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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Il silenzio degli "artisti"

Post n°398 pubblicato il 12 Gennaio 2011 da arieleO
 

Pubblico volentieri questo nuovo intervento di Carlo Cerciello sul tema del rapporto fra la cultura, il teatro e la politica.

                                                   Enrico Fiore

 

   «Noi "artisti" o, meglio, artigiani dello spettacolo, certo non stiamo messi bene.
   Non stiamo messi bene, non solo per colpa di una politica marcia, idiota e rozza, ma anche per colpa nostra.
   Ho cercato di capire in questo periodo di mattanza dei diritti e della dignità umana, le posizioni, il pensiero di quei colleghi silenti, una qualsiasi espressione di disagio collettivo  e non  solo personale, quando si è feriti, direttamente, nel proprio ruolo, nel proprio lavoro.
  Il silenzio è assordante in tal senso. Non faccio nomi, perchè come più volte ho detto non ho interesse a personalizzare i problemi, che per me sono sempre di carattere politico, ma mi chiedo come si possa pretendere di essere ascoltati dal Paese reale, pretendere di farne parte, quando non sentiamo nemmeno di appartenere alla stessa categoria.
   Mi chiedevo, ad esempio, come si fa a trincerarsi dietro un sipario chiuso, mentre i tuoi colleghi lottano anche per te.  Come si fa a protestare  perchè nella tua Regione  non ti viene offerto nemmeno lo spazio per provare, creare etc.. e poi, quando sei arrivato o arrivata a mettere in scena un'opera lirica, dirigere  un Teatro Stabile, una Rassegna importante, un Festival Nazionale, come si fa a dimenticarsi  da dove si è partiti, quali problemi  si sono dovuti affrontare, prima del successo?
   Come fai a parlare alla gente da un palcoscenico, con quale credibilità politica collettiva, ti presenti in pubblico e ti metti a parlare di camorra, guerra, condizioni sociali, etiche, lavorative dell'uomo, se vivi in una torre d'avorio, al sole del tuo ego smisurato, oramai appagato, esclusivamente, dalla tua contingente popolarità?
   Eppure accade così da sempre e proprio in periodi come quello che attraversiamo, le nullità politiche e sociali, le meschinerie, le  ruffianerie, le clientele, i voltafaccia, si moltiplicano e percepiamo tangibile la nostra comune inconsistenza politica e morale.
   Sì, morale, perchè io posso anche comprendere le ragioni di un operaio con tre figli che dinanzi al ricatto padronale  cede perchè "tiene famiglia", ma non posso capire la latitanza politica, la reticenza, la vigliaccheria, l'egoismo, di chi ha avuto nella vita, la doppia fortuna di fare un mestiere meraviglioso  e, per di più, di avere successo.
   Come fanno a non comprendere che, essendo un esempio per le giovani generazioni, che si identificano e credono nella lealtà delle loro parole, del loro ricostruire sogni, verità, dolori, passioni, ideali, essi hanno una enorme "responsabilità civile collettiva",  che non possono così, spudoratamente, tradire nel momento della lotta.
   Si può non essere d’accordo con qualcosa, con qualcuno, con una linea politica, con un partito e via di seguito, ma non si può non dirlo, non partecipare, non esprimersi,  tanto più quando si è protagonisti di un mondo in cui la comunicazione è ricchezza, patrimonio e responsabilità collettiva.
   Ci si creda o no, non mi riferisco a nessuno in particolare, anche se i miei esempi  sono fatti, anche, per toccare la suscettibilità di chi, oggi, ha la coda di paglia, ma mi riferisco, soprattutto, a chiunque sia "rappresentativo" nel nostro mondo, chiunque diventi "icona"  suo malgrado del rituale collettivo e fugace della popolarità.
   Lo dico con delusione e amarezza, perchè apprezzo  l'arte  di tanti di essi, amo il loro lavoro, ne condivido le scelte creative, ma che delusione  sul piano sociale, politico, civile, etico  e quale danno per il nostro settore, già da sempre considerato velleitario, improduttivo e invisibile agli occhi della società  in cui viviamo.
   Credo che nessun discorso sul Fus, sul finanziamento pubblico della cultura e dello spettacolo possa prescindere da una discussione sul nostro rapporto con il Paese reale, altrimenti, continuando a non farne parte, saremo indifendibili e deboli bersagli del potere, che ne approfitterà per archiviarci come esseri inutili, parassitari  e invisibili.
   Se siamo coscienti che cultura e creatività sono il motore propulsivo di qualsiasi società, dobbiamo capire, anzitutto, che non basta pretendere  del danaro pubblico e tradurlo in lavoro, ma è necessario che il nostro lavoro sia identificabile con i processi migliorativi civili e sociali del Paese, che tutti lo possano sentire necessario e indispensabile alla crescita individuale e collettiva della comunità.
   Occorrono politiche di programmazione culturale, oggi totalmente assenti nelle agende Istituzionali, cui tutti devono contribuire, indipendentemente dal rispetto delle individualità artistiche.

   Chi decide di continuare in solitudine, le monadi narcise, i lobbysti, le cariatidi del menefreghismo, sono avvertite, si assumono tutta la responsabilità dei loro comportamenti e non potranno pretendere, nel momento del bisogno, che qualcuno, in questa società, gli dia una mano».

 

                                                              Carlo Cerciello   

 
 
 
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