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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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"La madre" di Brecht fra zombi e vampiri

Post n°620 pubblicato il 14 Ottobre 2012 da arieleO
 

«Gioioso e gaio, e misurato nelle cose tristi». Così - in una lettera del 1935 alla Theatre Union, il teatro operaio di New York che lo mise in scena - Bertolt Brecht definì il suo dramma «La madre». Ma Carlo Cerciello, ad onta che proprio agli operai dichiari di dedicarla, apre la diciassettesima stagione dell'Elicantropo con un allestimento de «La madre» che di quella lettera tiene assai poco conto.
   Il testo brechtiano, ispirato all'omonimo romanzo di Gor'kij, verte sul personaggio di Pelagia Vlassova, che, inizialmente preoccupata dalla militanza del figlio Pavel tra i bolscevichi, a poco a poco prende coscienza e diventa a sua volta una rivoluzionaria. E come si vede, siamo di fronte a un classico dramma didattico e a un esempio perfetto di teatro epico. Ma Brecht, oltre che comunista, era anche un grande scrittore: sicché mise in campo, rispetto ai ponderosi argomenti trattati, uno straniamento fatto, appunto, d'ironia e leggerezza. Basta considerare, al riguardo, il passo sulla «volatilizzazione» di Dio.
   Cerciello, al contrario, ci rovescia addosso una congerie di segni (peraltro contraddittori) che più seriosi e pesanti non si potrebbero immaginare: facce imbiancate da zombi, occhi rossi da vampiro, tirate rivolte direttamente al pubblico come in un comizio, protagonisti che al proscenio levano in alto falci e martelli, la Vlassova picchiata con un crocifisso invece che con una caraffa... E il tutto affogato - fra gl'interpreti Imma Villa (Pelagia Vlassova), Antonio Agerola (Pavel) e Aniello Mallardo (il maestro) - in una recitazione alternativamente e incongruamente rabbiosa o esangue.
   D'altra parte, non mi pare che l'utilizzo della colonna sonora di Eisler onori il giudizio che ne diede Karl Schönewolf nel «Theaterarbeit», il libro di lavoro del Berliner Ensemble: «musica di scena non intesa come descrizione di stati d'animo, come illustrazione, ma come giustificazione del movimento». E tanta confusione, poi, si conferma e si esalta nell'ultima scena: in cui due catene tese a «x» e un cartello con la scritta «chiuso» cancellano la Pelagia Vlassova che un attimo prima aveva marciato, stringendo la bandiera rossa, sulle note dell'«Internazionale».
   La questione è davvero insolubile. Se si crede che certe idee siano ancora valide e che ancora si possa (e si debba) lottare per affermarle, allora non si capisce il perché di quel cartello; se invece si crede che quelle idee non abbiano più diritto di cittadinanza, allora non si capisce il perché di questo spettacolo.

                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 14 ottobre 2012)

 
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