«Io non recito: sto qui per denudarmi, per fare uno spogliarello». È in questa battuta (tale, d'altronde, solo in minima parte) del mattatore la prima delle due chiavi per comprendere «Filosofi alle primarie», la «partita a scacchi» fra Platone e Protagora che - protagonista Giorgio Albertazzi, su testo di Carlo Monaco e con la partecipazione di Roberta Caronia - ha chiuso la rassegna «Un'estate al Madre», piccola oasi d'intelligenza e fantasia nel circostante deserto dell'ebetudine; e la seconda sta nel Sonetto 43 di Shakespeare: «Tutti i giorni sono notti a vedersi, finché non vedo te, / e le notti giorni luminosi, quando i sogni ti mostrano a me».
Proprio così: l'Albertazzi di questi ultimi anni mostra una grandezza unica perché si spoglia dell'Albertazzi attore per consegnarsi all'abbraccio continuo della vita, che - come appunto ci ricorda Shakespeare - è un giorno fatto inesorabilmente anche della notte. Giacché cominciamo a morire nel momento stesso in cui nasciamo. E allora, sì, Albertazzi interpretava da par suo i personaggi di Platone, paladino delle Idee, e di Protagora, paladino dell'Uomo; ma non ci ha messo molto, per esempio, a stabilire d'acchito una divertita e spensierata confusione fra l'Iperuranio e gli aerei che venerdì sera imperversavano sulle nostre teste. O a concludere un dotto excursus su Protagora con il trionfante sberleffo: «Viva le natiche!».
Del resto, all'imperatore Adriano, che ha trovato in Albertazzi un alter ego eccelso, tocca, insieme, riscontrare in Antinoo la bellezza che può salvare il mondo e registrare come il mondo (ossia il passare del tempo, l'incombere della vecchiaia) a poco a poco uccide quella bellezza. E non è questo il senso estremo dell'«Essere o non essere», che il Nostro non ha recitato, appunto, ma detto, sussurrato, frantumato, in linea con l'affermazione decisiva di Carmelo Bene: «Io sono là dove manco»?
Tutto si tiene, direbbero i francesi. E perciò poteva accadere che Adriano («Cerchiamo d'entrare nella morte ad occhi aperti») si desse la mano con Cardarelli («Morire sì, / non essere aggrediti dalla morte»). È la differenza fra il guardare senza vedere e il vedere senza guardare.
Dunque, dallo spettacolo-non spettacolo di Albertazzi s'effondeva la stessa malinconia calma che colse Carducci allo spegnersi dei canti nel cuore e nel miraggio, appunto, del genio ateniese: «… vola serena imagine la morte, / come a te sotto i platani d'Ilisso, / divo Platone».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 12 settembre 2011)
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