Lo spettacolo - «Gran Varietà» di Gabriele Russo, in scena al Bellini - si riassume nella proposta del presentatore-clown di leggere la parola varietà come «varie età». Infatti, Russo, saggiamente e prudentemente, evita d'imboccare la strada della filologia, che lo avrebbe portato a rompersi la testa contro il muro dei vari Viviani, Petrolini, Totò, Nino Taranto, Aldo e Carlo Giuffré e Giacomo Rizzo; e, al contrario, organizza una cavalcata frenetica al di là e al di sopra di epoche, generi e contenuti, badando soltanto all'effetto dei «numeri» in sé.
Certo, gl'ingredienti canonici del varietà ci sono tutti: la soubrette (addirittura con l'aggiunta di una «soubrettona» e di una «soubrettina»), il comico, il fine dicitore, il cantante e l'orchestra in buca, qui capitanata al piano da Gabriella De Carlo. Ma si salta, per intenderci, dal can can a Mackie Messer, da Buscaglione a Gaber, da «'O guappo 'nnammurato» a «Tu me fais tourner la tête». E non mancano né gli scambi di parole della buona vecchia farsa (che so, «polistirolo» al posto di colesterolo o «suino» al posto di supino) né lo sketch, tra i pezzi fortissimi del varietà targato Napoli, che innesca equivoci a catena fra chi parla di una ragazza da sposare e chi di un'asina (una casa nella versione, appunto, dei Giuffré) da vendere.
Il filo (è proprio il caso di dire) lo tiene lo stesso Gabriele Russo, nei panni di un sarto di compagnia gay. E accanto a lui son da citare almeno Adriano Falivene (il presentatore-clown), Salvatore Misticone (Scapece e il cantante) e Michele Danubio (il fine dicitore). Ma il vero asso nella manica di questo spettacolo, ruspante nelle forme e nei ritmi, è Valentina Stella.
Il suo recitar cantando, ad un tempo appassionato e sapiente, trova l'acme in «Via con me» di Paolo Conte. Immaginate un incrocio fra Marlene Dietrich e Liza Minnelli trapiantato sui Quartieri e, quindi, vestito di carnalità: ma senza che smarrisca i brividi tra sensuali, malinconici e decadenti trasmessi dall'avvocato astigiano. Un piccolo capolavoro di questo scricciolo, Valentina, che in scena diventa un gigante.
Enrico Fiore
(«Il Mattino». 1 maggio 2005)
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