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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Viviani, un tragico greco a Napoli

Post n°384 pubblicato il 16 Dicembre 2010 da arieleO
 

«Quello che contraddistingue la poesia di Viviani è la forte presenza del dialogo, elemento che fa assimilare le liriche alle "pièces" teatrali». È questa, senz'alcun dubbio, la riflessione decisiva proposta da Antonia Lezza nell'ampia e densa introduzione al volume, «Poesie», appena pubblicato da Guida e comprendente l'intera opera in versi di Don Raffaele.
   Il volume - a cura della stessa Lezza - riunisce, per la prima volta, tutte le edizioni delle poesie di Viviani, da quella iniziale («Tavolozza», del 1931) all'ultima («Poesie», del 1990), passando per le «Poesie» varate nel '56 da Vasco Pratolini e Paolo Ricci. E altrettanto completo, naturalmente, è il quadro delle varianti fra queste edizioni, disegnato con un attentissimo lavoro di collazione. Senza contare il ricco apparato bio-bibliografico e l'articolato sistema delle note-glossario. Ma di ciò parleranno - oggi alle 17, 30, nella Saletta Rossa della Guida a Port'Alba - Emma Giammattei, Nicola De Blasi, Sebastiano Martelli e Pasquale Scialò, coadiuvati dalle letture di Isa Danieli ed Enzo Moscato.
   Qui ci fermiamo, appunto, sulla citata equazione poesia=teatro. È persino superfluo, d'altronde, ricordare in proposito quanto spesso le poesie di Viviani siano confluite nei suoi lavori drammaturgici, sotto forma di melologhi o come veri e propri «songs». E subito mi vien fatto di agganciare il discorso all'esempio esaustivo di «'O sapunariello», poi trasferito nell'atto unico «Via Toledo di notte» e inarrivabilmente interpretato da Franco Acampora per la regia di Patroni Griffi.
   Sì: «Eramo 'a ciente e sidece pezziente; / facettemo nu tuocco pe' vede' / 'a miez'a nnuje chi asceva presidente. / E, manco a dirlo, 'o tuocco ascette a me!». Non è una semplice «tranche de vie». Perché, intanto, il 116 - già ricorrente in un antico canto del Cilento dedicato alla perenne malasorte di altrettanti mendicanti - è un numero esoterico che si riferisce alle anime dei morti, ossia ai «senza nome». E siamo, insomma, all'indissolubile intreccio fra la quotidianità, quella più immediata e riconoscibile, e una dimensione «altra».
   I cento e sedici pezzenti rappresentano il cosmo, tutti quelli che sono esistiti ed esistono nella mia comunità, ed io, «'o sapunariello», sono «il prescelto», proprio perché «la sorte è toccata a me». E questo rimanda alle indiscutibili parentele fra Viviani e la tragedia greca, a cominciare dalla presenza del coro, che spesso dà il titolo al testo, e dalla costante assunzione, per l'appunto, della vittima sacrificale.
   Di qui l'aspetto ritualistico del teatro di Viviani così come viene prefigurato nelle sue poesie. Vedi «'E piscature»: il canto oscilla tra il reperto concretissimo riferito alla fatica del calare le barche in mare («Oh tira!», «Oh venga!») e un seguito propriamente misterico («Se forma 'a paranza, va fore e scumpare / e a buordo, surtanto, se danno 'o buongiorno»). È azzardato pensare all'Edipo che «si riconosce» solo nell'attimo in cui, giusto, «scompare» nel bosco sacro di Colono?
   S'impone, poi, almeno un accenno alla lingua straordinaria per mezzo della quale tutto questo viene espresso: un dialetto aspro e feroce (insieme antichissimo e moderno, avulso da qualsiasi mediazione intellettualistica e spesso inventato) che - come già mi è capitato di scrivere - non ha più nulla né dei preziosismi letterari di Di Giacomo né del bozzettismo documentaristico di Ferdinando Russo. E infine, voglio dire che - nel momento buio che attraversa la città - il volume curato da Antonia Lezza appare necessario e tempestivo. Perché proprio da Viviani partì il più alto grido che mai si sia levato dalle tavole di un palcoscenico in nome della dignità e dell'orgoglio di Napoli.
   È il grido che s'incarna, in «Circo equestre Sgueglia», nelle parole rivolte dal povero clown Samuele alla sua compagna Zenobia: «Tenimmo, sì, doie bell'aneme, ma 'e ttenimmo 'nzerrate 'mpietto, chi 'e ssape? E quanno jesciarranno, nuie nun ce starrammo cchiù… Nuie sultanto però ca st'aneme 'e ssapimmo e sentimmo che soffrono, ce avimm'a tene' cura, l'avimm'a purta' passianno pe' 'e ffa' distrarre, pe' 'e ffa' piglia' aria… 'A mia, 'a vedite? Se distrae accussì, faticanno, facenno 'e ggioche pe' copp' 'a sbarra… Sunate! Sunate!».

                                           Enrico Fiore

(«Il Mattino», 16 dicembre 2010)

 
 
 
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Data di creazione: 16/02/2008
 

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