«Noi non siamo niente: finocchi; per il mondo reale siamo solo un brutto sogno e il mondo reale si sta svegliando».
È l'osservazione che fa Prior nella prima scena del secondo atto di «Perestroika», la seconda parte di «Angels in America» ora in scena al Mercadante. E basterebbe da sola a dimostrare che per «Perestroika» vale lo stesso discorso che valeva per «Si avvicina il millennio», la prima parte del lavoro data, sempre al Mercadante, nel novembre del 2007.
La pièce di Tony Kushner - oscillante fra dramma e commedia, pluripremiata e diventata un autentico «cult» della scena gay internazionale - risale al 1990 ed è ambientata nella New York del 1985 e del 1986, in piena era reaganiana. E dunque risulta inesorabilmente datata. I problemi fondamentali che affronta - quelli relativi alla politica, alle confessioni religiose minoritarie e, soprattutto, all'omosessualità e all'Aids - si pongono oggi in maniera molto (e in qualche caso radicalmente) diversa.
Nessun gay, fortunatamente, ripeterebbe l'osservazione di Prior. E infatti Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani - registi dello spettacolo di cui parliamo - hanno capito che, per neutralizzare la datazione delle parole e delle analisi di Kushner, bisognava puntare sull'aura mitico-simbolica e sull'impianto in qualche modo rituale che costituiscono i pregi maggiori del suo testo.
Quando ci riescono, ad evocare quell'aura e quei rituali, arrivano i momenti alti e coinvolgenti della rappresentazione: vedi la sequenza in cui Louis dice per Roy il Kaddish, la preghiera ebraica per i morti scandita dal solenne ricorrere del «v'imru Amén» («e dite Amen»). Quando invece si abbandonano alla tentazione del realismo, arrivano gli eccessi fastidiosi. Qui, in sostanza, si raccontano le crisi parallele (e speculari) di una coppia omosessuale e di una coppia etero: da un lato Louis e Prior, divisi dall'Aids che infetta il secondo, e dall'altro Joe e Harper, divisi dalla depressione di lei. E accade talvolta che le sofferenze di Prior e le sortite isteriche di Harper prendano la strada, rispettivamente, del proclama pietistico e dell'urlare scomposto.
Non si discute, comunque, il livello tecnico e formale dell'allestimento, garantito, fra l'altro, dai video di Francesco Frongia e dalla prova eccellente degl'interpreti, primo fra tutti lo stesso De Capitani nei panni, appunto, di quel Roy M. Cohn che, come segretario di McCarthy, fece condannare i Rosenberg. Accanto a lui si distinguono specialmente Edoardo Ribatto (Prior), Cristian Giammarini (Joe), Ida Marinelli (Hannah, la madre di Joe), Elena Russo Arman (Harper) e Fabrizio Matteini (Belize).
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 2 marzo 2011)
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