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CINEMA PARADISO

Blog di cinema, cultura e comunicazione

 

Messaggi del 03/05/2019

The Spacewalker Da NOCTURNO

Post n°15097 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
 

Featured Image
2017
TITOLO ORIGINALE:
Vremya Pervykh
REGIA:
Dmitriy Kiselev
CAST:
Aleksandr Ilin (Vladimir Markelov)
Vladimir Ilin (Sergey Korolev)
Yuriy Itskov (Boris Chertok)

The Spacewalker è un film del 2017, diretto da Dmitriy Kiselev

    Dalla Russia con tanto, tanto (ma proprio tanto) amore, ecco scaturire l’ennesimo roboante – e alquanto dispendioso – esempio di fantascienza storico-biografica, facente parte della nuova ambiziosa politica di rinnovamento dell’industria cinematografica voluto dallo Zar Putin in persona a cavallo del nuovo Millennio, con l’intento d’ingaggiare una rinnovata competizione con i vecchi e mai dimenticati nemici a stelle e strisce, per fondare così un’idealistica Hollywood baltica. The Spacewalker (titolato enfaticamente in originale L’età dei pionieri) si presenta, dunque, come un’autentica epopea kubrickiana – date le ascendenze culturali, in questo caso sarebbe forse meglio parlare più propriamente di epopea tarkowskijana –, capace di rileggere il glorioso mito della corsa allo Spazio in piena Guerra Fredda quale metafora di una rinnovata querelle, combattuta stavolta non con minacce nucleari bensì con cinepresa, pop-corn e una valanga di biglietti staccati. Nei suoi titanici (e obiettivamente eccessivi) centoquaranta minuti di durata, The Spacewalker tenta di ricostruire con forte autenticità – e una leggera punta di benevolente sensazionalismo – le avventurose vicende che portarono alla storica missione Voschod 2 del 18 marzo 1965, durante la quale i cosmonauti sovietici Aleksej Leonov (Evgeniy Mironov) e Pavel Beljaev (Kostantin Khabenskiy) effettuarono la prima passeggiata spaziale extraveicolare della storia, dovendo affrontare numerosi problemi tecnici durante la fase di rientro e sopravvivendo per giorni al freddo siberiano prima di essere tratti in salvo e rimpatriati come eroi nazionali.

    dentro 2

    Con un occhio rivolto al nuovo cinema commerciale di casa propria e l’altro ben piantato ai modelli d’oltre cortina, Dmitriy Kiselev, da buon mestierante qual è, imbastisce una solida ed elaborata produzione degna di un autentico blockbuster con forti venature da dramma epico, strutturando l’esoscheletro narrativo di The Spacewalker attraverso una successione di blocchi che richiamano a gran voce alcuni dei più celebri e battuti modelli del filone sci-fi. Si comincia con un prologo che rispolvera il cameratismo goliardico ad alta quota di Top Gun Uomini veri, proseguendo con la messa in scena del lungo e difficile training di allenamento preparatorio alla missione che fa tornare in mente l’allegra brigata degli Space Cowboys eastwoodiani. Ci si sposta di seguito sulle fasi più salienti e drammaticamente eccitanti del viaggio spaziale – e dei suoi disastrosi inconvenienti – che ricalcano il modello di Apollo 13, per finire con un epilogo da survival movie fra i ghiacci che cita direttamente tanto Everest quanto The Revenant.

    dentro 1

    Osservando poi le elaborate sequenze di volo spaziale – per altro realizzate mediante un’ottima CGI –, non possono non apparire vivide davanti agli occhi le celebri inquadrature pseudosoggettive a filo capsula che abbondano in Interstellar, così come la più che evidente (e a tratti un poco ridondante) metafora ombelicale del cordone di sicurezza che tiene ancorato l’astronauta al velivolo rimanda chiaramente al nuovo feto cosmico che fu la Sandra Bullock di Gravity. Nonostante qualche sbavatura tipica delle pellicole dell’Est Europa, tanto di ieri quanto di oggi – tra cui un eccesso di caratterizzazione degli eroi stakanovisti, un pesante paternalismo della classe dirigente e un fastidioso humor da balalaika –, The Spacewalker dimostra come il cinema post-moderno (e post-sovietico) sappia ancora fare della sana (e occulta) propaganda indiretta attraverso produzioni di alto intrattenimento e d’indubbia qualità formale, pellicole capaci di far rimpiangere un passato glorioso e al contempo di far sperare per un luminoso e prolifico futuro audiovisivo.

     
     
     

    BOB & MARYS - CRIMINALI A DOMICILIO

    Post n°15096 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Roberto e Marisa sono una coppia di cinquantenni con una figlia che sta per sposarsi. Lui insegna in un'autoscuola, lei fa volontariato in parrocchia occupandosi della rieducazione dei detenuti. La loro vita procede su binari prevedibili: l'unica trasgressione che Roberto si concede sono le conversazioni via baracchino CB in cui racconta di trovarsi con il suo camper in varie parti d'Italia, rimanendo parcheggiato nel giardino di casa. Ma Marisa vuole dare una svolta a quella placida esistenza e decide di trasferirsi dalla casa dove Roberto è nato e cresciuto, che lei definisce "un mausoleo", a una villetta alla periferia di Napoli. Peccato che la villetta sia "con vista" sul quartier generale della malavita, e per la coppia comincino i guai: la camorra individua infatti nella loro abitazione il nascondiglio insospettabile per una quantità di merce illegale.

    È l'accùppatura, assai diffusa a Napoli e dintorni, e non promette nulla di buono per gli sfortunati scelti come "custodi" di pacchi dal contenuto misterioso, sotto lo stretto controllo di chi ce li ha piazzati.

    Dopo l'esordio alla regia con il drammatico Nottetempo Francesco Prisco si cimenta con una dark comedy intelligente e una sceneggiatura davvero originale, firmata dallo stesso regista insieme ad Annamaria Morelli e Marco Gianfreda. Bob & Marys illustra una pratica criminale semisconosciuta mantenendo vive sia la tensione per una situazione realmente pericolosa che le dinamiche di relazione della coppia protagonista, dominata dallo spirito di iniziativa e l'indomita impulsività della moglie, molto ben interpretata da Laura Morante. La sceneggiatura offre anche un altro livello di lettura, quello metaforico relativo alla necessità, per questa coppia post sessantottina, di ritrovare lo spirito ribelle della loro giovinezza e smettere di subire le angherie di una società basata sulla sopraffazione. 

    Quello che manca a Bob & Marys è il ritmo comico della regia, che dovrebbe essere più compatto e veloce, e invece sminuisce il grande potenziale comico di una storia che non ha nulla da invidiare a film americani come Dick & Jane Operazione Furto (cui sembra fare omaggio fin dal titolo).

     
     
     

    Tu mi nascondi qualcosa

    Post n°15095 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Valeria aiuta il padre nell'agenzia di investigazioni Occhio Segreto, specializzata in infedeltà: ma un errore dell'agenzia fa sì che un clown, Francesco, scopra che la sua compagna lo tradisce. Valeria si sente responsabile della rottura fra i due e cerca di aiutare Francesco a superare il dolore per l'abbandono della ex compagna. Linda è un'attrice porno di successo con un fidanzato aspirante scrittore, Ezio, che riceve continui rifiuti dalle case editrici. L'insicurezza di Ezio lo porta a credere che Linda abbia una relazione con un suo compagno di set, più bello e dotato di lui. Alberto, imprenditore edile, viene ripescato in mare vicino alla costa tunisina e non ricorda nulla della sua vita precedente: comprese le sue due mogli, l'italiana Irene e la tunisina Jamila, dalle quali Alberto ha avuto un figlio a testa. Finchè non ritrova la memoria l'uomo dovrà trascorrere più tempo possibile con le sue due famiglie vivendo sotto lo stesso tetto, e scoprirà molti segreti dei quali era all'oscuro.

    Che cosa accomuna queste tre storie, tutte e tre ambientate nella cittò di Cuneo? La ricerca della verità, con le conseguenze positive o negative che ne derivano.

    Ognuno dei personaggi infatti nasconde qualcosa, o crede che gli venga nascosto qualcosa: di qui il titolo di questa commedia con la quale Giuseppe Lo Console, attore di cinema e tv (era il mitico Orco Rubio della Melevisione) debutta alla regia. Il tentativo è quello di creare un film corale, una sorta di versione italiana delle romantic comedy dirette da Richard Curtis o Garry Marshall: purtroppo però alla sceneggiatura non ci sono nè Curtis nè le squadre di mestieranti hollywoodiani di cui si serviva Marshall, bensì Gianluca Ansanelli e Tito Buffolini, abituati ad assemblare commedie formulaiche per un pubblico di poche pretese (e dire che Ansanelli è stato anche cosceneggiatore di Omicidio all'italiana di Maccio Capatonda). 

    Nulla in Tu mi nascondi qualcosa si discosta dal canone televisivo e il cast si vede costretto a mimare emozioni che non prova e simulare reazioni esagerate davanti ad ogni minima svolta narrativa. La trama comprende anche la contrapposizione stereotipata fra la moglie italiana, descritta come esigente e rompiscatole, e quella tunisina, infinitamente docile e accondiscendente.

     
     
     

    Morto Stalin se ne fa un altro

    Post n°15094 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    La sera del 28 febbraio del 1953, Radio Mosca diffonde in diretta il "Concerto per pianoforte e orchestra n.23" di Mozart. Toccato dall'esecuzione che ascolta nella sua dacia di Kountsevo, Joseph Stalin domanda una registrazione. Ma nessuna registrazione era prevista per quella sera. Paralizzati dalla paura, direttore e orchestra decidono di ripetere il concerto. Tutti tranne Maria Yudina, la pianista che ha perso famiglia e amici per mano del tiranno. Convinta a suon di rubli, cede, suona e accompagna il disco con un biglietto insurrezionale. L'orchestra si vede già condannata al gulag. Ma l'indomani Stalin è moribondo. Colpito da ictus, muore il 2 marzo scatenando un conflitto feroce per la successione tra i membri del Comitato Centrale del PCUS.

    La morte, annunciata tre giorni dopo, sgomenta il Paese che si riversa in piazza 'agevolando' tradimenti, abili manovre e un colpo di stato, concluso con la morte di Beria e aperto all'avvento di Krusciov (e alla cospirazione di Brežnev).

    Alla teoria (romanzesca) dell'avvelenamento o all'ipotesi ricorrente e inaccertabile dell'assassinio di Stalin per mano di Beria, Fabien Nury preferisce quella di una logica paranoia. Indecisi tra la paura (di essere purgati) e la speranza (di succedergli), i suoi compagni lo lasciarono crepare. Centrato sull'agonia del tiranno e basato sulla graphic novel di Fabien Nury (sceneggiatura) e Thierry Robin (disegno), Morto Stalin, se ne fa un altro evoca in filigrana la destalinizzazione e si consacra alla feroce guerra di successione aperta con la dipartita di Joseph Stalin. Scritto e diretto da Armando Iannucci, rodato specialista della satira politica (The Thick of It, Veep, In The Loop), Morto Stalin, se ne fa un altro è fedele al precetto hitchcockiano che associa la riuscita di un film alla qualità del cattivo.

    E in questa farsa crepuscolare, vero-falso racconto storico, di cattivi ce ne sono tanti e tutti di grande fattura. Niente eroi, soltanto una gerarchia violenta e dannata, guidata da una sete di potere annegata nella vodka. In quell'areopago di farabutti che è il Politburo, Beria è il peggiore di tutti. Interpretato con disinvolta dissolutezza da Simon Russell Beale, alterna alla contrizione ufficiale la soddisfazione intima. Bramoso di potere, ruba i dossier segreti di Stalin per ricattare i suoi compagni-avversari. Il sorriso sardonico, dietro le lenti opache, fa il paio col sadismo ostentato (Beria fu predatore sessuale seriale), producendo un personaggio decisamente mostruoso.

     
     
     

    Ippocrate

    Post n°15093 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Benjamin Barois ha ventitré anni e il sogno di diventare un grande medico. Ma per ora di grande ha solo il camice, offerto dall'ospedale e 'decorato' con macchie pulite. Per sei mesi dovrà occuparsi di dieci stanze e diciotto pazienti. Ad osservarlo il padre, primario autoritario nello stesso ospedale, ad affiancarlo Abdel Rezzak, medico algerino competente e umano "facente funzioni d'interno". Di guardia, una notte è chiamato a occuparsi di un paziente che accusa forti dolori addominali. Benjmain si limita a somministrargli un analgesico ma l'indomani l'uomo è morto. Padre e superiori coprono l'errore, la vedova chiede spiegazioni, Abdel pone domande, Benjamin è confuso. Deluso da se stesso, cerca la maniera di rimediare e di diventare un medico migliore.

    Tra un film e l'altro, Thomas Lilti cura i pazienti. L'autore francese sa bene di cosa parla e pratica quello di cui parla.

    Figlio dei Lumière e di Ippocrate, Lilti passa in rassegna al cinema le disfunzioni strutturali dell'istituzione ospedaliera francese coi suoi macchinari obsoleti, la mancanza di personale e di mezzi, la sorte dei medici stranieri relegati ai ruoli secondari, la ricerca del profitto a spese dei pazienti. Girato interamente in ospedale, Ippocrate è un racconto di formazione in corsia che segue l'apprendistato tormentato di un giovane internista al servizio di suo padre. Ma la pratica si rivela presto più dura della teoria. La responsabilità è schiacciante e il protagonista dovrà confrontarsi brutalmente coi suoi limiti, le sue paure e quelle dei suoi pazienti. 

    La sua iniziazione comincia e con quella un film sincero nutrito dell'esperienza del regista, degli aneddoti e delle testimonianze raccolte sul campo. Muovendosi tra un caso di coscienza, un alcolizzato che muore e avrebbe forse potuto essere salvato, un dilemma etico, una vecchia paziente giunta alla fine della vita, un conflitto sociale sordo ma permanente, alimentato dalle condizioni di lavoro estreme, le rivalità e i piccoli accomodamenti al centro di tutti i microcosmi professionali, l'autore disegna prevedibilmente ma con appropriatezza un universo ambivalente. Un universo con le sue gerarchie, i giochi di potere, il peso delle responsabilità, l'impunità, gli errori e le loro conseguenze. Il passo falso del protagonista di Vincent Lacoste, che trova in Ippocrate materia per affinare il suo eterno personaggio di loser lunare, costituisce il primo filo drammatico del film.

     
     
     

    Benvenuti a casa mia: se l’integrazione non è una cosa seria

    Post n°15092 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

     

    da movieplayer

    Dopo il gigantesco successo di Non sposate le mie figlie!, il regista Philippe de Chauveron e l'attore Christian Clavier tornano ad affrontare con ironia i temi dell'integrazione e del razzismo in Francia con la commedia Benvenuti a casa mia; ma il risultato, stavolta, lascia parecchio a desiderare.

     

    Nella primavera del 2014 un autentico ciclone sconvolgeva i cinema francesi, imponendosi come uno dei maggiori fenomeni commerciali del decennio: Non sposate le mie figlie!, commedia incentrata sul razzismo e i pregiudizi a partire da un tipico canovaccio alla Indovina chi viene a cena? (ovvero, una famiglia bianca e borghese sconvolta al cospetto del fidanzato nero della figlia). Dopo aver registrato un record di dodici milioni di spettatori in Francia (cifra purtroppo inconcepibile nell'attuale mercato cinematografico italiano), Non sposate le mie figlie!avrebbe riportato eccellenti risultati in tutta Europa, oltrepassando il traguardo dei venti milioni di spettatori complessivi.

    A due anni di distanza il regista di quel film, Philippe de Chauveron, ha ritentato l'impresa con Débarquement immédiat (inedito da noi), pellicola che al confronto si è rivelata però un sostanziale fiasco. È andata assai meglio al successivo À bras ouverts, che un anno dopo aver raccolto un milione di spettatori in patria approda anche in Italia con il titolo Benvenuti a casa mia, forte di una formula molto simile a quella del campione d'incassi di de Chauveron: mettere in scena con umorismo le difficoltà d'integrazione per le minoranze all'interno della società francese.

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del film

    Christian Clavier, già mattatore di Non sposate le mie figlie!, è di nuovo protagonista, ma stavolta nei panni di un personaggio appartenente allo spettro politico opposto: se infatti il più noto film del regista prendeva a bersaglio la borghesia conservatrice di estrema destra, Benvenuti a casa mia esplora invece le contraddizioni in seno all'altro ramo del ceto borghese: quello della sinistra progressista ed intellettuale. Clavier presta infatti il volto ad Etienne Fougerole, docente universitario autore di un libro in favore dell'integrazione intitolato A braccia aperte: e per spingere le vendite del libro, nonché per evitare di perdere la faccia nel corso di un dibattito televisivo con un politico destrorso, Fougerole offre ospitalità in casa propria a qualunque rom abbia bisogno di accoglienza.

    Benvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del film

    L'avventato Etienne, tuttavia, non si aspetta di essere preso in parola; pertanto, è con un certo stupore che quella sera stessa si trova ad aprire i cancelli della propria villa alla famiglia di Babik (Ary Abittan). L'eccentrico clan di rom, che si stabilisce nel giardino dei Fougerole con armi e bagagli (ovvero, con roulotte e perfino un maiale al seguito), turberà non poco la tranquillità di Etienne e di sua moglie Daphné (Elsa Zylberstein), eccentrica artista, suscitando in compenso l'entusiasmo - politico e ormonale - di loro figlio Lionel(Oscar Berthe). A partire da questo spunto, gli sceneggiatori Marc de Chauveron (fratello del regista) e Guy Laurent imbastiscono un prevedibile meccanismo di gag imperniate sulla consueta dicotomia fra "ricchi e poveri", contrapponendo la raffinatezza borghese dei Fougerole con la rozza e 'rumorosa' spontaneità di Babik e dei suoi parenti.

    Brutti, sporchi e cattivi... anzi, no!Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del film

    L'operazione elaborata da de Chauveron per Benvenuti a casa mia si proponeva dunque, perlomeno in partenza, più sofisticata e complessa rispetto a Non sposate le mie figlie!: perché non si trattava più di mettere in ridicolo i pregiudizi razzisti e la chiusura mentale di un conservatorismo bigotto, ma di esplorare le sottili incrinature e le piccole ipocrisie capaci di minare un sistema di pensiero, al contrario, aperto e progressista. In sostanza, e con i dovuti distinguo, un procedimento analogo a quello messo in atto in contemporanea, nel cinema americano, da Jordan Peele con il fenomeno horror Scappa - Get Out. Il grande limite, in tal senso, è che la commedia di Philippe de Chauveron non colpisce mai davvero a fondo: l'intrinseca bontà di tutti (o quasi) i personaggi non tarda a prendere il sopravvento su qualunque elemento di critica sociale, a dispetto di una rappresentazione della comunità rom non solo stereotipata (in un film di questo genere, in fondo, non sarebbe un problema così grave), ma esasperatamente forzata e grottesca. Difficile, insomma, che con presupposti simili possa scattare una benché minima forma di empatia.

    Leggi anche: Scappa - Get Out: perché il nuovo fenomeno horror oggi è il più importante film sul razzismo

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del film

    Ma anche prendendo atto della superficialità e dello scarso mordente di Benvenuti a casa mia(e della banalità di una riflessione politica appena abbozzata), teoricamente la pellicola avrebbe comunque potuto mantenere un valore in qualità di puro meccanismo comico. Peccato che, anche e soprattutto su questo versante, il film si abbandoni a una sequela di gag e situazioni scontatissime, con personaggi ridotti a insulse macchiette: dalla scappatella fra l'adolescente Lionel e una delle figlie di Babik, che porterà a esplosioni di rabbia e a un happy ending senza capo né coda, alle tentazioni extraconiugali di Etienne e ai desideri di rivalsa di Daphné, passando per alcuni momenti (per fortuna non molti) in cui il livello d'imbarazzo rasenta quello dei cinepanettoni nostrani. Per esempio, lo stanco sforzo di suscitare qualche risata mostrando un maiale che scorazza per la cucina o, peggio ancora, con una scenetta sugli ospiti rom intenti a defecare nel bagno dei padroni di casa.

     
     
     

    Benvenuti a casa mia: se l’integrazione non è una cosa seria

    Post n°15091 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    da movieplayer

    Dopo il gigantesco successo di Non sposate le mie figlie!, il regista Philippe de Chauveron e l'attore Christian Clavier tornano ad affrontare con ironia i temi dell'integrazione e del razzismo in Francia con la commedia Benvenuti a casa mia; ma il risultato, stavolta, lascia parecchio a desiderare.

    Nella primavera del 2014 un autentico ciclone sconvolgeva i cinema francesi, imponendosi come uno dei maggiori fenomeni commerciali del decennio: Non sposate le mie figlie!, commedia incentrata sul razzismo e i pregiudizi a partire da un tipico canovaccio alla Indovina chi viene a cena? (ovvero, una famiglia bianca e borghese sconvolta al cospetto del fidanzato nero della figlia). Dopo aver registrato un record di dodici milioni di spettatori in Francia (cifra purtroppo inconcepibile nell'attuale mercato cinematografico italiano), Non sposate le mie figlie!avrebbe riportato eccellenti risultati in tutta Europa, oltrepassando il traguardo dei venti milioni di spettatori complessivi.

    A due anni di distanza il regista di quel film, Philippe de Chauveron, ha ritentato l'impresa con Débarquement immédiat (inedito da noi), pellicola che al confronto si è rivelata però un sostanziale fiasco. È andata assai meglio al successivo À bras ouverts, che un anno dopo aver raccolto un milione di spettatori in patria approda anche in Italia con il titolo Benvenuti a casa mia, forte di una formula molto simile a quella del campione d'incassi di de Chauveron: mettere in scena con umorismo le difficoltà d'integrazione per le minoranze all'interno della società francese.

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in un momento del film

    Christian Clavier, già mattatore di Non sposate le mie figlie!, è di nuovo protagonista, ma stavolta nei panni di un personaggio appartenente allo spettro politico opposto: se infatti il più noto film del regista prendeva a bersaglio la borghesia conservatrice di estrema destra, Benvenuti a casa mia esplora invece le contraddizioni in seno all'altro ramo del ceto borghese: quello della sinistra progressista ed intellettuale. Clavier presta infatti il volto ad Etienne Fougerole, docente universitario autore di un libro in favore dell'integrazione intitolato A braccia aperte: e per spingere le vendite del libro, nonché per evitare di perdere la faccia nel corso di un dibattito televisivo con un politico destrorso, Fougerole offre ospitalità in casa propria a qualunque rom abbia bisogno di accoglienza.

    Benvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del filmBenvenuti a casa mia: Ary Abittan in un momento del film

    L'avventato Etienne, tuttavia, non si aspetta di essere preso in parola; pertanto, è con un certo stupore che quella sera stessa si trova ad aprire i cancelli della propria villa alla famiglia di Babik (Ary Abittan). L'eccentrico clan di rom, che si stabilisce nel giardino dei Fougerole con armi e bagagli (ovvero, con roulotte e perfino un maiale al seguito), turberà non poco la tranquillità di Etienne e di sua moglie Daphné (Elsa Zylberstein), eccentrica artista, suscitando in compenso l'entusiasmo - politico e ormonale - di loro figlio Lionel(Oscar Berthe). A partire da questo spunto, gli sceneggiatori Marc de Chauveron (fratello del regista) e Guy Laurent imbastiscono un prevedibile meccanismo di gag imperniate sulla consueta dicotomia fra "ricchi e poveri", contrapponendo la raffinatezza borghese dei Fougerole con la rozza e 'rumorosa' spontaneità di Babik e dei suoi parenti.

    Brutti, sporchi e cattivi... anzi, no!Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein, Ary Abittan e Christian Clavier in una scena del film

    L'operazione elaborata da de Chauveron per Benvenuti a casa mia si proponeva dunque, perlomeno in partenza, più sofisticata e complessa rispetto a Non sposate le mie figlie!: perché non si trattava più di mettere in ridicolo i pregiudizi razzisti e la chiusura mentale di un conservatorismo bigotto, ma di esplorare le sottili incrinature e le piccole ipocrisie capaci di minare un sistema di pensiero, al contrario, aperto e progressista. In sostanza, e con i dovuti distinguo, un procedimento analogo a quello messo in atto in contemporanea, nel cinema americano, da Jordan Peele con il fenomeno horror Scappa - Get Out. Il grande limite, in tal senso, è che la commedia di Philippe de Chauveron non colpisce mai davvero a fondo: l'intrinseca bontà di tutti (o quasi) i personaggi non tarda a prendere il sopravvento su qualunque elemento di critica sociale, a dispetto di una rappresentazione della comunità rom non solo stereotipata (in un film di questo genere, in fondo, non sarebbe un problema così grave), ma esasperatamente forzata e grottesca. Difficile, insomma, che con presupposti simili possa scattare una benché minima forma di empatia.

    Leggi anche: Scappa - Get Out: perché il nuovo fenomeno horror oggi è il più importante film sul razzismo

    Benvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del filmBenvenuti a casa mia: Elsa Zylberstein e Christian Clavier in una scena del film

    Ma anche prendendo atto della superficialità e dello scarso mordente di Benvenuti a casa mia(e della banalità di una riflessione politica appena abbozzata), teoricamente la pellicola avrebbe comunque potuto mantenere un valore in qualità di puro meccanismo comico. Peccato che, anche e soprattutto su questo versante, il film si abbandoni a una sequela di gag e situazioni scontatissime, con personaggi ridotti a insulse macchiette: dalla scappatella fra l'adolescente Lionel e una delle figlie di Babik, che porterà a esplosioni di rabbia e a un happy ending senza capo né coda, alle tentazioni extraconiugali di Etienne e ai desideri di rivalsa di Daphné, passando per alcuni momenti (per fortuna non molti) in cui il livello d'imbarazzo rasenta quello dei cinepanettoni nostrani. Per esempio, lo stanco sforzo di suscitare qualche risata mostrando un maiale che scorazza per la cucina o, peggio ancora, con una scenetta sugli ospiti rom intenti a defecare nel bagno dei padroni di casa.

     
     
     

    Abracadabra

    Post n°15090 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Carmen ha un marito che non la vede più: perennemente attaccato al televisore per guardare le partite di calcio, di nessun aiuto in casa ma con innumerevoli pretese, Carlos è diventato un estraneo volgare e ingombrante. Al matrimonio di un parente il cugino di Carmen, Pepe, si esibisce in un numero di ipnotismo e Carlos si candida come volontario, con l'intenzione di mettere in ridicolo il povero Pepe, che per di più ha una cotta per sua moglie. Ma la situazione gli si rivolterà contro, e Carlos si ritroverà abitato dallo spirito di Tito, ambiguo personaggio che ha avuto il suo momento d'oro negli anni Ottanta.
    Gli anni Ottanta, qui come in molto cinema contemporaneo, fanno da filo conduttore (soprattutto musicale) ad una storia che è impossibile catalogare o ascrivere ad un solo genere perché, e questa è la sua principale virtù, spiazza continuamente lo spettatore, disorientandolo anche su chi sia il vero protagonista della vicenda.

    Carlos il troglodita? Maribel la moglie frustrata? Pepe il cugino farfallone? L'ineffabile Tito? O il misterioso dottor Fumetti (eh, sì), vero esperto di magia ma anche grandissimo cialtrone?

    Il regista e sceneggiatore spagnolo Pablo Berger, già regista di quel Blancanieves vincitore di 10 premi Goya, gioca con il registro grottesco senza necessariamente imitare Pedro Almodovar o Alex de la Iglesia, trovando una sua cifra estetica personale che ben si adatta ad una commedia stralunata ma molto meno leggera e superficiale di quanto potrebbe apparire.

    Maribel Verdu, indimenticabile protagonista di Y Tu Mama Tambien, è una tenera ma determinata Carmen, più scaltra e assennata di quanto lascerebbe immaginare il suo comportamento svagato, e Antonio de la Torre è un Carlos dalle mille facce, alcune esilaranti, altre tragicomiche.

     
     
     

    Abracadabra

    Post n°15089 pubblicato il 03 Maggio 2019 da Ladridicinema
     

    Carmen ha un marito che non la vede più: perennemente attaccato al televisore per guardare le partite di calcio, di nessun aiuto in casa ma con innumerevoli pretese, Carlos è diventato un estraneo volgare e ingombrante. Al matrimonio di un parente il cugino di Carmen, Pepe, si esibisce in un numero di ipnotismo e Carlos si candida come volontario, con l'intenzione di mettere in ridicolo il povero Pepe, che per di più ha una cotta per sua moglie. Ma la situazione gli si rivolterà contro, e Carlos si ritroverà abitato dallo spirito di Tito, ambiguo personaggio che ha avuto il suo momento d'oro negli anni Ottanta.
    Gli anni Ottanta, qui come in molto cinema contemporaneo, fanno da filo conduttore (soprattutto musicale) ad una storia che è impossibile catalogare o ascrivere ad un solo genere perché, e questa è la sua principale virtù, spiazza continuamente lo spettatore, disorientandolo anche su chi sia il vero protagonista della vicenda.

    Carlos il troglodita? Maribel la moglie frustrata? Pepe il cugino farfallone? L'ineffabile Tito? O il misterioso dottor Fumetti (eh, sì), vero esperto di magia ma anche grandissimo cialtrone?

    Il regista e sceneggiatore spagnolo Pablo Berger, già regista di quel Blancanieves vincitore di 10 premi Goya, gioca con il registro grottesco senza necessariamente imitare Pedro Almodovar o Alex de la Iglesia, trovando una sua cifra estetica personale che ben si adatta ad una commedia stralunata ma molto meno leggera e superficiale di quanto potrebbe apparire.

    Maribel Verdu, indimenticabile protagonista di Y Tu Mama Tambien, è una tenera ma determinata Carmen, più scaltra e assennata di quanto lascerebbe immaginare il suo comportamento svagato, e Antonio de la Torre è un Carlos dalle mille facce, alcune esilaranti, altre tragicomiche.

     
     
     

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    Ah bello Dragon Trainer, ho visto i primi due e mi sono...
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