Al suo debutto del '61 al Teatro Sant'Erasmo di Milano, per la regia di Maner Lualdi, «Il povero Piero» - la commedia che Achille Campanile trasse dal suo omonimo romanzo del '59 e che adesso il Teatro In Fabula propone all'Elicantropo nell'adattamento e per la regia di Aniello Mallardo - vantava fra gl'interpreti, e nel ruolo significativo della cameriera Angelica, nientemeno che Pupella Maggio.
Ma, ben al di là di questo dato storico, la commedia di cui parliamo è vicina a noi napoletani anche e soprattutto sul piano dei contenuti e delle forme. Poiché davvero straordinaria si dimostra la somiglianza fra la scrittura di Campanile e quella che adottò Viviani quando praticava il varietà: vedi il paradosso inteso a scardinare i fondamenti del linguaggio comune, lo scarto surreale volto a mandare in corto circuito i moduli seriali della conversazione quotidiana e il gusto dell'iperbole, affilato da una comicità costantemente attraversata dal sarcasmo feroce contro gli stereotipi del mondo borghese.
Aggiungo che, nella commedia di Campanile, la comicità - irresistibile e tagliente insieme - nasce dal fatto che cresce su se stessa, nel senso che le battute dei familiari del «povero Piero», creduto morto ma morto soltanto di una morte apparente, si riferiscono, inevitabilmente, a un contesto e a una circostanza che gl'interlocutori ignorano: il dovere di rispettare la volontà espressa dall'«estinto», che aveva raccomandato agli eredi di tacere la sua morte sino a funerali avvenuti. Sicché, ad esempio, quei familiari e Angelica - quando debbono spostare il «cadavere» per nasconderlo agli estranei - vi accennano chiamandolo «il disordine». Con gli equivoci in serie che è facile immaginare.
Viene in mente la nostra celeberrima farsa (ne furono insuperabili interpreti i fratelli Giuffré) della catapecchia da vendere costantemente scambiata - in un autentico dialogo fra sordi - per una ragazza racchia da maritare. E proprio sulle connotazioni napoletane puntò nel 2006 l'allestimento de «Il povero Piero» diretto da Pietro Carriglio e interpretato, fra gli altri, da Nello Mascia. Strano che non ci abbiano pensato, i giovani oggi in scena all'Elicantropo.
Sembrano puntare, invece, sui risvolti di ascendenza futurista, con ritmi accelerati e astrazioni in controluce. E pur tra pause e ingenuità, il divertimento non manca. Citerei, fra gli attori in campo, almeno Giuseppe Cerrone (Piero), Alessandra Mirra (Teresa) e Francesca Ponzio (Angelica).
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 8 gennaio 2011)
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