Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Mimmo Borrelli ed Enzo Moscato: ovvero, rispettivamente, l'effusione lirica, la denuncia sociale, il bozzetto documentaristico, la tragedia popolare, il furore iconoclasta e il barocco degradato. In breve, un quadro sintetico ma esaustivo delle pulsioni e delle pratiche di Napoli così come sono state espresse in scritti emblematici. Ed organizzato, quel quadro, alla stregua del viaggio dantesco al contrario: dal Paradiso («Lassammo fa' Dio...» di Di Giacomo, «Vincenzo De Pretore» di Eduardo, «'A Madonna d' 'e mandarine» e «'E sfugliatelle» di Russo) al Purgatorio («Fravecature» di Viviani) e infine all'Inferno («'A sciaveca» di Borrelli e «Litoranea» di Moscato).
Dunque, le «Letture napoletane» di Toni Servillo - presentate da Teatri Uniti, a favore di Medici Senza Frontiere, in un Mercadante stracolmo e travolto dall'entusiasmo - non sono un semplice recital. Sono un gesto politico, al pari dello «Sconcerto» che Servillo replica fino a domenica. Basta considerare che l'autore più utilizzato (con «'E ccose 'mpruvvisate» e «Primitivamente» accanto a «Fravecature») è quel Raffaele Viviani al quale appartiene, lo ripeto ancora una volta, il grido più alto che mai abbiano levato la poesia e il teatro in nome della dignità e dell'orgoglio di Napoli, al di là di ogni mediazione intellettualistica e di ogni mistificazione consolatoria.
Non a caso, Servillo recita «Fravecature» con una cadenza rap che costituisce l'esatto corrispettivo dello straniamento genialmente adottato da Viviani con la rivelazione «in progress» alla vedova della morte del marito caduto da un'impalcatura: «E via facenno st'anneto / ca saglie chiano chiano». E che dire della versatilità espressiva con cui, in «Lassammo fa' Dio...», si divide tra i colori accesi donati all'ubriaco e, per restare al paragone con la pittura, le atmosfere alla Gustave Moreau dell'invocazione: «Oi Suonno, Suonno!... / Suonno, ca te ne parte 'a ll'uriente, / e nun t'abbence prencepe o rignante»?
A titolo di bis, Toni si concede persino la macchietta «'A casciaforte». Ma il suo Virgilio, in tal viaggio di salvifica riflessione, resta sempre Viviani. Siccome l'altro ieri era San Valentino, ha proposto, appunto, «'E ccose 'mpruvvisate», secondo lui «la più bella poesia d'amore». Ed ha ragione, Toni. Perché qui Viviani canta la gioiosa naturalità dell'incontro tra un uomo e una donna, oltre ogni calcolo e impegno. «Tu me scarfe e daie calore? / me cunzuole 'a giuventù? / E si 'o sole nasce e more, / nasce e muore pure tu». In tempi di «papi-girls», è un gesto politico anche questo.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 16 febbraio 2011)
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