Cristina Donadio, lo sappiamo, fa da moltissimi anni l'attrice. Ma stavolta ad entrare in scena, nella sala Assoli del Nuovo, non è l'attrice, ma la donna Cristina Donadio. E il suo («... Da questo tempo e da questo luogo... 25 rose dopo») non è uno spettacolo, ma una vera e propria confessione in pubblico: e, per giunta, una confessione tanto dolorosa per lei quanto urticante per la nostra cattiva coscienza.
Cristina vuol rendere omaggio, insieme, ad Annibale Ruccello e a suo marito, l'attore e impresario Stefano Tosi, che erano sulla stessa macchina in quel pomeriggio, appunto di venticinque anni fa, che se li portò via per sempre. Ed ecco, in breve, che cosa lei confessa: in questi venticinque anni ha provato «rancore» per Ruccello, «quello di cui tutti si ricordano e che tutti celebrano», e «tristezza» per Tosi, «quello che nessuno ricorda più». E insiste, Cristina, rivolgendosi a Stefano: «Ogni anno al dolore di averti perso ho aggiunto la tristezza del saperti dimenticato... e allora, le mie rose, perlomeno quelle, sono per te».
Ma il teatro, sappiamo anche questo, è un risarcimento sulla vita. Sicché alla donna Cristina Donadio, che si era sempre rifiutata d'interpretare i personaggi di Annibale perché le sembrava che, recitando per lui, avrebbe tradito Stefano, torna a subentrare l'attrice Cristina Donadio: che, in quanto tale, può far diventare realtà - sul palcoscenico - il sogno di tramutare in una persona sola le due che per lei erano state distinte e distanti; e solo quando la «fusione» è avvenuta trova il coraggio di recitare un brano de «Le cinque rose di Jennifer»: una straordinaria versione della telefonata fra Jennifer e Jenise, tutta giocata sui nervi e disseminata di sincopi come proustiane intermittenze del cuore.
Molto bravi anche i due partner di Cristina. E se Fortunato Angelini riproduce il «silenzio» di Stefano danzando, Luca Trezza dà voce a tutti i personaggi principali di Annibale, quelli che lui definiva «figure deportate». Non a caso, dunque, l'operazione della Donadio parte da un saggio del Nobel per la letteratura Le Clézio: fra i suoi temi ricorrenti c'è, per l'appunto, l'esilio come condizione dell'essere.
Finisce con Cristina che, sotto una pioggia di petali di rosa rossi, canta «Vorrei che fosse amore», la canzone che, nei panni di Jennifer, canticchiava anche Ruccello imitando l'adorata Mina. È il minimalismo che cede alla passione, il ricordo personale che esce da sé per incidersi nella carne di tutti.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 25 ottobre 2011)
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