Nelle note di regia per questo «Don Giovanni, a cenar teco» che presenta ancora oggi al San Ferdinando su drammaturgia sua e di Linda Dalisi, Antonio Latella mette in campo due idee soprattutto: da un lato definisce Don Giovanni «un vampiro della vita» e dall'altro identifica con il teatro la vita del Molière autore di «Dom Juan». E si tratta di idee importanti e fondate.
Infatti, se il vampiro, il non-morto, può solo recitare l'amore, il teatro può solo recitare la realtà. Per entrambi, il vampiro e il teatro, valgono una grazia e una maledizione identiche: quelle d'essere costretti, per loro natura, a fingere la vita nel momento stesso in cui vivono. Ed è un ossimoro che ne richiama subito altri due, garantiti da firme illustri. In «Aut-Aut» Kierkegaard individua per Don Giovanni addirittura un'ascendenza cristiana. E Giovanni Macchia dice che la leggenda del gran personaggio «ha accenti comici ma contiene in sé qualcosa di sovrannaturale e di miracoloso».
Tutto questo si riassume, poi, nell'elemento del sangue, costituito come viatico di salvezza - sia per il vampiro che per il cristiano - giusto attraverso un rito, ossia, per l'appunto, il teatro. E infine, sempre a proposito dell'intreccio fra l'amore, la morte e il teatro, va ricordata la più rilevante variazione tematica sulla vicenda tradizionale, quella offerta, nel 1830, dalla tragedia di Puskin «Il convitato di pietra»: Don Giovanni viene ucciso dalla statua del Commendatore mentre sta seducendone la vedova.
L'autentico colpo d'ala, aggiungo, è che Latella fa reagire con il «Dom Juan» di Molière per un verso il «Don Giovanni» di Mozart e per l'altro il «Don Giovanni o l'amore per la geometria» di Frisch: mi vengono in mente il «surrealismo demoniaco» colto nel melodramma da Vigolo e il conte Leonzio (attenzione, discepolo di Machiavelli!) protagonista di una delle primissime manifestazioni del mito, il dramma d'origine gesuitica rappresentato a Ingolstadt nel 1615, con notevole anticipo rispetto al «Burlador» di Tirso.
Perfetta, d'altronde, risulta l'equivalenza fra un simile quadro concettuale e l'aspetto formale dell'allestimento: a partire dal seguipersona montato su una sedia a rotelle (l'impotenza del teatro come pura rappresentazione), si sviluppa un contesto che oscilla tra giochi infantili (il rimpianto dell'innocenza perduta), sessualità esibita (il «porno» di un quotidiano ridotto a superficie), happening in platea (il disperato/svagato bisogno d'incontro) e sortite da varietà ruspante (l'anarchica rivolta contro gli schemi). E non a caso la colonna sonora mescola, a prescindere dalle arie e dai recitativi ripresi da Mozart, «Sognando» di Don Backy e l'«Each man kills the thing he loves» di Oscar Wilde, l'«ogni uomo uccide ciò che ama» che appartenne, nel «Querelle» di Fassbinder, all'estenuata e pure indomita Jeanne Moreau.
Ma insomma, non la faccio lunga. «Don Giovanni, a cenar teco» - coprodotto dal Teatro Stabile di Napoli e dal Nuovo - è uno spettacolo importante, tanto quanto le citate idee che lo sorreggono. E assolutamente adeguati ne appaiono gl'interpreti: Daniele Fior (Don Giovanni), Massimiliano Loizzi (Sganarello), Valentina Vacca (Elvira), Maurizio Rippa (Don Luigi), Caterina Carpio (Charlotte), Giovanni Franzoni (Pierrot) e, in particolare, Candida Nieri, una Mathurine che incarna la sola bellezza che oggi ci tocchi: ondivaga, persino cialtrona e tuttavia caparbiamente radicata nel sogno di farsi misura e riscatto del mondo.
Enrico Fiore
(«Il Mattino», 6 marzo 2011)
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