La realtà di tali «figure deportate» (così Ruccello definì, come sappiamo, i suoi personaggi) è - e non potrebbe non essere - quella di una solitudine immedicabile: una solitudine indotta anche dall'esilio forzato rispetto a una cultura originaria genuina, e a cui si concede la sola via di fuga nell'irrazionale, in un delirio o in un incubo che rende assai labili i confini tra la realtà, per l'appunto, e l'immaginazione.
Di conseguenza, l'impiegata protagonista dell'atto unico «Anna Cappelli» parlerà, alla fine, «come se» avesse effettivamente ucciso l'uomo che l'ha lasciata ed effettivamente si accingesse a divorarne i resti conservati nella vecchia ghiacciaia giù in cantina. E di tutto questo Pierpaolo Sepe, regista dell'allestimento di «Anna Cappelli» che il Nuovo presenta nella sala Assoli, dimostra d'essere perfettamente conscio. Valgano, in proposito, almeno le seguenti - e belle e fondate - invenzioni da lui messe in campo.
1) Anna arriva con una valigia che - proprio in quanto simbolo della sua «deportazione» - non uscirà più di scena; 2) entrando, si guarda intorno smarrita, e smarrita guarda in faccia gli spettatori, come se fosse capitata su un altro pianeta e avesse incontrato degli alieni; 3) mentre si rivolge al ragioniere, nella seconda scena, ha il corpo in penombra e illuminate violentemente appena le dita che battono sui tasti della macchina per scrivere: poiché, cancellata come persona, è ridotta solo alla funzione che svolge; 4) e infine, quell'atroce «delitto» e quel folle «proposito» li si sente «spiegare», sì, dalla sua voce: ma registrata, come se venisse da un altro da sé, e contratta in una velocità di molto superiore a quella normale, fino ai limiti dell'incomprensibilità.
Una simile strategia registica (ripeto, bella e fondata) trova poi un «terminale» impagabile nella prova straordinaria di Maria Paiato: costruita su un amplissimo spettro di toni a volta a volta onirici, insinuanti, melliflui, allusivi, sarcastici, disperati, teneri, fluviali, reticenti, sfrontati e balbettanti. In una parola, e senza alcun dubbio, la migliore Anna Cappelli che finora si sia vista e ascoltata, la più intensa e commovente, la più fraterna e inquietante.
Ma perché, mi chiedo, nell'ultima scena Sepe mette in mano a una siffatta Anna Cappelli quel coltellaccio che sa tanto di naturalismo granguignolesco? Ascolti un consiglio: lo tagli via, quel coltello. Disturba, e contraddice tutto il resto di uno spettacolo che altrimenti sarebbe perfetto.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 8 novembre 2011)
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