«La morte è la più certa di tutte le cose eppure è la cosa di cui si dubita di più». È questa, oltre ogni dubbio, la battuta-chiave di «Summer», il dramma di Edward Bond presentato al San Ferdinando, nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia, per la regia di Daniele Salvo. Infatti, centra perfettamente il cuore «filosofico» del testo: che risiede, per l'appunto, nel gioco disperato, e tuttavia inesausto, di mettere la morte fra parentesi.
C'imbattiamo, qui, in due donne, Marta e Xenia, che si ritrovano in un'isola dell'ex Jugoslavia a quarant'anni di distanza dalla guerra e dall'occupazione nazista. Marta sta per morire. E dunque l'incontro/scontro fra lei e Xenia si svolge come in un limbo e assume i modi di un esorcismo. Bond, uno dei maggiori drammaturghi inglesi contemporanei, guarda nella circostanza a Ibsen: nella sospensione della vita, che si riduce all'attesa della morte, non resta che riempire quel vuoto con i ricordi; e il passato, poiché il teatro non conosce che l'opzione del presente, può rivivere appena sotto specie del processo a cui lo si sottopone.
D'altronde, anche «Summer» conferma quella ch'è la caratteristica decisiva di Bond: la compresenza della visionarietà e della vicinanza al teatro didascalico di Brecht. Ecco, quindi, che - per esempio - alla tremenda evocazione (davvero degna di Hieronymus Bosch) dei cadaveri gettati in mare dai tedeschi, e che non vogliono saperne di affondare, fa riscontro la puntigliosa terminologia medica con cui Davide, il figlio di Marta, descrive la malattia della madre.
Infine, a confermare ulteriormente l'alta qualità del testo in parola, arrivano gli squarci di un lirismo nello stesso tempo errabondo e motivatissimo: vedi il desiderio («Volevo volare nella linea di luce sotto la porta») in cui Marta riassume i pensieri sugli ultimi momenti che talora le sono venuti. Ma, rispetto a tutto questo, l'allestimento in scena al San Ferdinando è davvero la contraddizione fatta spettacolo.
Infatti, non mancano i segni che, giustamente, rimandano all'astrazione: vedi le sette porte (il confine), i due manichini (il simulacro della vita) e, soprattutto, l'orologio senza lancette (il tempo negato). Però, sono segni che vengono neutralizzati da una rappresentazione strenuamente e protervamente attestata sul versante del realismo: vedi gli strilletti nevrotici di Elisabetta Pozzi (Xenia), la faccia imbiancata di Melania Giglio (Marta) e l'italiano stroppiato di Luca Lazzareschi (un tedesco). Peccato, un'occasione persa.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 17 giugno 2012)
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