«In pratica», dice, «fu allora che decisi di fare l'attore»: quando, cioè, nella stagione '73-'74 entrò nella compagnia di Eduardo, partecipando alle messinscene de «Il sindaco del Rione Sanità» e de «Gli esami non finiscono mai». E adesso, dopo una quarantina d'anni di carriera, Nello Mascia torna alle origini. Sarà il regista e il protagonista di un allestimento di «Natale in casa Cupiello» che, prodotto dal Biondo, lo Stabile di Palermo, debutterà l'8 novembre al Carignano, nell'ambito della stagione dello Stabile di Torino diretto da Mario Martone. Accanto a Mascia, nei ruoli principali reciteranno Benedetta Buccellato (Concetta), Roberto Giordano (Nennillo), Sergio Basile (Pasqualino), Danila Stalteri (Ninuccia), Gino Monteleone (Nicolino), Andrea Vellotti (Vittorio Elia) e Franco Scaldati (il portiere Raffaele). Ma veniamo subito al dunque.
- Lei, Mascia, rispetto a Eduardo si considera un allievo, un erede o un libero pensatore?
«Mi considero un allievo che poi ha camminato da solo su una strada propria. E comunque, ritengo che Eduardo sia la persona più saggia, giusta e rigorosa che abbia mai conosciuto. In particolare, mi ha insegnato il rispetto dei ruoli, in palcoscenico e nella vita».
- E alla luce di una simile dichiarazione, di che tipo sarà il suo allestimento di «Natale in casa Cupiello»: tradizionale o innovativo?
«Innanzitutto, dico che quel testo lo metto in scena con felicità. Poterlo fare per me è una fortuna: e debbo ringraziare Luca De Filippo, per la fiducia che mi ha accordato, e Pietro Carriglio, il direttore del Biondo, che sin dall'inizio si è speso fino in fondo per realizzare questo progetto. Un progetto che, del resto, ha fortemente voluto, tanto che è lui a firmare le scene e i costumi dello spettacolo».
- Sì, ma non ha risposto alla mia domanda...
«Ecco, provvedo immediatamente: il mio allestimento sarà connotato dal rispetto assoluto per il testo, di cui conserverò tutto il sapore nel solco del gran teatro di una volta. Ma, naturalmente, si tratterà di uno spettacolo influenzato anche dalle fascinazioni che mi vengono da questi quarant'anni di carriera, e dagli autori che più mi hanno intrigato: Pinter, Ionesco e Beckett».
- Pinter, Ionesco, Beckett... E allora che cos'è per lei Luca Cupiello: un sognatore, un illuso, un despota, un disperato, un clown?
«Luca Cupiello è l'innocenza, il poeta, l'artista. Ma anche il prototipo dell'antieroe eduardiano, dell'uomo solo contro una società ostile. Perché quando il sogno innocente del poeta e dell'artista invade il mondo della realtà, non c'è scampo: e infatti il protagonista della commedia muore».
- Manlio Santanelli ha dichiarato una volta che non si sente, al pari di Eduardo, «animato dalla missione di salvare un'istituzione, la famiglia, [...] che oggi si presenta come una delle aggregazioni più patogene della vita sociale». Lei che ne pensa, a proposito di «Natale in casa Cupiello»?
«Io penso che in "Natale in casa Cupiello" ad entrare in crisi non sia la famiglia in sé, ma un tipo particolare di famiglia: quella matriarcale. In casa Cupiello, insomma, chi comanda non è Luca, perso nella sempiterna costruzione del suo adorato presepe, bensì l'assai più concreta e interessata Concetta. È lei, in effetti, che ha voluto il matrimonio di Ninuccia con Nicolino e che si affanna a tentare di mantenerlo in piedi nonostante il suo evidente fallimento».
- Già. Mi viene in mente che, nel '98, Carlo Giuffré, mettendo in scena la sua versione di «Natale in casa Cupiello», non faceva spedire il telegramma a Nicolino, e così ci diceva che - quando unisce le mani di Ninuccia e di Vittorio Elia - Lucariello sa benissimo che quel giovane non è il genero. Poiché, rifletteva Giuffré, oggi c'è il divorzio. E dunque, adesso qual è, secondo lei, l'attualità di quella commedia?
«Io non baderei all'aspetto, come dire?, burocratico della faccenda. Secondo me l'attualità di "Natale in casa Cupiello" risiede in un concetto molto più alto rispetto a quello della famiglia: Luca, in breve, non sancisce l'ipocrisia piccolo-borghese, ma puramente e semplicemente l'amore».
- Per concludere, quale ritiene che sia, in definitiva, il messaggio dell'autore?
«Eduardo De Filippo ci dice che Luca Cupiello perde come uomo ma vince come poeta».
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 4 novembre 2011)
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