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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Il teatro di Napoli nell'Europa del 2013

Post n°707 pubblicato il 13 Maggio 2013 da arieleO
 

Qui di seguito un brano della relazione sul tema «Napoli, l'Europa e il teatro delle diversità», che ho tenuto venerdì scorso, 10 maggio, nell'ambito del convegno su «La lingua italiana e il teatro delle diversità nell'Europa di oggi» svoltosi a cura dell'Accademia della Crusca (vedi il post 706) nel Teatro della Pergola di Firenze.

   Nei suoi momenti alti, il teatro ha saputo puntualmente scorgere nelle difficoltà di ordine economico l'occasione per una crescita e un arricchimento intellettuali e culturali. Basta, in proposito, por mente a quanto è avvenuto - non importa se, sul momento, con esito positivo o negativo - nell'ambito delle vicende connesse con il fenomeno dell'emigrazione.
   Tiberio Fiorilli, il gran comico napoletano dell'Arte, diede una svolta alla sua vita sregolata conquistando in Francia, col nome di Scaramouche, una fama tale che lo portò, addirittura, a diventare maestro di Molière e a recitare al Palais Royal a giorni alterni con la compagnia di quest'ultimo. E - a riprova, sotto specie di simbolo, dell'intreccio fra le difficoltà d'ordine economico e la capacità del teatro di trasformarle in opportunità creativa - mi sembra oltremodo significante il fatto che Scaramouche, il quale, pure, recitava indossando, immancabilmente, un costume nero come un cielo notturno senza stelle, sapesse suscitare, altrettanto immancabilmente, risate irrefrenabili.
   Proprio così: il teatro può aiutare gli europei a ritrovare e a riconoscere le loro radici comuni, per esempio quelle rintracciabili nel «corpus» delle favole. E al riguardo, mi torna in mente quanto ebbi modo di osservare, nel 1988, durante il Festival di Edimburgo.
   C'era in cartellone, al King's Theatre, «La Gatta Cenerentola» di Roberto De Simone. E rimasi letteralmente a bocca aperta di fronte alla partecipazione e, di più, alla passione con cui il pubblico seguiva lo spettacolo: giacché, siamo d'accordo, «La Gatta Cenerentola» rappresenta uno dei vertici del teatro novecentesco, ma è pur sempre fondata sulla specifica tradizione letteraria e musicale napoletana e campana in genere; e tuttavia sembrava che quel pubblico non avesse nemmeno bisogno, per capire, della pur pregevole traduzione simultanea in inglese.
   Infatti, gli spettatori entusiasti assiepati fra gli ori liberty del King's Theatre poterono seguire agevolmente, una risata dopo l'altra, anche la celeberrima scena del «rosario» che stavolta mancava - per ovvie e insormontabili difficoltà di traduzione - delle relative didascalie proiettate al di sopra dell'arco scenico.
   Non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie, ma le ricerche a cui mi costrinsi sciolsero il mistero. La complessa partitura de «La Gatta Cenerentola» risulta spesso fondata sull'identico tempo di 4/4 e, tramite le sincopi e le dissonanze, sulle stesse figurazioni con note «puntate» che largamente caratterizzano la «strathspey», una delle danze tradizionali in cui meglio si dispiega la musicalità spontanea delle genti scozzesi. E per quanto concerne l'effetto provocato dal «rosario», basta ricordare che, fra le tradizioni popolari della Scozia, si mantiene tuttora vitale quella di una veglia funebre nel corso della quale, guarda un po', le manifestazioni di cordoglio vengono puntualmente e sistematicamente sommerse da canti e giochi profani oltre che da copiose libagioni, in un ironico e ritualistico trionfo della carne sul dolore e sulla malattia.
   Grazie al teatro, insomma, almeno per una sera napoletani e scozzesi furono una cosa sola. E a questo punto, possiamo chiudere il cerchio. Come sappiamo, il provinciale Antonio Latella - nato a Castellammare di Stabia, a ventotto chilometri da Napoli - viene annoverato, oggi, fra i migliori registi europei. Anche lui emigrante, vive da vari anni a Berlino e firma allestimenti di rango nei Paesi di lingua tedesca, mettendo in scena testi di autori accorsati quali, tanto per fare un solo nome, l'austriaco Josef Winkler.
   Ebbene, nell'aprile del 2008 Latella presentò alla Schauspielhaus di Colonia una sua messinscena della goldoniana «Trilogia della villeggiatura» in cui impiegava una compagnia composta da attori italiani e tedeschi che si scambiavano continuamente le proprie lingue. E l'azione veniva sviluppata su una lunga pedana che andava dal fondo al proscenio, arredata con gl'inconfondibili sedili sui quali si sosta in attesa del treno. Latella alludeva, così, a una doppia partenza per l'esilio: quella di Goldoni alla volta di Parigi e quella sua propria alla volta della Germania.
   Ma parliamo di un esilio che a Latella è servito non poco: proprio il contatto con il rigore intellettuale tedesco gli ha consentito di tornare a Napoli, nel settembre scorso, con quell'allestimento, «C'è del pianto in queste lacrime», che costituisce un affondo impietoso, e tanto radicale quanto salutare, contro la sottocultura reazionaria incarnata dalla sceneggiata. E adesso, novello Tiberio Fiorilli, sta lavorando per gettare in faccia alla coscienza tedesca uno spettacolo tratto da «Le benevole» di Jonathan Littell: il nazismo raccontato da un nazista.

                                                 Enrico Fiore

(«Il Mattino», 12 maggio 2013)

 
 
 
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