La bellissima scena di Pietro Carriglio, evidentemente ispirata a Magritte, ci mostra gli arredi che galleggiano nel vuoto. E il famoso presepe sta sul pavimento, quasi fosse un pezzo di muro staccatosi dall'immobilità e dall'immutabilità degli scavi di Pompei. E invece della coppola, Luca Cupiello porta in testa la bombetta del Vladimiro di «Aspettando Godot». E al termine, sul letto di morte, indossa gli occhiali neri dell'Hamm di «Finale di partita». E poi, rispetto al testo di Eduardo, lo vediamo davvero morire, sepolto una volta per tutte nella sua incrollabile visione di «un Presepe grande come il mondo».
Ecco, basterebbero questi elementi, che non a caso ho elencato in rapida successione, senza soluzione di continuità, a dire dell'intelligenza innovativa che presiede all'allestimento di «Natale in casa Cupiello» presentato dal Biondo di Palermo, per la regia di Nello Mascia, nel torinese teatro Carignano. E la lettura in chiave beckettiana non solo appare fondata (Vladimiro ed Estragone insistono ad aspettare un personaggio che non arriva, Hamm e Clov giocano eternamente la stessa partita inutile), ma mi fa pensare al fatto che, come ho sempre ritenuto, «Natale in casa Cupiello» è una sorta di equivalente napoletano dell'«Enrico IV» di Pirandello.
I personaggi protagonisti delle due opere sono entrambi impegnati nel disperato tentativo di fissare la vita, ch'è un susseguirsi di momenti di disgregazione, in una forma unica, per sempre data e per sempre riconoscibile. Per l'Enrico IV di Pirandello quella forma è il ruolo dell'imperatore medievale, per il Luca Cupiello di Eduardo è il presepe. E in entrambi i casi la vita si preoccupa, con le sue «sorprese», di mandare in frantumi la forma: per Enrico IV si tratterà dell'uccisione di Tito Belcredi, per Luca Cupiello della scoperta che la figlia Ninuccia tradisce il marito. E all'uno e all'altro non resterà che prenderne atto: Enrico IV rivolgendo ai «consiglieri segreti» la battuta conclusiva «Ora sì... per forza... qua insieme, qua insieme... e per sempre!» e Luca Cupiello per l'appunto accanendosi a vedere, anche col suo ultimo sguardo di morente, il mondo come un presepe.
Semmai, a ribadire ulteriormente la «prigionia» dell'antieroe eduardiano in quella sua forma presepiale (metafora, si capisce, della volontà di tenere ad ogni costo unita una famiglia che va frantumandosi), Nello Mascia - visto che allude a «Finale di partita» - avrebbe dovuto, puramente e semplicemente, sostituire al letto di Luca Cupiello per l'appunto la sedia a rotelle di Hamm.
Comunque, è senz'altro da manuale la prova che Mascia fornisce in quanto interprete nei panni di Lucariello: un Lucariello che qui diventa - idea in pari misura toccante e straniante - un poeta ucciso dalla sua stessa innocenza. E accanto al mattatore si distinguono soprattutto Sergio Basile, un Pasquale ovviamente apparentato a Clov, e Roberto Giordano, un Tommasino a sua volta apparentato a una specie di Gian Burrasca. E diligenti appaiono Benedetta Buccellato (Concetta) e Gino Monteleone (Nicolino).
Ma diavolo d'un Eduardo. Alla «prima» il pubblico ha cominciato via via a interagire con quanto accadeva sul palcoscenico come se fosse vero e direttamente lo riguardasse. Fino a che - quando Luca Cupiello fa il gesto di consegnare a Nicolino il biglietto scritto dalla figlia per l'amante - è partito un coro di preoccupatissimi «no», a titolo di vero e proprio avvertimento.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 10 novembre 2011)
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