CONTROSCENAIl teatro visto da Enrico Fiore |
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Marat-Sade e il trash della tv«In occasione dei surreali festeggiamenti per i 150 anni della cosiddetta Unità d'Italia, ho ripreso per le scene il testo di Weiss con l'intenzione di celebrare l'orazione funebre della politica e il trionfo del nulla in cui siamo immersi nell'Italietta nostrana». Non usa mezzi termini, Carlo Cerciello, nelle note di regia relative all'allestimento del «Marat-Sade» con cui ha aperto la quindicesima stagione dell'Elicantropo. E altrettanto radicali risultano quell'allestimento e, prima ancora, l'adattamento del testo originale, firmato dallo stesso Cerciello. La materia trattata nel '64 da Weiss (ricordo che il titolo completo del dramma suona: «La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentati dai filodrammatici di Charenton, sotto la guida del Marchese de Sade») diventa un frenetico e rutilante blob che mescola tutto il trash dei programmi televisivi correnti, dal talk-show al varietà. E l'invenzione serve tanto a prendere le distanze da un'ormai datata disquisizione formalistica, il conflitto tra l'individualismo di Sade e il dogmatismo di Marat, quanto a ribadire la sostanza ideologica del testo, che permane inalterata ancora oggi. Come non sottolineare, in proposito, l'insieme acuta e divertentissima sostituzione del manicomio messo in campo da Weiss con, per l'appunto, lo studio televisivo adottato da Cerciello? In breve, è il contrasto tra l'ambiente e le idee che vi si dibattono a inquadrare l'abisso che separa gli anni profetici in cui, alle soglie del Sessantotto, nacquero il dramma di Weiss e l'allestimento che ne diede Peter Brook dal nostro miserrimo presente. E tremendi e irresistibili a un tempo appaiono nel merito certi spunti: quel Marat immobilizzato su una sedia a rotelle (e per giunta interpretato da un'attrice, perché, beninteso, «sinistra» è un termine di genere femminile!) o, per fare un altro esempio, l'accostamento fra l'avvicinarsi di Charlotte Corday a Marat e una sfilata di moda proiettata sul fondale. Perfettamente adeguata a un simile impianto si rivela, infine, la prova degl'interpreti chiamati ad animare, negli altrettanto adeguati costumi di Sandra Banco e Flavia Fucito, quell'accolta ipertrofica di presentatori, grassone e neomelodici. Citerò almeno Giulia Musciacco (che riesce a rendere tuttora credibili le parole di Marat sulla necessità della rivoluzione), Fabiana Fazio (la Corday) e Antonio Agerola (de Sade). Alla fine il coro «Meno male che Bonaparte c'è». Ed io ho pensato a queste ragazze di Cerciello: molte, per il fisico che hanno, potrebbero fare le escort, ma alle ville preferiscono l'Elicantropo. E allora, via, non tutto è perduto. Enrico Fiore («Il Mattino», 9 novembre 2010) |
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