«Il fiore livido di una pianta minata alle radici». Questo era, secondo Giovanni Macchia, la gelosia in Molière. E infatti, su «La scuola delle mogli» - ad onta che vada collocata fra i maggiori successi di Monsieur Poquelin (ebbe 78 repliche nel solo 1663, l'anno successivo al debutto) - si riverbera una luce sinistra. È dello stesso 1663 la lettera con cui Racine informava l'abate Le Vasseur della denuncia contro l'autore presentata al re dall'attore Montfleury: «Egli l'accusa di aver sposato la figlia e di essere andato a letto con la madre di lei».
A tali tremende accuse - si diceva, insomma, che Armande, sposata appena dieci mesi prima dell'andata in scena al Palais Royal de «La scuola delle mogli», era nata dalla relazione fra Molière e Madeleine Béjart - si attenne, del resto, anche un altro dei più accaniti persecutori del Nostro, quel Le Boulanger de Chalussay che nel 1670 scrisse, alludendo proprio a «La scuola delle mogli» e alla «querelle» che ne era scaturita, l'acido testo dell'«Élomire hypocondre».
Ma Valter Malosti - regista dell'allestimento de «La scuola delle mogli» in programma al Mercadante - riduce un simile groviglio di tormentatissimi motivi, oscillanti fra l'autobiografia e la polemica socio-letteraria, all'«idea fissa» delle corna, che, secondo lui, costituiscono «il tema che attraversa tutta l'opera di Molière». Vedi, a fugare in proposito ogni minimo dubbio, i maestosi palchi del cervo che campeggia sulla destra della scena dall'inizio alla fine.
Certo, non manca, Malosti, di accennare nelle sue note alla «tragedia che si annida nella farsa». Il problema, però, è che sul palcoscenico la tragedia in questione non si manifesta. La vicenda raccontata nella commedia (il vecchio Arnolfo, che ha allevato una ragazza povera tenendola chiusa in convento per evitare spiacevoli sorprese una volta che l'avrà sposata, deve accorgersi suo malgrado che proprio il candore di Agnese la dispone al cedimento di fronte all'amore del giovane Orazio) dà luogo soltanto a un gioco di superficie scontato e, insieme, altrettanto aggrovigliato.
S'inseguono e s'accavallano, poniamo, la Commedia dell'Arte, il Gaber di «Non arrossire», il melodramma, lo spogliarello, ricorrenti gestacci osé e un nudo che fa tanto ragazza in vetrina di Amsterdam. E non rimane, allora, che l'impegno e la buona prova che, sul piano tecnico, forniscono gl'interpreti principali: lo stesso Malosti (Arnolfo), Giulia Cotugno (Agnese), Valentina Virando (Giorgetta) e Mariano Pirrello (Crysalde e Alain). Alla «prima» il pubblico è sembrato soprattutto interessato a scoprire che cosa mai significasse quel cervo.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 19 marzo 2011)
Inviato da: roberto
il 11/12/2013 alle 16:45
Inviato da: arieleO
il 12/11/2013 alle 09:39
Inviato da: floriana
il 11/11/2013 alle 19:40
Inviato da: Federico Vacalebre
il 16/10/2013 alle 17:14
Inviato da: arieleO
il 16/10/2013 alle 17:10