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« Ritualità della parola n...Viviani, chi resta e chi parte »

Magistrati in scena per Borsellino

Post n°448 pubblicato il 09 Maggio 2011 da arieleO
 

«Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non piace, per poterlo cambiare». Sono le ultime parole che Borsellino pronuncia nel testo di Ruggero Cappuccio «Paolo Borsellino essendo Stato». E adesso - il 7 giugno, al teatro Verdi di Salerno - risuoneranno nella bocca di un altro giudice: Franco Roberti, appunto il procuratore della Repubblica di Salerno.
   L'evento, il cui valore morale, civile e politico (nel senso più alto dell'aggettivo) è inutile sottolineare, consiste in una lettura drammatizzata del testo di Cappuccio organizzata dal Movimento per la Giustizia-Art.3 e da Magistratura Democratica. Accanto a Roberti ne saranno protagonisti i magistrati Maria Teresa Belmonte, Lucia Casale, Ornella Dezio e Maria Chiara Minerva, per la regia del procuratore aggiunto Umberto Zampoli. Seguirà una tavola rotonda sul tema «Legalità in terre di mafia», con l'intervento di don Luigi Ciotti, dello stesso Cappuccio, dell'antropologo Paolo Apolito e di Alessandra Clemente, la figlia di Silvia Ruotolo. Ma sentiamo subito Franco Roberti.
   - Che cosa vi ha spinto a questa manifestazione?
«L'idea è stata del magistrato Vito Di Nicola, che ha anche curato l'adattamento del testo di Cappuccio. E lo scopo è quello di far rivivere la figura di Borsellino utilizzando le forme del teatro, che non a caso è l'arte sociale per eccellenza, come lo strumento più adatto per rilanciare il tema della difesa della legalità in terre di mafia».
   - La massima preoccupazione di Cappuccio è stata quella di neutralizzare la retorica delle parole: come le dirà, lei che s'incarica di dar voce proprio a Paolo Borsellino?
«Vorrei dire quelle parole con semplicità, quasi con umiltà: quella stessa semplicità e quella stessa umiltà che erano nell'animo di Borsellino, un magistrato impegnato ma anche dotato di grandissima umanità e di altissimi valori morali. Cercherò, in breve, di mettere in luce per l'appunto i valori fondamentali che ci ha trasmesso lui. I valori che si riassumono nell'impegno in difesa dello Stato e della legalità repubblicana anche a costo del sacrificio della vita».
   - Andiamo, adesso, a ciò che Borsellino dice all'inizio del testo: «Un uomo può morire quando chi lo ascolta sente le sue parole come se fossero pronunciate da uno già morto». Che cosa si può fare perché quelle parole siano sentite come se fossero pronunciate da uno ancora vivo?
«Occorre tener presente l'insegnamento di Falcone: secondo il quale le idee camminano sulle gambe degli uomini, ma debbono continuare ad essere trasmesse ad altri uomini. In questo senso, Falcone e Borsellino non sono morti, perché molti altri magistrati, più o meno noti, hanno raccolto il loro insegnamento e hanno continuato a camminare sulla loro strada. E poi, non dimentichiamolo, le idee di Falcone e Borsellino camminano anche sulle gambe dei tantissimi giovani che - qui in Campania oltre che in Calabria, in Sicilia, insomma in tutte le terre di mafia - s'impegnano giorno per giorno nell'associazionismo contro la malavita organizzata».
   - Cappuccio parla di Borsellino come di «un uomo solo», accerchiato, sì, da elementi deviati dello Stato e della politica e da Cosa Nostra, ma anche «dall'indifferenza collettiva». Lei la sente ancora, quell'indifferenza?
«C'è un vecchio detto, riscontrabile nel Discorso della Montagna: l'uomo che veramente s'impegna per la giustizia non può aspettarsi in questo mondo altro che la persecuzione. La vita e la morte di Falcone e Borsellino stanno lì a dimostrare quanto sia vero. E Falcone mi disse una volta: "Pochi di noi sono sovraesposti perché sono troppi quelli che si nascondono"».
   - Un'ultima domanda. Cappuccio definisce Borsellino «un eroe moderno». Anche secondo lei il magistrato è un eroe?
«I magistrati, avendo giurato sulla Costituzione, ne traggono la profonda convinzione che la legge è uguale per tutti e dev'essere applicata in modo uguale per tutti, giacché questa è l'essenza dello Stato di diritto. Al riguardo non ci può essere alcun cedimento. E quindi il magistrato non è (e non deve sentirsi) un eroe, ma una persona che - praticando l'autonomia e l'indipendenza come vuole la Costituzione - assicura la parità dei cittadini di fronte alla legge».

                                                 Enrico Fiore

(«Il Mattino», 9 maggio 2011)

 
 
 
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