«Noi siamo della materia di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno». Non so quante volte (e in quante lingue) le ho sentite, quelle parole di Prospero. Ma non le avevo mai sentite come martedì sera al San Ferdinando, durante lo spettacolo di Francesco Niccolini, «Più leggero di un suspir», che per la regia del Teatro di Gluck la Casa Circondariale di Lauro ha presentato nell'ambito della settima edizione della rassegna «Il carcere possibile», promossa dall'omonima Associazione e dalla Camera Penale di Napoli.
Pensateci un attimo. La Casa Circondariale di Lauro è un ICAT, un «istituto a custodia attenuata» per tossicodipendenti. E chi meglio di loro (voglio dire con più verità e partecipazione) potrebbe ripetere le parole di Prospero, sospesi come sono fra l'anelito insopprimibile della libertà e le catene infrangibili della segregazione, per giunta indotta dall'altra e ulteriormente spietata chiusura al mondo che si chiama droga? Siamo proprio allo scarto fra i sogni e il sonno.
Per di più, la circostanza - molti di quei detenuti uscivano per la prima volta dal carcere dopo tre, quattro anni - ha reso addirittura palpabile l'interpretazione de «La tempesta» che mi sembra di poter proporre. Quella fondata sul seguente passo di «Andrea o I ricongiunti», il grande romanzo incompiuto di Hofmannsthal: «La vera poesia è l'arcanum che ci congiunge alla vita, che dalla vita ci separa. Il separare - soltanto se separiamo noi viviamo veramente - se noi separiamo anche la morte è sopportabile, solo quello che è mischiato è orribile».
Infatti, Prospero ritrova la propria dimensione umana solo quando spezza la sua bacchetta magica e dà l'addio agli spiriti e ai folletti: quando, giusto, si separa dai sogni e si sveglia dal sonno. E non è questo, per l'appunto, che hanno fatto i detenuti di Lauro nel momento in cui sono usciti dal carcere e son saliti su un palcoscenico per parlare, una volta tanto, agli uomini veri, perché liberi, che popolano il mondo al di là delle sbarre?
Ancora più significativo, poi, è stato il fatto che - nel servirsi per la loro sortita di Shakespeare - quegli attori-non attori abbiano assunto come cifra espressiva la parodia scanzonata e come piglio recitativo un'anarchica baldanza. Davvero divertenti risultavano, così, i prelievi, poniamo, da «Antonio e Cleopatra», «Otello» e «Romeo e Giulietta» oltre che, appunto, da «La tempesta».
Ha riso e applaudito, convinto, anche il sindaco De Magistris.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 28 ottobre 2011)
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