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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Moscato, infanzia nello specchio di Napoli

Post n°487 pubblicato il 06 Novembre 2011 da arieleO
 

Con «Gli anni piccoli», appena uscito per i tipi di Guida, Enzo Moscato giunge alla sua seconda prova narrativa, dopo «Occhi gettati» dell'89. Ma, se nella circostanza cambiano la forma e la destinazione della scrittura, è sempre con il teatro di Moscato che bisogna fare i conti. Un teatro particolarissimo, come sappiamo. E non a caso, dunque, un'epigrafe per un simile testo, dichiaratamente inteso a rievocare l'infanzia e la prima adolescenza di Enzo, potrebbe consistere nella raccomandazione che - in una poesia scritta in margine all'«Hamlet suite» dato nel dicembre del '95 alla Mostra d'Oltremare - Moscato fece a Carmelo Bene circa l'uso della «phonè»: «schiòdala dal silenzio, e, al silenzio, riappiccicala, dopo».
   Infatti - l'ho sottolineato ancora una volta, nell'introduzione a «Gli anni piccoli» - non esiste alcun altro teatrante che manifesti una presenza scenica intensa come quella di Moscato e, nello stesso tempo, come Moscato sia sempre e strenuamente lontano dalla scena. Procediamo, quindi, sulla strada dell'ossimoro. E a tanto, del resto, rimanda Enzo, e nella maniera più radicale, quando scrive: «Non posso narrare la mia vita. Non posso narrare la mia infanzia». Aggiungendo, a scanso d'ogni equivoco: «Perciò, in questi "Anni piccoli", non si racconta nulla per intero. Anzi, meglio: non si racconta propriamente nulla affatto!».
   Certo, Moscato non ignora la cronaca di quella stagione «piccola»: le visite alla Standa solo per ammirare l'«affascinante mercanzia esposta», la «glandoletta» al polmone che gli diagnosticò a quattro-cinque anni il medico di famiglia, i filoni, la caccia alle onde presso i bagni Eldorado... Ma - giusto il paragone con il canone inverso stabilito nella postfazione da Pasquale Scialò - questi episodi si piegano immancabilmente a un altro da sé. Sarà la madre, «laconica, sibillica, cassandrica», che diventa portatrice inconscia di uno sberleffo contro la proverbialità eduardiana («Natale è un assassino con tutti i sentimenti, figlio mio!»). O sarà il Grand-Guignol usa e getta dei quattro acini d'uva rossa schiacciati sulle scale e scambiati per le due paia d'occhi strappati alle signorine Musciacco da sadici mariuoli sanguinari.
   Vengono in mente, come chiave decisiva per leggere il testo di Enzo, quattro versi di Hofmannsthal, ognora «distante», nella sua suprema eleganza, mentre canta il tramonto austro-ungarico: «Corre il vento di primavera / per viali spogli, / vi sono strane cose / nel suo soffiare». E viene in mente anche l'aforisma che Hofmannsthal dettò per «Il libro degli amici»: «Bisogna nascondere la profondità. Dove? Alla superficie». Eccolo, dunque, il prezioso segreto di queste pagine: il massimo del dicibile risiede nel massimo dell'indicibile.
   Che cos'è, allora, il libro di cui parliamo? Lo spiega il sottotitolo: «Bio-proiezioni dall'interiore/esteriore "Contea di N.». Si tratta, cioè, di un autoparadigma che si colloca nell'alveo della Storia e, di conseguenza, nel magmatico contesto socio-culturale incarnato dalla fatidica Partenope. Dice a un certo punto Moscato riferendosi alle rovine lasciate a Napoli dalla guerra: «Ecco, io sono nato, forse, da uno di quei bruciacchiati resti. Con una parte di me legata a quell'antica, resistente struttura di marmo e travertino, abituata, come nessun altro mai, alle ingiurie o ai matti scherzi della danza del fuoco, e un'altra, protesa più in là, non in uno spazio o in un tempo precisi, non attaccata a qualcuno o a qualcosa di stabile e concreto, ma nel Vuoto, nel Nulla, nell'In-esistente e Indeclinabile, Assoluti».
   Ma rispetto a questo passo, c'è un ulteriore ossimoro, e adesso vivificante. Moscato mette l'accento sul dovere della mobilitazione che tocca a tutti, artisti o napoletani qualsiasi, «dinanzi al quotidiano imbarbarimento, di fronte all'inarrestabile devastazione di cose e sentimenti di questa città»: in una parola, è proprio il «vivere qui» che «siamo chiamati energicamente ad affrontare, e a cercar di tramutare in urlo fortissimo di vita - di rispetto per la vita - di ferma custodia della memoria».

                                                   Enrico Fiore

(«Il Mattino», 1 novembre 2011)

 
 
 
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