Per Christine de Pisan («Le dittié de Jeanne d'Arc») è la salvatrice della Francia e il simbolo della femminilità eroica che si leva a onorare gl'ideali dello spirito cavalleresco. Per Shakespeare («Henry VI») è la strega e la prostituta codificate dalla polemica tradizione inglese. Per Robert Southey («Joan of Arc») è l'emblema di virtù civiche, tutte laiche e terrene, considerate in rapporto ai principi che poi ispirarono la Rivoluzione Francese. Per Thomas de Quincey («Joan of Arc») è una visionaria ad un tempo sfolgorante e patetica. Per George Bernard Shaw («Saint Joan») è l'antesignana della concezione unitaria e nazionalistica dello Stato e della dottrina protestante circa il rapporto diretto fra Dio e l'uomo...
Sono solo alcune delle tante «incarnazioni» letterarie e teatrali di Giovanna d'Arco. E bastano, credo, a dimostrare l'estrema problematicità del celebre e addirittura mitico personaggio. Ma per Maria Luisa Spaziani - autrice di «Giovanna d'Arco», il «Romanzo popolare in sei canti in ottave e un epilogo» (così il sottotitolo) di cui lo Stabile di Napoli presenta nel Ridotto del Mercadante un adattamento teatrale per la regia di Luca De Fusco e l'interpretazione di Gaia Aprea - è tutto molto più semplice.
La Spaziani cala la Pulzella in un cattolicesimo permeato, insieme, di lirismo e misticismo estremo. Giovanna, addirittura, s'identifica prima con l'Arcangelo Michele, il suo mentore, e poi senz'altro con il Gesù dell'orto di Getsemani. E giusta la definizione di «romanzo popolare» da lei data al suo poemetto, l'autrice spinge quel misticismo fino a immaginare che la Pulzella non sia morta nel rogo di Rouen, ma in un più vasto incendio di anni successivo: quello acceso direttamente da Dio come manifestazione della sua «chiamata» definitiva, l'assunzione di Giovanna nella fiammeggiante gloria sempiterna.
In linea con tutto questo, De Fusco sviluppa lo spettacolo sul piano della narratività, lungo il corridoio che s'apre tra le due file contrapposte degli spettatori. E di conseguenza la prova della Aprea, molto impegnata anche nei termini dello sforzo fisico, si traduce in una sorta di performance da cantastorie, che trae la sua efficacia proprio dallo stretto contatto col pubblico. Semmai sarebbero da contenere, rispetto al misticismo di cui sopra, taluni passi un po' troppo strillati.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 15 novembre 2011)
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