CONTROSCENAIl teatro visto da Enrico Fiore |
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Ritorna la pauraCome promesso – e visto che non hanno ancora risposto né Andrea De Rosa, direttore del Teatro Stabile di Napoli, né Carlo Cerciello, direttore dell’Elicantropo – ripubblico il commento intitolato «La paura, le parole e il luogo comune». Al di là della sua (scarsa) consistenza specifica, «Regina la paura» - lo spettacolo di Elena Bucci che, coprodotto dallo Stabile di Napoli e dalle Belle Bandiere, ha aperto la stagione del San Ferdinando - torna utile per aggiungere qualche altra considerazione allo scarno (finora mi si son presentati solo due interlocutori) dibattito che sto cercando di portare avanti sullo stato della cultura in generale e sul rapporto fra la cultura e il teatro in particolare. I due interlocutori sono Andrea De Rosa, il direttore dello Stabile partenopeo, e Carlo Cerciello, il direttore dell'Elicantropo. E a loro mi rivolgerò, molto brevemente ma con chiarezza e fermezza insieme. Andrea De Rosa dovrebbe spiegarmi (e spiegare soprattutto agli spettatori) che cosa c'entri «Regina la paura» con i compiti principali e determinanti che lui assegna al teatro perché possa uscire dalla crisi che lo attanaglia e ridiventare vitale e necessario: reagire allo «svuotamento» e «impoverimento» del linguaggio, restituire «forza, peso, sostanza» alle parole, rifuggire l'«eterno luogo comune» in cui viviamo. Ma, specialmente, dovrebbe spiegare come si fa a mescolare nello stesso calderone il nazismo, il Vietnam e «L'Internazionale». Gli ricordo che, se il comunismo è stato l'unica luce di speranza per i dannati della terra, «L'Internazionale» è stato, spesso, l'ultimo sussurro sulle labbra di chi moriva (altro che il teatro) combattendo per un mondo di uguali. E dal canto suo, Carlo Cerciello dovrebbe spiegarmi perché mai - mentre ha opposto una valanga di lunghe e-mail e fluviali commenti ad ogni mio sia pur minimo intervento - non ha replicato nemmeno con una virgola ad Andrea De Rosa, che pure lo ha chiamato in causa direttamente e persino in modo piuttosto brusco. Secondo me, la spiegazione - sia per quanto riguarda De Rosa, sia per quanto concerne Cerciello - sta in tre parole, le tre parole che indicano gli altrettanti mali endemici del teatro. Se Andrea De Rosa e Carlo Cerciello le indovinano e me le riportano sul blog, ammettendo che anche loro sono affetti da quei mali, assumo il solenne impegno di versare ogni mese, nelle anemiche casse dello Stabile e dell'Elicantropo, la metà della mia non lauta pensione. Enrico Fiore
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