«Una protesi! Una protesi! Il mio regno per una protesi!». Potremmo riassumere con questa parafrasi della celeberrima battuta «Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!» l'allestimento di rango del «Richard III» (protagonista Kevin Spacey e regista Sam Mendes, i due Premi Oscar di «American Beauty») che l'Old Vic presenta al Politeama in chiusura del Napoli Teatro Festival Italia. E non sto affatto scherzando.
Il Riccardo III di Shakespeare è una delle escrescenze in cui capita che s'incarni il Potere nei modi dettati dall'impersonalità e dall'impassibilità della Storia: come acutamente notò Jan Kott, di per sé «non ha volto», «non rientra in nessuno schema psicologico» e «non è neanche crudele». Se, dunque, Riccardo non ha che il volto che gli attribuiscono nella contingenza la Storia e il Potere, vuol dire che si limita a recitare una parte; ed è, perciò, un attore. Poiché l'attore, giusto, è per sua natura il tramite neutro fra l'occasionalità (la messinscena) e qualcosa (il testo) che sta prima e fuori di lui.
Non a caso, proprio all'inizio (atto I, scena I) Shakespeare mette in bocca a Riccardo una battuta in tal senso assolutamente inequivocabile: «Non conosco altro piacere, per ingannare il tempo, che sbirciare la mia ombra al sole e intonar variazioni sulla mia deformità». Infatti, nel significativo allestimento dato all'Ateneum di Varsavia nell'inverno del '60, il regista polacco Woszczevowicz interpretò il monumentale personaggio per l'appunto come un attore. E del resto, il tema del «teatro nel teatro» in questo dramma è ben presente: basta pensare al suo impianto da tragedia classica, mutuato da Seneca e attraversato dalla costante influenza di Marlowe.
Ebbene, rispetto a tutto questo appare di una straordinaria pregnanza l'idea di Mendes di applicare alla gamba sinistra di Riccardo un tutore meccanico. Con ciò non solo si sottolinea, si moltiplica e, quindi, si spettacolarizza la deformità del personaggio, ma si allude anche, e specialmente, al desiderio (o, meglio, al bisogno imprescindibile) che prova Riccardo, in quanto attore, di procurarsi la «protesi» di cui all'inizio: il tutore (l'apprendimento del testo) è appena un aiuto, la protesi (la recita della parte) serve a sostituire l'organo (l'identità) mancante. È a questo che pensa Riccardo quando (atto I, scena II) dice: «Voglio [...] ingaggiare un paio di dozzine di sarti che studino i modi di abbellire il mio corpo».
Nella stessa direzione va pure l'altra scelta importante della regia: quella d'incastrare nell'aulico plot del Bardo i reperti (bottiglie di vino, lattine di birra, sigarette, occhiali da sole...) della più anonima quotidianità contemporanea, sino a riassumere lo scarto fra la realtà ordinaria e la pretesa di sublimarla con la finzione scenica nella carnevalesca immagine di Riccardo che porta in testa una corona di carta. E una simile scelta viene ulteriormente potenziata attraverso il ricorso ai più moderni codici linguistici, primo fra tutti, ovviamente, lo specifico cinematografico. Mentre la sottolineatura del dato «politico» è affidata al fatto che, al termine, Riccardo viene appeso per i piedi come Mussolini a Piazzale Loreto.
Infine, la prova da manuale offerta (anche sul piano fisico) da Kevin Spacey. In ossequio a Brecht, recita e contemporaneamente mostra un attore che recita. E in breve, se vale il giudizio di Gabriele Baldini, che paragonò la stupefacente solidità strutturale del ruolo di Riccardo III all'infallibilità delle arie di Giuseppe Verdi, lui, Spacey, è certamente uno dei più attrezzati tenori che nella circostanza si potessero trovare. Ma, s'intende, sono eccellenti anche gli altri, a partire da Haydn Gwynne (la regina Elisabetta), Chandler Williams (il duca di Clarence), Annabel Scholey (Lady Anna) e Gemma Jones (la regina Margherita).
Degli applausi diluvianti inutile dire. E Kevin Spacey ha ringraziato con altrettanto calore, dichiarando dopo la «prima» di ieri: «Napoli e la sua gente ci hanno conquistato, rendendo il nostro soggiorno straordinario». Insomma, un gran bell'epilogo per la quarta edizione del Napoli Teatro Festival Italia.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 15 ottobre 2011)
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