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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Rossella O'Hara come Lady Gaga

Post n°692 pubblicato il 09 Aprile 2013 da arieleO
 

Voleva essere una figura del mito e si ritrova ad essere soltanto un'icona del pop. È questa, in estrema sintesi, la Rossella O'Hara protagonista di «Francamente me ne infischio», il bellissimo spettacolo di Antonio Latella in scena sabato al Palamostre di Udine (dopo la puntata al Nuovo di Napoli) e ispirato - su drammaturgia sua, di Linda Dalisi e di Federico Bellini - a «Via col vento». Infatti, Rossella pronuncia, nel primo dei cinque movimenti («Twins», «Atlanta», «Black», «Match» e «Tara») in cui si articola l'allestimento, una battuta ch'è quasi un'epigrafe: «Perché finisce così presto il mio romanzo, perché finisce che non ho neppure ventotto anni, perché non hanno fatto un secondo capitolo? Forse avrei potuto persino invecchiare, forse sarei pure riuscita a uccidere tutti quanti i miei figli»; e all'aspirante Medea subentra, nel movimento successivo, un ricalco di Lady Gaga.
   Dunque, il romanzo della Mitchell serve, qui, a considerare la fine del sogno americano come riflessa nel catalogo di tutti gli stereotipi (letterari e spettacolari in specie) piantati nel nostro immaginario dall'ideologia statunitense: si va, per intenderci, dai Simpson a «2001: Odissea nello spazio», passando per la musica country di ascendenza irlandese; e Rossella si moltiplica per tre, ad evocare le varie tipologie di donna riscontrabili negli States fra l'Ottocento e l'oggi: dalla fanciulla romantica in crinolina a Marilyn Monroe, dalla ballerina di lap dance alla manager in carriera.
   Attenzione, però: non si tratta solo della fine del sogno americano, ma anche e soprattutto dell'impossibilità del sogno in generale. E dato che oggi, se vogliamo parlare del mondo, non ci resta che parlare di noi stessi (poiché l'unica certezza che abbiamo è quella del corpo e della sua storia), ecco che lo spettacolo finisce a rivelarsi come un'autobiografia di Latella sotto le mentite spoglie, giusto, di Rossella O'Hara. Sicché il pensiero corre subito a «La tempesta» da lui allestita nel 2003.
   Al posto dell'isola di Shakespeare c'era una stanza dei giochi. E Prospero, trasformato in un'attrice all'ultima recita (lo interpretava una straordinaria Annamaria Guarnieri), vi si rinchiudeva, dopo aver gettato rabbiosamente in sala i libri sparsi sul proscenio, fino a diventare una figurina di carillon. Il Prospero di Latella, insomma, aveva abbandonato ogni illusione di poter modificare la realtà attraverso l'accumulo di nozioni e, per l'appunto, il sogno. E anche adesso, in «Francamente me ne infischio», c'è l'ineffettualità dei giochi, tante case di bambola che imprigionano le tre Rosselle in perfetta simmetria con le stelle e le strisce della bandiera americana che dilagano fin sui costumi e, addirittura, sulla biancheria intima.
   Per il resto, lo spettacolo - nel solco di una sapiente fusione dei linguaggi, che trascorrono dalla «conversation play» anglosassone alla «sophisticated comedy» hollywoodiana - accoglie, insieme, la potenza, la tenerezza e la disperazione: vedi rispettivamente, a titolo d'esempio, il sabba orgiastico sotto l'acqua schizzata con le bandiere americane, il ballo sull'onda del valzer n. 2 di Shostakovic e l'elogio dell'abito verde (l'equivalente, è chiaro, della «tonaca santa» dell'«Enrico IV» pirandelliano, ossia della Forma in cui si tenta di bloccare una volta per tutte l'imprevedibilità della vita).
   Bravissime, infine, le tre interpreti Caterina Carpio, Candida Nieri e Valentina Vacca, affiancate nell'ultima sequenza dallo stesso Latella travestito da King Kong. E, al di là d'ogni giudizio, occorre aggiungere che - per il superstite teatro d'oggi  - davvero quelle tre attrici costituiscono una risorsa. Nel quinto movimento vedremo le Rosselle nude. Salvo che, poi, le solite bandiere americane arriveranno a nascondercele, così negando loro persino quell'estrema verità del corpo.

                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 8 aprile 2013)

 
 
 
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