«Tutto su mia madre» di Almodóvar è un gran film perché c'è dentro il melodramma. Il melodramma è grande perché c'è dentro quello che Vigolo chiamò «surrealismo demoniaco». Ed è grandissimo, infine, il corto circuito che in «Tutto su mia madre» si determina fra le distorsioni tonali sprigionate dal «surrealismo demoniaco» e la vocazione del melodramma ad essere una forma chiusa, la forma per sempre data e per sempre riconoscibile in cui l'uomo tenta, perennemente e disperatamente, d'imprigionare il susseguirsi di momenti di disgregazione che chiamiamo vita.
Per questo in «Tutto su mia madre» tutti recitano. Non a caso vi si cita un archetipo del teatro moderno, «Un tram che si chiama Desiderio», in cui la protagonista, Blanche Dubois, è una che recita. E a recitare in «Un tram che si chiama Desiderio» finirà persino Manuela, che pure si porta addosso le stimmate del dolore per una madre più estremo e reale, quello per la morte del figlio. Dice Agrado: «Una è più autentica quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stessa».
Ma, come volevasi dimostrare, l'adattamento teatrale del film presentato al Bellini dal Teatro Due di Parma e dallo Stabile del Veneto (il testo è di Samuel Adamson, la regia di Leo Muscato) si riduce a un innocuo raccontino a metà tra il feuilleton e lo sceneggiato televisivo. E poiché il raccontare sulle tavole del palcoscenico di per sé non funziona, ecco alcuni degl'ingredienti con cui si punta a rimpolpare la faccenda: dosi massicce della parola «cazzo» con annessi lazzi presunti osé, effusioni lesbiche, qualche «pera» e, soprattutto, il fantasma di Esteban che va e viene dall'inizio alla fine.
Ora, è vero che Muscato raccomanda agli spettatori di «cercare di rimuovere» il capolavoro di Almodóvar. Ma allora, perché, poniamo, ci fanno ascoltare il tentativo (ridicolo più che maldestro) d'imitare l'ipnotico «Tajabone» di Ismael Lo che nel film accompagna Manuela davanti alla ronda tragica e allegrissima dei travestiti?
D'altra parte, è vero anche che gli autori dell'operazione fanno assai peggio quando smettono d'imitare e inventano: vedi, tanto per fare solo un esempio, il patetismo della Lola che muore stringendosi al petto la foto di Esteban. E non resta, dunque, che il mestiere a cui s'aggrappano, fra gl'interpreti, Elisabetta Pozzi (Manuela) e Alvia Reale (Huma Rojo). Tutto sommato, s'impone Eva Robin's nel ruolo di Agrado: non solo perché non fa che essere se stessa, ma specialmente perché ci mette la cosa che manca a tutto il resto dello spettacolo. L'ironia.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 9 dicembre 2010)
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