore.
Alessia Pelonzi, BadTaste.it

Tre donne, rivali fra loro, in lotta per la supremazia e per l'amore, manipolatrici di tutto ciò che le circonda, con gli uomini ridotti a pure appendici, pupazzi imbellettati e, va da sé, imbelli. Tre psicologie al femminile esplorate in una gamma che va dalla perfidia alla capacità seduttiva, dalla rabbia alla gelosia e alla vendetta, e dove non si arretra dinanzi a nulla pur di ottenere ciò che si ritiene dovuto, il potere come risarcimento del vivere. Lanthimos, cinematograficamente parlando, non è la ‘nostra tazza di tè’, espressione inglese appropriata visto che “La Favorita” è ambientato nella Gran Bretagna del XVIII secolo, quando sul trono degli Stuart è la regina Anne. Qui però si è rivelato di mano felice, per nulla presuntuoso, come in “L'uccisione del cervo sacro”', per niente pretestuoso come in “The Lobster”. L'avere a che fare con una realtà storica precisa gli ha giovato quanto a stringatezza, evitandogli l'eccesso di metafore e di simbolismi. (…...) Costruito come una sorta di ‘farsa in camera da letto’, tragedia comica e insieme storia d'amore, “La Favorita” ha il suo punto di forza nel fantastico terzetto di attrici chiamato a comporlo: Olivia Colman, Rachel Weisz e Emma Stone, rispettivamente la regina, la favorita, la spodestatrice. (…...) I costumi di Sandy Powell, tre Oscar all'attivo (…...) fanno il resto, reinventando una corte bislacca dove Whigs e Tories si imparruccano e si ingaglioffiscono all'ombra del trono.
Stenio Solinas, Il Giornale

YORGOS LANTHIMOS
Filmografia
:
Kinetta (2005), Kynodontas (2009), Alps (2011), The Lobster (2015), Il sacrificio del cervo sacro (2017), La favorita (2018)

Martedì 7 maggio 2019:
LA VITA IN COMUNE di Edoardo Winspeare, con Gustavo Caputo, Antonio Carluccio, Claudio Giangreco, Celeste Casciaro, Davide Riso

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 16 aprile 2019

Foto di cineforumborgo

UN AFFARE DI FAMIGLIA

Titolo originale: Manbiki kazoku
Altri titoli: Shoplifters
Regia: Hirokazu Kore-Eda
Sceneggiatura: Hirokazu Kore-Eda
Fotografia: Ryuto Kondo
Musiche: Haruomi Hosono
Montaggio: Hirokazu Kore-Eda
Scenografia: Keiko Mitsumatsu
Suono: Kazuhiko Tomita
Interpreti: Kirin Kiki (Hatsue Shibata), Lily Franky (Osamu Shibata), Sôsuke Ikematsu (4 ban-san), Akira Emoto), Sakura Andô (Nobuyo Shibata), Mayu Matsuoka (Aki Shibata), Moemi Katayama), Kengo Kôra (Takumi Maezono), Chizuru Ikewaki (Kie Miyabe), Jyo Kairi (Shota Shibata), Yôko Moriguchi), Miyu Sasaki (Yuri), Naoto Ogata, Yuki Yamada
Produzione: Kaoru Matsuzaki, Akihiko Yose, Hijiri Taguchi per AOI Promotion/Fuji Television Net-work/Gaga
Distribuzione: BIM
Durata: 121'
Origine: Giappone, 2018
Data uscita: 13 settembre 2018
Palma d'Oro al 71. Festival di Cannes (2018).

Una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese cerca di far quadrare i conti commettendo piccoli furtarelli nei negozi. Quando incontrano una ragazzina che pensano essere senza casa, sono felici di accoglierla in casa, ma presto scoprono la verità su di lei e alcuni segreti vengono alla luce.
Shoplifters” è così tranquillo e a suo agio nelle proprie contraddizioni, che si ha l’impressione ci sia stata una furiosa litigata in fase di produzione tra regia e sceneggiatura. Sembra cioè che lo sceneggiatore avesse una certa idea riguardo i personaggi e abbia scritto un film che li condanna per le loro azioni, i loro furti e le loro bugie, mentre il regista, per nulla d’accordo, non potendo toccare la sceneggiatura l’abbia girata con sguardo opposto.
In realtà sceneggiatore e regista coincidono, è sempre Hirokazu Kore-Eda, che non riesce a non guardare i suoi protagonisti con un amore che pare di poter toccare, mentre fanno qualcosa di sbagliato provando i sentimenti più puri. Sono gli ultimi, e avremmo disprezzo per loro in qualunque film ma non in “Shoplifters”, nel regno di Kore-Eda viene imposta una comprensione degli altri che invece di suonare forzata è subito naturale.
Non appena il padre e il figlio che aprono il film rubando nei negozi individuano una bambina maltrattata in una famiglia difficile e la rapiscono con gentilezza, per il suo bene e per il loro affetto, è subito chiaro che le regole che il film vuole seguire non sono le stesse che seguirà la legge. Del resto Kore-Eda non ha nemmeno mai voluto seguire le regole della solita narrazione e anche qui ribalta costantemente gli ordini di importanza degli eventi. Vediamo in pochi secondi passaggi determinanti, come per l’appunto un rapimento o un licenziamento, e addirittura altri cruciali vengono saltati. Al contrario, poi, passiamo quasi tutto il tempo a vivere la realtà quotidiana di questa famiglia in cui non esistono legami di sangue, formata a caso, che conta anche una zia, una mamma e una nonna, tutta chiusa in una casa piccola e caotica di nascosto dal mondo e al di fuori da ogni regola, che tuttavia sembra un vero esempio per tutti.
I fatti dicono qualcosa che i sentimenti negano. Nonostante sia sbagliatissimo tutto quello che fanno i protagonisti, a noi che guardiamo suona stranamente giusto, perché arriviamo ad aderire in toto al loro punto di vista, provando i loro stessi sentimenti per due ore e con la medesima chiarezza con la quale li proveremmo in prima persona. Dopo “Still Walking”, Ritratto di famiglia con tempesta” e il bellissimo “Little Sister”, questo cineasta che sembra fare film solo per il piacere di stare a guardare le persone volersi bene ogni giorno, con una facilità priva di clamore (ordinaria nella vita ma straordinaria al cinema), forse gira il suo film più difficile.
Perché non è un film anarchico, “Shoplifters”. Le regole della nostra società non sono sbagliate, questo Kore-Eda mostra di averlo ben chiaro, eppure, tramite la sua arma principale (dialoghi brevi ed incisivi), riesce a mostrare come alle volte le situazioni non siano come è facile immaginare se ci si ferma ai fatti.
Alle volte l’arte conosce verità che alla legge rimarranno per sempre ignote. Questo “Shoplifters” non lo spiega, lo impone sentimentalmente, finendo per essere un esercizio di comprensione dell’altro dotato di un’emotività così esplosiva, comunicata con tale economia di gesti e parole, che al cinema non si vedeva almeno dal dopoguerra.
Gabriele Niola, BadTaste.it

Hirokazu Kore-Eda fa della famiglia, dei suoi difficili equilibri (o squilibri), l’epicentro del suo cinema gentile, che non urla mai neppure quando mostra il lato più triste e tragico dell’esistenza. Lo ha fatto nei delicati e splendidi “Nessuno lo sa”, “Father and Son”, “Little Sister”, “Ritratto di famiglia con tempesta”, lo conferma con “Un affare di famiglia”, uno dei vertici del suo cinema. Con linguaggio educato, asciutto, che nasconde solo il necessario per delicatezza, Kore-Eda pone una questione che merita cento riflessioni: “A volte è meglio poter scegliere la famiglia”. Perché gli Shigata, a dispetto della loro precarietà, economica e di rapporti, che li obbliga ad azioni che viste dall’esterno (dalla polizia, dall’opinione pubblica, dai vicini poco vicini) possono sembrare grette, disdicevoli, immorali, criminali, in realtà all’interno del loro nucleo nascondono amore e spirito di sacrificio. Una ricetta di felicità che non può che essere momentanea, tra piccole cortesie quotidiane, attenzione reciproca, magari una gita al mare, sguardi estasiati al cielo a scrutare fuochi d’artificio che non possono vedere ma solo udirne il botto. Come è possibile questo stato di grazia? Forse perché come dice uno di loro: «noi non siamo normali».
Beniamino a Venezia (nel 1995 vinse l’OCIC Award con “Maboroshi no hikari”), ma soprattutto a Cannes (c’è stato sette volte con Premio della Giuria per “Father and Son”, 2013), si è aggiudicato nel 2018 la meritatissima Palma d’oro (e il Giappone lo ha candidato a concorrere agli Oscar) con questa commedia dolcemente drammatica che scalda i cuori di tutti quelli che la vedono, anche i più insensibili.
Massimo Lastrucci, Ciak

HIROKAZU KORE-EDA
Filmografia
:
Maborosi No Hikari (1995), Wandâfuru raifu (1998), Distance (2001), Nobody Knows (2004), Hana yori mo naho (2006), Still Walking (2008), Kûki ningyô (2009), Kiseki (2011), Father and Son (2013), Guangyin de gushi (2014), Little Sister (2015), Ritratto di famiglia con tempesta (2016), Sandome no satsujin (2017), Un affare di famiglia (2018), The Truth (2018)

Martedì 30 aprile 2019:
LA FAVORITA
di Yorgos Lanthimos, con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn
 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 9 aprile 2019

Post n°416 pubblicato il 04 Aprile 2019 da cineforumborgo
 
Foto di cineforumborgo

THE DISASTER ARTIST

Regia: James Franco
Soggetto: dal libro “The disaster artist: my life inside The Room, the greatest bad movie ever made” di Greg Sestero e Tom Bissell
Sceneggiatura: Scott Neustadter, Michael H. Weber
Fotografia: Brandon Trost
Musiche: Dave Porter
Montaggio: Stacey Schroeder
Scenografia: Chris Spellman (Chris L. Spellman)
Arredamento: Susan Lynch
Costumi: Brenda Abbandandolo
Interpreti: Dave Franco (Greg Sestero/'Mark'), James Franco (Tommy Wiseau/'Johnny'), Seth Rogen (Sandy Schklair), Alison Brie (Amber), Ari Graynor (Juliette Danielle/'Lisa'), Josh Hutcherson (Philip Haldiman/'Denny'), Jacki Weaver (Carolyn Minnott/'Claudette'), Paul Scheer (Raphael), Zac Efron (Dan/'Chris-R'), June Diane Raphael (Robyn/'Michelle'), Megan Mullally (Sig.ra Sestero), Jason Mantzoukas (Peter), Andrew Santino (Scott Holmes/'Mike'), Nathan Fielder (Kyle Vogt/'Peter'), Joe Mande (Todd), Sharon Stone (Iris Burton), John Early (Chris), Melanie Griffith (Jean Shelton), Hannibal Buress (Bill), Charlyne Yi (Safoya), Lauren Ash (Erin), Brian Huskey (James), Megan Ferguson (Jessie), Tommy Wiseau (Henry), Tom Franco (Karl), Zoey Deutch (Bobbi), Angelyne (sé stessa), Ike Barinholtz (sé stesso), Kevin Smith (sé stesso), Keegan-Michael Key (sé stesso), Adam Scott (sé stesso), Danny McBride (sé stesso), Kristen Bell (sé stessa), J.J. Abrams (sé stesso), Lizzy Caplan (sé stessa), Bryan Cranston (sé stesso)
Produzione: James Franco, Vince Jolivette, Evan Goldberg, Seth Rogen, James Weaver per Point Grey Pictures/Ramona Films
Distribuzione: Warner Bros. Entertainment italia
Durata: 104’
Origine: U.S.A., 2017
Data uscita: 22 febbraio 2018
Golden Globe 2018 a James Franco come miglior attore protagonista.

La tragicomica storia vera dell'aspirante regista, e famoso outsider di Hollywood, Tommy Wiseau - artista la cui passione era genuina tanto quanto discutibili erano i suoi metodi - nella celebrazione dell'amicizia, dell'espressione artistica e dell'inseguimento dei sogni contro ogni pronostico. Basato sul best seller di Greg Sestero, che rivelava ogni cosa sulla realizzazione del ‘disastroso’ classico di culto di Tommy, "The Room" ("Il Più Grande Peggior Film Mai Realizzato") è un ironico e gradito avvertimento che ci ricorda come ci sia più di un modo per diventare una leggenda, e che non ci sono limiti a quello che si può ottenere anche quando non si ha assolutamente idea di cosa si stia facendo.
C’è un momento vertiginoso in questo “The Disaster Artist” che racconta meglio di qualsiasi saggio gli abissi del sogno hollywoodiano. Il regista improvvisato e totalmente ‘fuori’ (dagli schemi) Tommy Wiseau incontra in un ristorante uno dei più importanti produttori di Hollywood (interpretato, guarda caso, da Judd Apatow). Wiseau inizia a recitare Shakespeare nella sua maniera stralunata e sgrammaticata tanto che il produttore, evidentemente infastidito, chiama la sicurezza del locale. Poi però avvicina a sé Tommy e gli sussurra una frase chiave: «ragazzo, il fatto di amare profondamente una cosa non significa che tu la sappia fare. Ci riesce uno su un milione, anche se ti chiami Marlon Brando». Ecco: (ri)prendendo la città dei sogni come eterna cartina di tornasole delle illusioni collettive, James Franco devia nuovamente (e bruscamente) il suo percorso registico tornando al biopic alla “Sal”. “The Disaster Artist” è un’immersione totale nell’incredibile ‘storia vera’ del regista di “The Room”: Il ‘Quarto potere dei film brutti’, il film ‘peggio montato della storia’, capace però di diventare un oggetto di culto negli anni seguenti… del resto il suddetto incontro con Apatow non ricalca fedelmente l’incontro tra Ed Wood e Orson Welles nel parente stretto filmato nel 1994 da Tim Burton?
La storia è nota: Wiseau è un allucinato ultratrentenne milionario che si spaccia per diciannovenne. Da dove vengono i suoi soldi? Non si sa. Sogna di fare l’attore, si esibisce in traumatiche performance in un corso di recitazione, infine incontra un giovane collega a San Francisco (Greg Sestero) e nasce un’amicizia dai tratti morbosi che li porta dritti a cercar fortuna nel sistema di Hollywood. I reiterati fallimenti fanno nascere una folle idea: produrre per conto loro un ‘film indipendente’. Il celeberrimo “The Room” è qui ricordato e introdotto da paradossali false interviste, contaminando gli stilemi del mokumentary con quelli del biopic. James Franco - nel suo film più convincente - riesce a sposare con disarmante lucidità le sue due anime di regista/attore: quella innamorata della storia (del cinema) con i costanti riferimenti agli anni ’90 come culla dell’indie colta tra ‘autorialità’ e ‘sentimenti’; poi quella della commedia demenziale e del buddy movie hollywoodiano che si insinua nella parabola dei due protagonisti e ne stratifica magnificamente l’orizzonte immaginario. I corpi/icona di Judd Apatow e Seth Rogen (che co-produce questo film) tracciano l’istantanea appartenenza al genere. Insomma: raccontando questa storia così ‘aliena’, Franco racconta sé stesso e la sua famiglia (proprio come faceva Wiseau…), ma raccontando il suo mondo è inevitabile raccontare anche Hollywood e il mercato dei sogni collettivi. Ma c’è di più. Questo è forse il ruolo più complesso interpretato dal Franco attore, un gioco pericoloso sul suo stesso statuto iconico, una performance alla Jim Carrey/Andy Kaufman che nella reiterata comicità involontaria nasconde abissi di sofferenza e immaturità. I suoi reiterati primi piani sono esilaranti e strazianti nello stesso tempo, senza mai tracciare un netto confine. Proprio come il ritratto di quel sottobosco hollywoodiano comico e spietato, infantile ed egoista, ma ancora capace di creare miti e farli sopravvivere come puri sentimenti. Le tracce di James Dean, Marlon Brando o Alfred Hitchcock non solo solo riferimenti cinefili, ma diventano referenti emotivi, stati d’animo, vita vera. Tanto da prendere una macchina in piena notte e sfrecciare verso il punto esatto della (non) morte di James Dean perché «it’s real emotion, this is real man!!!»…
La parabola fuori dal comune di Tommy e Greg, infine, ci restituisce l’universo degli anni ’90 come nuovo orizzonte del vintage contemporaneo - il 1998, le sale con “Shakespeare in love” e ‘Mark Damon’ ne “Il Talento di Mister Ripley” sono ormai immaginario pop -, colto come l’ultima età dell’innocenza cinematografica, il pre-rivoluzione digitale, un attimo prima della mutazione definitiva. Strepitoso il ‘doppio obiettivo’ di Tommy Wiseau che decide di girare il suo film sia in pellicola che in digitale, con due macchine da presa di diverso peso e dimensione, per catturare i segni e le immagini di un mondo che cambia. Per cercare in quello spazio intermedio la risposta alla domanda più importante: qual è il confine tra amare follemente una cosa e saperla veramente fare?
Pietro Masciullo, Sentieri Selvaggi

JAMES FRANCO
Filmografia
:
The Ape (2005), Herbert White (2009), The Feast of Stephen (2009), Sal (2011), Dreams (2012), As I Lay Dying (2013), Interior. Leather Bar (2013), Child of God (2014), In Dubious Battle (2015), Beautiful People (2016), The Disaster Artist (2017), The Pretenders (2018)

Martedì 16 aprile 2019:
UN AFFARE DI FAMIGLIA di Hirokazu Kore-Eda, con Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Akira Emoto, Sakura Andô

 

 

 
 
 

Cineforum 2018/2019 | 2 aprile 2019

Foto di cineforumborgo

L'ATELIER

 

Regia: Laurent Cantet

Sceneggiatura: Robin Campillo, Laurent Cantet

Fotografia: Pierre Milon

Musiche: Bedis Tir, Edouard Pons

Montaggio: Mathilde Muyard

Scenografia: Serge Borgel

Costumi: Agnès Giudicelli

Suono: Olivier Mauvezin, Agnès Ravez, Antoine Baudouin

Interpreti: Marina Foïs (Olivia), Matthieu Lucci (Antoine), Warda Rammach (Malika), Issam Talbi (Fadi), Florian Beaujean (Étienne), Mamadou Doumbia (Boubacar), Julien Souve (Benjamin), Mélissa Guilbert (Lola), Olivier Thouret (Teddy), Lény Sellan (Boris)

Produzione: Denis Freyd per Archipel 35/France 2 Cinéma

Distribuzione: Teodora Film

Durata: 113'

Origine: Francia, 2017

Data uscita: 7 giugno 2018

 

La Ciotat, estate 2016. Antoine ha deciso di frequentare un laboratorio di scrittura per giovani aspiranti scrittori, finalizzato a scrivere un romanzo noir con l'aiuto di Olivia, una celebre romanziera. Il lavoro di scrittura è più che altro teso a far riemergere il passato operaio della città e del cantiere navale chiuso da 25 anni, una nostalgia che ad Antoine non interessa più di tanto. Più attratto dall'ansia del mondo moderno, Antoine si metterà rapidamente in opposizione al resto del gruppo e a Olivia, che dalla violenza del giovane si sente allarmata e allo stesso tempo sedotta.

Olivia, nota romanziera parigina, tiene un laboratorio di scrittura a La Ciotat, la città provenzale in cui i fratelli Lumière ripresero l'arrivo di un treno dando inizio alla storia del cinema. Vi partecipano sette tra ragazzi e ragazze, selezionati per un programma d'inserimento: dopo il declino dei cantieri navali, infatti, l'economia locale è depressa e scarsa di prospettive. L'obiettivo - come spiega Olivia - è scrivere collettivamente un romanzo poliziesco ambientato nella città. Se i giovani, di origini etniche diverse, non sono particolarmente docili, tra tutti spicca per atteggiamento provocatorio Antoine, ragazzo sensibile all'ideologia dell'estrema destra. Via via che i rapporti evolvono, le certezze di Olivia entrano in crisi; il libro che stava scrivendo resta al palo e Antoine, il ragazzo che spara alla luna, sembra diventare lui stesso un eroe da romanzo. Laurent Cantet, di cui molti ricorderanno “La classe. Entre les murs”, Palma d'oro a Cannes dieci anni fa, è l'erede del grande Eric Rohmer: stessa la genialità nel coniugare la fiction con la realtà spontanea di ciò che accade durante le riprese, stessa l'infallibile scelta di giovani attori che non si lasciano ingabbiare in tipizzazioni o cliché. Se i ragazzi di Rohmer parlano d'amore con dialoghi da Beaumarchais, però, quello di Cantet è un cinema a contenuto più esplicitamente politico, che assume posizioni sulla realtà odierna e su quella di ieri. Ne è prova la ricchezza del regime d'immagini: dai documentari d'epoca sui cantieri navali ai cinegiornali, da Facebook ai videogame; il tutto alternato con discussioni più vere del vero tra i ragazzi, filmate in contemporanea da più macchine da presa. Ciò che rende straordinario “L'atelier”, però, è il modo in cui sfugge a ogni tentazione di lanciare messaggi, di farsi veicolo (in ciò ‘politico’ nel senso migliore del termine) di un'ideologia. In qualsiasi altro film il personaggio di Antoine sarebbe stato liquidato come un giovane di destra, tutt'al più ‘traviato’ e da redimere. Qui, invece, è un ragazzo tentato sì dalla propaganda estremista, un potenziale nichilista, e che tuttavia si sforza di capire il mondo in cui gli è toccato vivere (la violenza terroristica, ma anche la disoccupazione e lo sfruttamento), senza contentarsi di parole d'ordine o di altre scorciatoie. Così come Cantet, in modo speculare, mette tutto l'impegno per comprendere (e farci comprendere) Antoine, anziché limitarsi a giudicarlo.

Roberto Nepoti, La Repubblica

 

Quello di Laurent Cantet è, prima d'ogni altra cosa, un cinema che ruota sempre attorno alla parola. Ed è perciò piuttosto spiazzante quando, in apertura de “L'atelier”, ci si ritrova davanti a una sequenza di immagini che delle parole fanno a meno. La prima sequenza del film è infatti tratta da “The Witcher 3”, videogame famoso per l'immensità del proprio universo e per la libertà di movimento concessa al giocatore; non sono immagini particolarmente rilevanti, solo un avatar, in cima a una montagna, che agita la spada e scaglia frecce verso l'orizzonte. Non ce ne saranno altre di simili, eppure, l'eco di quest'apertura, di un guerriero bisognoso di combattere in un mondo senza parole dove conta solamente agire, farà sentire costantemente la propria presenza.

L'atelier a cui fa riferimento il titolo è un workshop estivo per ragazzi che si tiene a La Ciotat, località di provincia vittima di una drammatica operazione di smantellamento dei vecchi e gloriosi cantieri navali che ne hanno fatto la storia. Sotto la guida di una scrittrice di successo, verranno gettate le basi per la stesura di un racconto thriller. Un laboratorio di parole, dialoghi e discussioni, in cui Cantet inserisce un'antitesi alla propria idea di cinema: un ragazzo che fa da contraltare al potere delle parole. Per il giovane protagonista Antoine, infatti, ciò che conta sono le azioni; le parole diventano un semplice mezzo per cercare lo scontro, per fomentare le discussioni, per rievocare azioni estreme come l'attentato al Bataclan. Incapace di supportare un dialogo o costruire un discorso per esprimere le proprie idee, Antoine ritrova nelle immagini un mezzo per sfogare, anche soltanto con lo sguardo e con la mente, le proprie frustrazioni.

Ed è proprio filmandosi mentre si tuffa e fa ginnastica; riprendendo di nascosto la sua insegnante o guardando in rete immagini di scontri e violenza, Antoine riesce a veder replicate all'infinito le sue azioni e le sue idee, aumentandone così il significato e il valore. Un modo per reiterare il proprio agire, per alimentare un addestramento continuo, che passa per l'esercizio fisico, YouTube e i videogame e porta all'unico modo in cui oggi è possibile, per quelli come Antoine, stare al mondo: al combattimento. Un addestramento che per forza di cose dovrà poi sfociare in un atto di violenza estrema, in uno scontro frontale.

Non è ovviamente un caso che in questo duello tra azione e parola messo in scena da Cantet, tocchi proprio quest'ultima mantenere la pace. Nel suo discorso incredibilmente politico, infatti, il regista francese individua proprio nella mancanza di dialogo la genesi delle tensioni sociali che attanagliano la Francia (e di conseguenza l'Europa). D'altronde, quello di Laurent Cantet è, prima d'ogni altra cosa, un cinema (e un mondo) che ruota sempre attorno a un unico elemento: la parola.

Francesco Ruzzier, Cineforum

 

LAURENT CANTET

Filmografia:

Jeux de plage (1995), Risorse umane (1999), A tempo pieno (2001), Verso il sud (2005),  La classe - Entre les murs (2008), 7 Days in Havana (2012) ("La fuente"), Foxfire - Ragazze cattive (2012), Ritorno a L'Avana (2014), L'atelier (2017)

 

Martedì 9 aprile 2019:

THE DISASTER ARTIST di James Franco, con Dave Franco, James Franco, Seth Rogen, Alison Brie, Ari Graynor

 

 
 
 
Successivi »
 
 
 

INFO


Un blog di: cineforumborgo
Data di creazione: 29/09/2007
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 
 

ULTIME VISITE AL BLOG

federicodisarocineforumborgocristina_a2016lanfranchinipatriziarossano.scicclaudiabianchiDanny19excaliburwgiuseleonedavide.boldrini2013tomaggfabyfaby3aalbyto77Recreation
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom