Dopo aver pronunciato alla ribalta un elogio del buon teatro che fu, Pulcinella entra nello scrigno in cui consiste la scenografia di Massimiliano Pinto (significa, naturalmente, la nostra preziosa tradizione) e, sostituita la «mezzasuola» con la bombetta, si trasforma in Felice Sciosciammocca. Così, con icastica sintesi, Salvatore Ceruti - regista dell'allestimento di «Tre pecore viziose» che il Troisi e la Prospet presentano all'Acacia - sottolinea la «riforma» voluta da Scarpetta: il passaggio dalle maschere ai ruoli.
Si tratta, qui, del testo che Don Eduardo ricavò nel 1881 da «Le procès Veauradieux» di Hennequin e Delacour. E siamo di fronte a una perfetta applicazione della regola aurea dettata da Feydeau: «Quando, in una delle mie commedie, due personaggi non devono assolutamente incontrarsi, io li faccio trovare puntualmente faccia a faccia». Nella circostanza, infatti, accade che le tre «pecore» del titolo - Fortunato, Camillo e appunto Felice, rispettivamente marito, fratello e consorte di una delle due nipoti della ricca e dispotica Beatrice - si ritrovino insieme, per una festicciola, nel «quartino» di una delle tre modiste da loro corteggiate ciascuno all'insaputa degli altri.
Il resto, ovviamente, appartiene alla capacità d'invenzione e alla felicità espressiva degli attori in campo. Fra i quali compare, nel ruolo di Fortunato, quel Tullio Del Matto che già prese parte, nel 1980, al primo dei due allestimenti di «Tre pecore viziose» realizzati da Mario Scarpetta. E l'annotazione serve anche a dire che la ripresa della commedia di cui parliamo vuol essere proprio, nel sesto anniversario della sua prematura scomparsa, un omaggio al caro e indimenticabile Mario.
Accanto al Fortunato pavido e rassegnato di Del Matto (e fra i due coprotagonisti è davvero godibile la gara a colpi di lazzi nel quadro di uno stile accorsato) s'impone il Felice di Umberto Bellissimo, debitamente accidioso ma spesso attraversato dai lampi di un'imprevista perfidia. E la comicità che ne discende riesce persino a toccare il confine dell'iperbole surreale, quando - come in una sortita da Commedia dell'Arte - vengono tirati in ballo addirittura Leopardi e sua nonna.
Ma tutti gl'interpreti, bisogna aggiungere, danno un contributo apprezzabile al divertimento garantito dallo spettacolo: e in specie sono da citare, insieme con Anna De Nitto (Beatrice) ed Enzo Romano (Camillo), le «modiste» Luisa Esposito (Giulietta), Anna Capasso (Mariuccia) e Valeria Dimotero (Rosina).
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 10 dicembre 2010)
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