A dire di «Happy days» - il musical che la Compagnia della Rancia presenta all'Augusteo - potrebbe bastare il sipario: un tappeto di 45 giri con le facce, fra gli altri, di Elvis Presley, Buddy Holly, Chuck Berry, Little Richard e le etichette di case discografiche scomparse o dimenticate, tipo la Sun, la Coral, la London o la Flair.
Insomma, siamo di fronte a un dagherrotipo ingiallito, da cui i personaggi della celebre sit-com di Garry Marshall - Richie Cunningham, sua sorella Joanie (soprannominata «Sottiletta»), i loro genitori Howard e Marion, gli amici Ralph e Potsie, Alfred e, s'intende, il mitico Fonzie - emergono solo come pallidi fantasmi. Scagli la prima pietra chi riesce, oggi, a riconoscere quell'America anni Cinquanta che, lontanissima da tragedie quali l'assassinio di Kennedy e l'aggressione al Vietnam, allevava giovanotti ignari della droga e di null'altro solleciti che imparare a comportarsi con le ragazze, sfinirsi in gare di ballo e organizzare picnic. Un'America che vantava ancora, figuriamoci, i padri capaci d'intimare ai figli liceali: «A casa per le dieci!».
Giusta, quindi, la scelta del regista Saverio Marconi di rimpolpare il plot (vedi lo spazio, molto maggiore rispetto alla sit-com, concesso ai fratelli Malachi e a Pinky, la ragazza di Fonzie), attribuendo un analogo risalto alle musiche di Paul Williams e alle coreografie di Gillian Bruce: in una parola, Marconi, considerato che «Happy days» non gli poteva offrire molti appigli sul terreno dell'attualità sociale e culturale, ha cercato di spremerne almeno una qualche dose di spettacolarità. E sotto questo profilo, gl'interpreti fanno la loro parte con impegno e bravura: primi fra tutti Riccardo Simone Berdini (Fonzie), Giovanni Boni (Howard), Jacopo Pelliccia (Alfred) e Floriana Monici (Pinky).
Ma si dà il caso che la Monici riveli un'età marcatamente superiore a quella di Fonzie e dei suoi amici. Ed è l'equivalente della distanza che ci separa, nel 2011, da queste storielle del bel tempo che fu. Al debutto, nonostante i lecca lecca distribuiti all'ingresso per suggerire l'atmosfera «d'antan», metà del già scarso pubblico s'è dileguata alla fine del primo tempo.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 4 maggio 2011)
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