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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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La partita di Beckett parodia del teatro

Post n°428 pubblicato il 18 Marzo 2011 da arieleO
 

Non a caso (giacché parliamo dell'attore italiano più vicino a Beckett) la migliore definizione di «Finale di partita» l'ha data Carlo Cecchi: considerando il celeberrimo testo come «la parodia finale del teatro occidentale, fatta, però, attraverso l'azione stessa che vive sulla scena: è l'azione teatrale stessa che prende pessimisticamente in giro se stessa».
   Lo dimostrano non solo determinati dialoghi (basti pensare che, quando Clov gli chiede: «A che servo io?», Hamm risponde, appunto: «A darmi la battuta»), ma anche e soprattutto la «situazione» proposta: in un rifugio, dopo una catastrofe che ha sterminato il resto dell'umanità, si ritrovano, per dilaniarsi a vicenda, Hamm, cieco e paralitico, Clov, un po' figlio un po' discepolo un po' servo, e Nagg e Nell, i genitori di Hamm confinati senza gambe in due bidoni della spazzatura. È una «situazione» che traduce con lancinante fedeltà proprio la natura profonda (e ad un tempo esaltante e disperante) del teatro.
   Una natura, questa, che si riduce alla circostanza per la quale - come più volte mi è capitato di osservare - il teatro è costretto a fingere la vita nel momento stesso in cui vive. E infatti, che cosa accade, tutto sommato, in «Finale di partita»? Nulla, perché - appunto - Hamm e Clov fingono soltanto di vivere: in effetti, la loro partita reale l'hanno già giocata (lo dicono esplicitamente le prime parole del testo: «Finita, è finita») e, adesso, si limitano a ripeterne eternamente e stancamente le mosse, date per sempre dal momento che - essendo esse il passato - non possono più cambiare.
   Ebbene, tutto questo Massimo Castri - regista (è il suo primo incontro con Beckett) dell'allestimento di «Finale di partita» in scena al Nuovo - lo illustra con attenzione e precisione. Vedi, tanto per riassumere, da un lato il pavimento a scacchi (la tautologia e l'astrazione, ovvero la «prigionia» indotta dalle immutabili regole del gioco) e, dall'altro, l'andatura da zombi di Clov e l'atteggiarsi di Nagg e Nell come burattini (la condizione di morti/vivi dei personaggi).
   Adeguati anche gl'interpreti: intorno allo straordinario Hamm di Vittorio Franceschi, un autentico «trombone» da manuale, si muovono con pari efficacia Milutin Dapcevic (Clov), Diana Höbel (Nell) e Antonio Giuseppe Peligra (Nagg).
   L'invenzione principale di Castri è la moltiplicazione, per mezzo di un coro di voci infantili fuori campo, del bambino che vede (o crede di vedere) Clov. Ma non sono sicuro che si tratti di un volgersi alla speranza. Probabilmente è un'ulteriore sottolineatura della distanza incolmabile rispetto al mondo e alla vita.

                                                       Enrico Fiore

(«Il Mattino», 18 marzo 2011)

 
 
 
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