Stavolta la caccia alla grande balena bianca non parte dalle sabbie di Nantucket, ma da quell'antro, sepolto nel ventre nero di Napoli, che si chiama Elicantropo. E nei panni di Achab c'è Carlo Cerciello, ideatore e regista dello spettacolo, «Verso... Moby Dick», che, corredato dell'intrigante ed aereo sottotitolo «A dondolo di mare, siamo un secchio in un pozzo di stelle», ha aperto l'ennesima stagione di resistenza dell'eroica trincea - votata all'impegno culturale, politico e civile - di vico Gerolomini.
Al centro della scena la tolda di una nave malmessa su cui s'accalca un'umanità varia e di ancor più varia provenienza: curdi, greci, ebrei, rom, palestinesi. La vela che sospinge la nave è una speranza disperata, quella che sospinge lo spettacolo è tessuta, sulla traccia di «Solo andata» di Erri De Luca, coi versi di uno stuolo infinito di poeti fra i quali - tanto per citare appena qualche nome - Baudelaire e Brecht, Borges e Hikmet, Majakovskij e Whitman, D'Annunzio e Goytisolo, Neruda e Villon. E il tema, ovviamente, è quello della diaspora in direzione d'identità e dignità nuove: ma anche (e soprattutto) in questa circostanza, Moby Dick rappresenta, insieme, la terra promessa e la morte.
Si tratta di un ossimoro che - giusta la lucida coerenza interna dell'allestimento - trova riscontro nel momento in cui una ragazza e un ragazzo si scambiano i versi d'amore di Darwish, Blok e Gibran circondati dai cadaveri dei loro compagni nascosti sotto teli bianchi. E bianco - un altro, conseguentissimo ossimoro - è l'abito vaporoso, da nobildonna che passi le acque a Vichy, indossato dall'attrice che di tanto in tanto compare in alto a impersonare Moby Dick: poiché il colore bianco richiama, ad un tempo, «l'immagine dell'inafferrabile fantasma della vita» che secondo Ismaele contiene il mare e, per l'appunto, quella della morte che certificano le tradizioni popolari.
Infine, sul pestaggio dei migranti da parte dei poliziotti si leva il Pavarotti di «L'ora è fuggita, / e muoio disperato!»: un ironico straniamento accoppiato con l'allusione agl'intrattenimenti consumistici nei quali si affoga la coscienza di certi drammi. Giacché, della dichiarazione di Melville («Ho scritto un libro malvagio e mi sento innocente come un agnello»), Cerciello può condividere solo la prima parte, avendo messo in scena uno spettacolo crudele; per il resto, pensando alla sinistra, deve rimarcare, con Pasolini, la «colpa» di quanti di noi «non furono in grado di andare fino in fondo».
Forse una piccola lezione la danno, al riguardo, il coraggio e la passione con cui, senza prendere un centesimo, i ragazzi del laboratorio dell'Elicantropo salgono ogni sera su quella nave malmessa.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 10 ottobre 2011)
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