Metti una sera a cena per parlare della Palestina. Solo che i commensali (non più di trenta) sono seduti a tavola sul palcoscenico, mangiano mentre assistono a uno spettacolo e il cuoco che a vista prepara per loro il couscous e i falafel è l'autore del testo e, per giunta, di tanto in tanto abbandona i fornelli, il tagliere e la mezzaluna per diventare un attore fra gli attori. Questo, in breve, l'impianto di «Mi chiamo Omar», l'allestimento che, tratto da un racconto di Omar Suleiman e diretto da Luisa Guarro, viene presentato alla Galleria Toledo per l'appunto dall'Osservatorio Palestina.
Un telo separa i commensali-spettatori dagli attori. E diventa, alternativamente, lo schermo su cui vengono proiettati filmati, fotografie, disegni animati o semplici ombre e il velatino dietro il quale si svolge l'azione, tramata di danze lievi sull'onda carezzevole dei canti e delle musiche arabi.
Si tratta, ovviamente, di una dichiarazione d'amore per il villaggio e la casa che in un tempo lontano si dovettero lasciare, per i familiari morti o smarriti, per la povera ma intrepida felicità dei giochi infantili e delle faccende domestiche, per l'impegno sereno nello scarso lavoro degli uomini. E certo, non mancano gli accenni alle guerre, ai soprusi, alle violenze: in una parola alla deportazione e alla diaspora toccate al popolo palestinese. Ma sul tasto della denuncia e del dolore non si preme più di tanto, il ricordo delle ferite nell'anima e nel corpo sembra manifestarsi appena come un soprassalto della coscienza.
Impedendo la barriera di quel telo la caduta della rappresentazione nel naturalismo e degli spettatori nel sentimentalismo, ciò che si determina - fra i tavoli, la cucina e lo spazio della recita - è un'interazione feconda che, mentre per una volta fa riscoprire al teatro la sua funzione di rito comunitario, parla di una ritrovata fraternità umana.
Per questo ho pensato che, in fondo, quel telo - metafora di una Palestina «indicibile» perché ridotta a un interrogativo senza risposta - equivale al tetragramma JHWH con cui l'ebraismo sostituisce Jahweh, il nome impronunciabile di un Dio che, nella quotidianità, viene chiamato, con un'irriducibile tautologia, semplicemente Ha-Shem, ossia «Il Nome». E del resto, forse che i falafel non hanno un posto d'onore anche sulla tavola israeliana?
Così, non posso, appunto, che indicare soltanto col nome, senza aggiungervi nemmeno una virgola, i protagonisti di questo piccolo, prezioso evento: sono, accanto a Omar Suleiman, sua figlia Dalal, Antonella Mahieux, Gaetano Battista, Sara Schiavo e Silvia Montieri.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 30 gennaio 2011)
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