«La malattia come stigma-stemma, "itinerarium necis" che ambisce a farsi "itinerarium crucis", vanitosa imitazione di Cristo. Così la malattia sfiora i confini oscuri del sacro». Questa la definizione che, nelle «Istruzioni per l'uso», Gesualdo Bufalino dà del tema centrale di «Diceria dell'untore». E infatti, per l'appunto nell'oscillazione fra la morte e il pensarla come martirio salvifico sta la chiave per comprendere il capolavoro dello scrittore di Comiso.
I ricoverati nel sanatorio della «Rocca» - primi fra tutti l'Autore/Narratore, il Gran Magro, medico e «metteur en scène», il tormentato Padre Vittorio e Marta, che spartirà con l'Io narrante un amore disperato - non fanno che raccontarsi e inventarsi, accumulando con furore inesausto parole su parole. Sono, in breve, i sacerdoti, e ad un tempo i fedeli, di una grande ed estrema cerimonia, in cui tendono ad affermarsi mediante la costruzione di apparenze, simulacri di una vita e di un'identità «negate».
Insomma, siamo dalle parti di Genet. E non a caso, dunque, in «Diceria dell'untore» si parla continuamente di teatro. La vera malattia dei tisici di Bufalino consiste proprio nella grazia e nella maledizione che toccano al teatro: costretto, per sua natura, a fingere la vita nel momento stesso in cui vive.
Ma, rispetto a tutto questo, lo Stabile di Catania presenta al Mercadante una «Diceria» che - nell'adattamento e per la regia di Vincenzo Pirrotta - appare sensibilmente contraddittoria. Vi si accavallano il folclore (dal «ballo della cordella» di Petralia Soprana alla processione dei pupi), elementi simbolici stranianti (la danza dei pezzi degli scacchi) e un bozzettismo plateale (dai brani, inventati, in dialetto palermitano alla puttana della Kalsa che dopo l'amplesso si lava con una spugna tra le cosce).
Anche sugl'interpreti si riverbera questa contraddittorietà. All'Io narrante, che Bufalino indica come «controfigura mentale dell'autore» e qualifica come «perplesso fra una morte sublime e una salvezza mediocre», il pur bravo Luigi Lo Cascio riserva una recitazione esibita e a tratti addirittura declamatoria, mentre il Gran Magro dello stesso Pirrotta si colloca a metà fra un Mefistofele da avanspettacolo e il Cotrone dei pirandelliani «Giganti della montagna».
Da dimenticare, infine, la Marta di Lucia Cammalleri: sembra Maria Goretti uscita dritta da una fiction, e muore, infatti, come in una sorta di Pietà.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 8 dicembre 2010)
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