La situazione che s'accampa in «Colloqui» - il testo di Domenico Ciruzzi presentato alla Galleria Toledo e in replica da giovedì a domenica nella Sala Molière di Pozzuoli - sta tutta nel titolo: si tratta, infatti, delle parole (riferite a una quotidianità minima e ordinaria) che una donna ancora giovane, Angelina, scambia una volta alla settimana col proprio uomo chiuso in carcere.
Ma «Colloqui» è un monologo profondo, e ricco d'implicazioni, ben al di là dell'apparenza e della superficie. Il suo pregio, davvero non comune, risiede nel fatto che dice per mezzo del non detto. Fa venire in mente, per intenderci, la «Canzone 'e sott' 'o carcere» di Viviani, uno dei più classici esempi di quello che tecnicamente si chiama «canto di non comunicazione verbale».
Vedi, al riguardo, i due leitmotiv - tanto spogli quanto strazianti - «tu staie ccà» e «tu nun ce stive», che traducono, rispettivamente, la condizione di solitudine (e di separazione) dell'uomo e della donna in campo. Il testo, dunque, si colloca sulla frontiera tra l'esclusione e l'attesa: simboleggiate dall'attenta e perspicace regia dello stesso autore per un verso con la sedia collocata nel vuoto sulla destra e per l'altro con l'angolo cucina sulla sinistra, in cui persiste a levarsi il filo di fumo dei cibi in cottura.
Non meno decisiva, poi, è l'operazione del sottrarre Angelina alla «vulgata» che attribuisce alle donne dei criminali la loro stessa mentalità prepotente e i loro stessi comportamenti aggressivi: Angelina, col suo querulo intercalare «M'hê 'a scusa'», è come un piccolo animale indifeso e smarrito.
Il riscontro (ovvero la sottolineatura per contrasto) di tutto questo prende la forma e l'impatto di rapide accensioni ironiche disseminate qua e là per alleggerire il contesto e il ritmo propri della «tranche de vie» drammatica. E - «last but not least» - ad esaltare l'insieme, fino a renderlo lancinante e commovente, arriva l'interpretazione di Antonella Stefanucci, senz'alcun dubbio una delle più intense prove d'attrice degli ultimi tempi.
Antonella adotta un tono da basso continuo che è l'esatto corrispettivo sonoro della condizione di esclusione e di attesa predetta e, nello stesso tempo, della forza tranquilla, che poi è la forza indomabile della vita, tuttavia sprigionata da Angelina pur nello stillicidio del suo ingenuo dolore.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 12 aprile 2011)
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