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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Esse come sperimentare

Post n°530 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da arieleO
 

Un giovanissimo Vittorio Mezzogiorno al debutto teatrale in «Un sorso di terra» di Böll. La bellezza incredibile di Leopoldo Mastelloni nelle vesti della Regina de «I negri» di Genet. Un altrettanto giovane Peppe Barra ne «Il folle, la morte e i pupi» tratto da Hofmannsthal con la traduzione di Giaime Pintor...
   È appena qualche esempio del materiale ingente e prezioso raccolto nella mostra «Due teatri, un regista» che - promossa dall'Associazione Scena Sperimentale Gennaro Vitiello e dall'Accademia di Belle Arti per la cura di Giovanni Girosi e Paola Visone - sarà inaugurata il 24, a quasi ventisette anni dalla morte di Vitiello, negli spazi della stessa Accademia.
   Il tema centrale dell'esposizione - svolto attraverso 160 metri lineari di foto, locandine, articoli di giornale, bozzetti di scene e di costumi - consiste in un confronto fra il teatro cosiddetto «ufficiale» e, appunto, quello di sperimentazione nel periodo che va dal 1963 al 1985: il periodo in cui, giusto, si determinò la parabola intellettuale e artistica di Gennaro Vitiello, esaltata dall'apertura, il 27 dicembre del '66, di quello scantinato al numero 18 di via Martucci che, chiamato Teatro Esse, doveva in breve diventare la sede di un'attività di ricerca tra le più significative e decisive per la cultura, non solo teatrale e non solo della nostra città.
   Il nome «Esse» derivava dall'iniziale della parola-chiave di una celebre frase leonardesca: «... cominciando dalla sperienza e con quella investigare la ragione». E ad adottarlo fu un gruppo che, nato nel '64, annoverava lo stesso Girosi, Odette Nicoletti e Carlo De Simone, ai quali si aggiunsero più tardi Anna Caputi, Mario Perrucci, Mario Miano e, appunto, Gennaro Vitiello. Si trattava di scenografi, costumisti, storici dell'arte, musicisti e registi. E questo spiega la multimedialità della ricerca che si svolse al Teatro Esse.
   Basta considerare, al riguardo, solo due dei tanti documenti raccolti nell'esposizione: la locandina del primo concerto della Nuova Compagnia di Canto Popolare e il biglietto d'invito alla prima mostra organizzata dalla Modern Art Agency di Lucio Amelio. E multimediali, del resto, erano già state anche l'ideazione e la realizzazione dei più rilevanti fra gli spettacoli allestiti, prima ancora che fosse aperto il locale di via Martucci, dal gruppo Teatro Esse. Vedi la scenografia in ferro, la prima del genere in assoluto, firmata da Girosi per il citato «Un sorso di terra», diretto al Politeama da Mario Miano.
   Insomma, dalla «cave» di via Martucci si levò un vento che non solo svegliò la coscienza critica degli spettatori e degli operatori teatrali napoletani, ma indusse anche un salutare spirito di emulazione. Proprio di fronte al Teatro Esse sorse, infatti, il Teatro Instabile di Michele Del Grosso, che portò da noi nientemeno che il Living Theatre di Julian Beck e l'Open Theatre di Joseph Chaikin.
   Poi, una crisi lunghissima che approdò, nel luglio del '72, alla chiusura del locale. Sulle ceneri del Teatro Esse nacque il Libera Scena Ensemble, che continuò a produrre spettacoli memorabili: come, per fare ancora qualche esempio, l'«Urfaust» di Goethe, «La morte di Empedocle sull'Etna» di Hölderlin e «Il matrimonio d'interesse» di Lorca. E infine, sempre alla testa del Libera Scena Ensemble, Gennaro Vitiello si ridusse nel limbo del quartiere Sant'Antonio di Torre del Greco, dove al numero 121 di via Nazionale, vicino al porto, diede vita al Teatro nel Garage.
   Tuttavia, non rinunciò, Gennaro, alle sue ardite sperimentazioni: vedi la commistione, in «Mammà chi è?», fra «Il cerchio di gesso del Caucaso» di Brecht e la sceneggiata. E appena un anno prima di morire, nell'84, realizzò in quella sua ultima trincea una rassegna, «Metropoli tatuata», che schierava fianco a fianco Ruccello, Moscato, Neiwiller e Taiuti.
   Come suggello della mostra in questione valga, allora, l'estrema immagine che ho di Gennaro Vitiello. In una trattoria, giusto sul porto di Torre del Greco, cantava raffinati «lieder» col capo biondo di Lucia Poli reclinato sulla sua spalla. Volò, nella sera, l'anima di una Napoli che non c'è più: una Napoli colta, fraterna e davvero nobilissima.

                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 22 gennaio 2012)

 
 
 
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