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Creato da ronin53 il 08/11/2005

ERNESTO

l'importanza di chiamarsi...

 

 

L’ESTATE DI SAN MARTINO

Post n°28 pubblicato il 14 Novembre 2011 da ronin53

Sono trascorsi tre giorni e, qui a Roma, l’estate di San Martino non accenna a finire.

Tre giorni di sole, temperature miti, aria pulita ma anche di fibrillazione, curiosità, incertezza, chiacchiere; dibattiti e fiumi di inchiostro hanno coperto le pagine dei giornali mentre persino la ciarliera domenica pomeriggio televisiva ha dovuto cedere il passo e lasciare spazio a opinionisti, politici e conduttori sovraeccitati.

 

Tre giorni sotto il segno dello Scorpione, tre giorni fondamentali per la nostra Repubblica tanto quanto lo furono questi stessi giorni nel 1989 per la Germania.

Allora si gridò alla fine del comunismo e della guerra fredda, oggi si grida, in modo decisamente diverso, alla rinascita dell’Italia.

 

Ho cercato di trovare nelle parole di molti autorevoli giornalisti, un pensiero, una affermazione, una idea che raccogliesse bene lo stato d’animo che provo e che ho riscontrato in molte delle persone con cui mi è capitato di colloquiare: ricerca infruttuosa, troppi temi sul tavolo, troppa ansia di rivelare all’universo mondo concetti “definitivi” .

 

Un elemento è stato presente sempre, indipendentemente dal mezzo di comunicazione che veniva usato: il sostantivo “Europa” ha imperversato ovunque e gli italiani hanno, forse, cominciato a sentire che il mondo è cambiato, che i nostri diritti e i nostri doveri di cittadini italiani non finiscono sui confini delle Alpi o al largo di Pantelleria.

 

Ho anche chiesto ad una insegnante se i suoi alunni sapevano qualcosa della Comunità Europea e ad un altro amico se conosceva il numero e il nome degli Stati che ne fanno parte: sorrisi imbarazzati in tutti e due i casi e risposte vaghe e imprecise.

 

Ancora una volta mi sono ritrovato a leggere alcune pagine del Diario scritto da Silvio Trita, mio nonno materno, tra il 1943 e il 1944, periodo nel quale organizzò e diresse il Comitato di Liberazione dei Monti Sibillini, e ancora una volta ho trovato una pagina significativa e incredibilmente attuale.

 

“13 novembre 1943

Questa mattina dormivo ancora quando è venuta Gentilina a svegliarmi. La signora Luisa parte, mi ha detto. Di lì a poco è entrato Nando. “Papà ha detto che dobbiamo tornare a Roma”. Era ancora tutto assonnato. Mi sono alzato e sono sceso. Mia sorella era in faccende e appariva visibilmente nervosa. Terminati di fare i bagagli l’ho accompagnata all’automobile e quando mi ha lasciato, prima di salire, s’è messa a piangere. Anche io mi sono sentito commosso. Era pur bello la sera trascorrere un’ora in sua compagnia vicino al fuoco della sua piccola casa.

Ora ha preso a tutti la fregola di tornare a Roma perché dicono che questa zona potrebbe essere più pericolosa della Capitale, ma io se si deve morire preferisco morire qui nella terra che mi ha visto nascere, dove ho trascorso la mia infanzia e dove sono tornato sempre con la medesima ansia, col medesimo battito di cuore di quando vi tornavo fanciullo o giovinetto durante le vacanze o  nelle feste solenni dell’anno, dolce mia terra natia!

Tu, tu sola, ancora conservi intatta la primitiva bellezza, quell’incanto che mi faceva sognare quand’ero fanciullo! Quante volte mi sono sentito rinascere al tuo contatto, poiché tu mi ridonavi veramente le forze ed a me sembrava di essere come il gigante della favola che riprendeva vigore al contatto della Grande Madre. Sii benedetta e benedetta nei secoli!

Verso sera sono venuti a chiamarmi e sono salito fino alla vecchia casa dello stagnino Gennaro, quello spirito bernesco che faceva ridere sulle cose più serie della vita: ora anche lui abita nella “casa paterna” insieme agli altri vecchi di questo paese che mi sembra di rivedere vivi e parlanti come quando ero ragazzetto e mi piaceva tanto intrattenermi con loro.

Sulla porta era l’ingegnere, un croato di Cattaro, che parlava con due giovani, due nuovi arrivati. Mi ha invitato ad entrare ed ha fatto cigolare il catenaccio: s’è aperto l’uscio ed uno spettacolo curioso si è offerto ai miei occhi. Una stanza bassa, nerastra alle pareti lungo le quali erano disposte panche e sedie, e vi sedevano donne e uomini, ragazzi e giovanette, i cui volti assumevano un aspetto strano alla luce fioca della lampada ed ai bagliori di fiamma del fuoco che crepitava nel camino. Esclamazioni e saluti calorosi mi hanno accolto; mi son seduto vicino al capitano per prendere parte al rito. Credo che il buon Gennaro nemmeno nell’altro mondo avrebbe potuto  mai immaginare che la sua modesta casa avrebbe una sera ospitato la rappresentanza di tutte le Nazioni di Europa.

E mi è parso ad un tratto di vederlo entrare, di vederlo ammiccare con i suoi occhietti arguiti come per dire: “Ma a che gioco giochiamo?” Uno ha detto: “Si rinnovano i tempi della carboneria”.

Già, ho pensato io, molti qui dentro siamo in carattere anche per la barba che ci onora il mento. Intanto sul tavolino sono state disposte le braciole che sono state consumate religiosamente e quindi la torta di mele che la signora Giannotti aveva preparato con sapiente mano, mentre la signora polacca in abito nero dava forse l’impressione di partecipare ad un ricevimento nell’albergo Astoria. I suoi amici sempre compassati; i croati silenziosi, i nostri numerosi e magniloquenti.

Strano, non è vero, compare Gennaro, che la tua stanza dove hai trascorso tanti anni a battere latte e maneggiare stagno abbia risuonato questa sera sotto l’accento di tanti differenti idiomi? “

 

 
 
 

LADDOVE SI TRATTA DEL NOVELLO PANGLOS, DEL TRUMAN SHOW E DEL CAPPOTTO DI ENRICO DE NICOLA

Post n°27 pubblicato il 09 Novembre 2011 da ronin53

Voltaire, pseudonimo di Francois-Marie Arouet, fu vivace polemista e sostenitore di una concezione empirista e laica del mondo; la vecchia Europa continentale, assolutista, clericale e feudale, gli sembrava meritare l’ironia più feroce che, nel romanzo satirico “Candido o dell’ottimismo “, venne banalizzata dal precettore di Candido, Pangloss: ottimista pregiudiziale, totalmente impermeabile a qualunque osservazione empirica che potesse mettere in crisi la sua visione del mondo precostituita.

"... Pangloss insegnava la metafisico-teologo-cosmoscemologia. Dimostrava in modo mirabile che non c’è effetto senza causa, e che, in questo che è il migliore dei mondi possibili, il castello di monsignore era il più bello dei castelli e la signora la migliore delle baronesse possibili. “E’ dimostrato” diceva “che le cose non possono essere in altro modo: perché siccome tutto è creato per un fine, tutto è necessariamente per il migliore dei fini. Notate che i nasi son stati fatti per portar gli occhiali, infatti ci sono gli occhiali. Le gambe sono evidentemente istituite per esser calzate, ed ecco che ci sono i calzoni. Le pietre sono state formate per essere squadrate, e per farne castelli, infatti monsignore ha un bellissimo castello; il massimo barone della provincia dev’essere il meglio alloggiato; e siccome i maiali sono fatti per essere mangiati, mangiamo maiale tutto l’anno; quelli che hanno affermato che tutto va bene hanno quindi affermato una sciocchezza: bisognava dire che tutto va nel migliore dei modi.”

 

A Pangloss è andato il mio pensiero nel leggere sui quotidiani di oggi dell’atteggiamento a dir poco ostinato di Berlusconi e, in particolare, penso al mirabile articolo di Barbara Spinelli in cui parla di “…un Truman Show, che alla fine beve il cervello stesso del suo demiurgo”, di “un linguaggio della politica, che anche quando s'ingarbuglia s'adatta astuto alle circostanze. Non è neanche il linguaggio di una classe: in questo caso, di un imprenditore sceso in politica perché messo alle strette dalla giustizia. È il linguaggio dello spot promozionale: insistente, sempre eguale a se stesso, sempre indirizzato al cittadino che di politica non vuol sapere, sempre pronto ad annusare il possibile cliente in chi sta appeso alla Tv”, di un pubblicitario per il quale “non c'è crisi, non ci sono precipizi, ma un mondo liscio, parallelo a quello - reale - che sta "là fuori". Nei disastri il pubblicitario c'è o non c'è a seconda delle convenienze.”

 

Come non pensare a quanto sono cambiati i costumi della politica italiana e  come non pensare ai padri fondatori della Repubblica?

E tra questi, mi sono soffermato sulla persona di Enrico de Nicola che, pochi lo sanno, fu il primo Presidente della Repubblica Italiana; il 28 giugno 1946 fu eletto dall'Assemblea Costituente Capo Provvisorio dello Stato e dal 1º gennaio 1948, a norma della prima disposizione transitoria della Costituzione, assunse titolo ed attribuzioni del Presidente della Repubblica.

 

Enrico De Nicola era particolarmente stimato per la sua competenza ma anche per l'onestà, l'umiltà e l'austerità dei costumi. Per assumere la più importante carica dello Stato, giunse a Roma da Torre del Greco, a bordo della sua auto privata, ponendo in subbuglio il mondo della politica e la polizia fino al suo arrivo. Rifiutò lo stipendio previsto per il Capo dello Stato (12 milioni di lire dell’epoca!!!). Spese preferibilmente sempre di tasca propria e, considerata la provvisorietà della sua carica, ritenne del tutto improprio stabilirsi al Quirinale, optando per Palazzo Giustiniani. Nell’Italia che usciva distrutta dalla tragedia della guerra, divenne famoso anche per il suo cappotto “rivoltato”, dignitosissimo co-protagonista di numerosissime occasioni ufficiali.

A tutt’oggi, De Nicola è stato l’unico cittadino italiano ad aver ricoperto sia la carica di Presidente del Senato sia quella di Presidente della Camera dei deputati. Nella sua vita ricoprì anche la carica di Presidente della Repubblica e Presidente della Corte Costituzionale, trovandosi così ad esser stato a capo di 4 delle 5 cariche dello Stato.

 

Come non provare nostalgia per certi “costumi”, per un’etica della politica di cui il novello Pangloss non ha mai conosciuto neppure l’esistenza?

E a chi esulta ingenuamente e infantilmente per la possibile rovinosa fine del novello Pangloss mi viene da chiedere se conosce il nome di un politico che abbia le capacità e la morigeratezza di un uomo di stato come Enrico De Nicola.

 
 
 

IL 15 OTTOBRE, SOLO SETTE GIORNI FA

Post n°26 pubblicato il 22 Ottobre 2011 da ronin53
 
Foto di ronin53

Sono passati solo sette giorni e Piazza San Giovanni è stata ripulita. Milioni di parole sono state dette e scritte. Ore e ore di trasmissioni televisive. La Rete è stata inondata di video, foto e discussioni. Per strada non si è parlato d’altro.

 

Sono passati solo sette giorni e il mondo ha ripreso la sua corsa. A Roma è arrivato anche un nubifragio e, a Ostia, un giovane cuoco cingalese è morto annegato. Ha scritto Alessandro Fulloni sul Corriere della Sera:  “Il modo in cui Sarang - il nome del cuoco - ha trovato la morte sembra tratto da un film horror. Una voce disperata arriva da dietro una grata. «Salvatemi vi prego...» , dice tra le lacrime il cingalese. L' acqua sale sempre più in quella piccola cantina allagata e gli copre bocca, naso, occhi. Qualcuno riesce a porgergli un tubo di gomma per consentirgli qualche respiro. Tutto inutile. Ad un tratto il muro che delimita quel seminterrato crolla sotto la pressione del vicino canale che sta straripando…”

 

Sono passati solo sette giorni e il dittatore libico è stato barbaramente assassinato. Grazie alla totale assenza di pietas e alla non casuale presenza di molti videotelefonini, le immagini hanno fatto rapidamente e insistentemente il giro di tutti i media e hanno scatenato gli istinti più biechi dell’animo umano. Tra esaltati di ogni razza e religione e politici ipocriti ogne oltre accettabile limite, l’appello “Restiamo umani”, ereditato da Vittorio Arrigoni, è stato brutalmente accantonato.

 

Sono passati sette giorni ed era cominciata serenamente, con un benefico tiepido sole e con i palloncini colorati a far festa. Alcuni di noi sono ancora oggi con la testa e i pensieri a come è andata a finire, con gli occhi e i polmoni infiammati, l’anima piena di rabbia e le ragioni vere della protesta schiacciate dalla violenza indiscriminata e criminale di pochi sciagurati dementi che hanno scatenato la guerra.

 

Ai milioni di parole che sono state dette e scritte, alle ore e ore di trasmissioni televisive, alla Rete che è stata inondata di video, foto e discussioni, mi viene solo da rispondere con le parole di Goethe: “Voi la raccontate così e vi sembra chiara come il sole ma chi era presente la sa in un altro modo”.

 
 
 

MEGLIO UNA PIZZA IN DUE…

Post n°25 pubblicato il 23 Settembre 2011 da ronin53
 

Capita spesso di leggere una notizia flash e non trovarne poi traccia sui grandi network: ci siamo ormai abituati a queste “ghost news” ma ieri sera,su televideo RAI alle 23,50, ho letto: “ARABIA, "Non finisci pasto? Ti multo". Un ristorante dell'Arabia Saudita ha deciso che multerà i clienti che non finiscono il loro pasto. Come riporta Al Arabiya, i proprietari del locale hanno fatto sapere che il ricavato delle multe sarà versato a organizzazioni umanitarie. Finora i multati non si sono ribellati, anzi:"Penso che questa nuova idea insegni come consumare il giusto pasto", ha detto uno di loro. E un altro:"Se va in opere di carità, sono d'accordo. Spero che tutti i ristoranti seguano l'idea".

 

Ho fatto un giro veloce sulle homepage dei network più noti e dei quotidiani italiani più diffusi e ho letto che a Messina è stata realizzata dall’associazione Sviluppo Pizzaioli Europei una pizza record a forma di «G» (in onore del Guinness) e tricolore (per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia). Per completare la composizione, formata da 2010 singole pizze saldate con la mozzarella, i pizzaioli hanno lavorato 4 ore 17 minuti e 16 secondi. Complessivamente, la mega pizza è lunga 603 metri: misure che l’hanno fatta entrare nel guinness mondiale come nuovo record con questa particolare forma, senza riferimenti quindi con record passati da battere.

 

E ancora, durante la riunione a Bruxelles una minoranza guidata dalla Germania - formata anche da Regno Unito, Svezia, Olanda, Danimarca e Repubblica Ceca - si è opposta al ripristino del programma di aiuti europei a favore dei "banchi alimentari", cioè del sistema che consente a centinaia di ong, come la Caritas in Italia, di distribuire cibo ai poveri Europa.

 

Notizie molto diverse tra loro ma con un unico denominatore comune: il cibo.

Il punto su cui rifletto è che un terzo del cibo prodotto nel nostro pianeta non viene mangiato, ma, secondo la FAO, più di un miliardo di persone nel mondo soffre la fame.

L’attuale sistema globale di produzione-distribuzione considera il cibo come una merce qualsiasi e non come fonte di vita: 1,3 miliardi di tonnellate di prodotti commestibili finisce in discarica, molti dei quali ancora chiusi e confezionati e non ci sono grandi differenze tra Europa, America, Asia e Africa: tutti buttano all’incirca la stessa quantità di cibo. La vera differenza tra i continenti non è la quantità ma è il “come”.

 

Negli Stati Uniti e in Europa sono i supermercati e i consumatori finali ad avere le colpe maggiori. Un prodotto appena ammaccato o che non rientra nei canoni estetici occidentali viene buttato direttamente dai negozi prima di essere messo in vendita mentre i cittadini, abituati a riempire frigo e dispensa di qualsiasi prodotto pur di averlo disponibile in casa in ogni momento, si ritrovano a comprare più di quanto riescano a consumare, mandando in scadenza moltissimi alimenti.

 

In Africa e nel sud-est asiatico invece il cibo sparisce nel nulla prima di arrivare ad essere venduto. La colpa è dei magazzini inappropriati, delle scarse tecnologie per la conservazione e delle altissime temperature che fanno si che molti alimenti si deteriorino prima ancora di essere inseriti nel mercato.

 

Ancora qualche dato per riflettere meglio: in Europa i cibi maggiormente sprecati sono le patate con il 52% della produzione totale, la frutta e la verdura con il 47%, i cereali con il 34%, il pesce con il 31% e la carne con il 22%.

 

Per tornare alla notizia che viene dall’Arabia Saudita, mi piacerebbe poter suggerire ai ristoratori italiani lo stesso provvedimento, che non ha nessun origine fondamentalista ma costituirebbe un buon modo per insegnare ai consumatori disattenti che è finito il tempo degli sprechi e comincia quello della solidarietà.

 

Sono certissimo che un invito del genere non verrebbe mai preso in considerazione ma, la prossima volta che andrete a mangiare una pizza e vedrete genitori compiacenti assecondare i capricci dei figli, fategli presente che quella pizza appena sbocconcellata che torna in cucina e finisce nell’immondizia è un ignobile schiaffo alla tragedia quotidiana più ignorata dai media.

 
 
 

DA OGGI CHIAMATEMI MERLINO…

Post n°24 pubblicato il 08 Giugno 2011 da ronin53

Il 14 maggio scorso avevo fatto un sogno, ricordate?

Avevo sognato che lunedì pomeriggio Enrico Mentana apriva lo Speciale Elezioni su La 7 commentando lo straordinario afflusso alle urne e la totale assenza di incidenti.

Avevo sognato che, alla stessa ora, il cortigiano più noto e più servile andava in video, con aria mesta e contrita, per dire che i primi sondaggi davano risultarti incerti.

Avevo sognato che Bianca Berlinguer, invece, aveva il più smagliante dei sorrisi nel confermare la grande tendenza al cambiamento da parte degli elettori.

Avevo sognato che il mio telefono cominciava a squillare senza posa: amici e colleghi increduli mi trasmettevano dati in tempo reale.

Avevo sognato che facebook andava in tilt per il sovraccarico di entusiasti accessi da parte degli utenti, ansiosi di condividere la propria felicità.

Avevo sognato che, all’ora di cena non avevo appetito e continuavo a fumare come un dannato e a inseguire i risultati sempre più confortanti.

Avevo sognato che a mia madre era passata la bronchite e, anzi, la sua voce al telefono era entusiasta e squillante come quando insegnava ai suoi studenti.

Avevo sognato che mia figlia mi chiedeva perché stessi sorridendo e sorrideva con me quando le spiegavo che gli italiani avevano mandato a casa “il porco”.

Avevo sognato che non fosse un sogno e che l’Italia si svegliava veramente con una grande voglia di ricostruire un Paese sano, civile, educato, solidale, colto.

Sono passate due settimane e oggi, 30 maggio, grazie ai cittadini di Napoli, di Milano, di Trieste, di Grosseto, di Novara non ho più bisogno di sognare e, per usare la celebre frase di Philip K. Dick, “tutti questi momenti non devono andare perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”. È tempo di agire.

 
 
 

ANCHE IO, STANOTTE, HO FATTO UN SOGNO

Post n°23 pubblicato il 08 Giugno 2011 da ronin53

14 maggio 2011

Stanotte ho fatto un sogno e, questa volta, spero proprio che sia premonitore.

Ho sognato che domani mattina,  ai seggi elettorali aperti in tutta Italia, arrivavano folle di cittadini sorridenti, con i documenti in mano, pronti a votare.

 

Ho sognato che erano tutti felici di poter decidere del proprio futuro; c’erano mamme con bambini, anziani accompagnati da premurosi nipoti, coppie di giovani che tenendosi per mano varcavano la soglia dei seggi.

 

Ho sognato che non c’era ressa e non c’erano discussioni; ogni elettore aspettava pazientemente il proprio turno, poi salutava e ringraziava per il loro lavoro gli scrutinatori e i poliziotti in servizio.

 

Ho sognato che lunedì pomeriggio Enrico Mentana apriva lo Speciale Elezioni su La 7 commentando lo straordinario afflusso alle urne e la totale assenza di incidenti.

 

Ho sognato che, alla stessa ora, il cortigiano più noto e più servile andava in video, con aria mesta e contrita, per dire che i primi sondaggi davano risultarti incerti.

 

Ho sognato che Bianca Berlinguer, invece, aveva il più smagliante dei sorrisi nel confermare la grande tendenza al cambiamento da parte degli elettori.

 

Ho sognato che il mio telefono cominciava a squillare senza posa: amici e colleghi increduli mi trasmettevano dati in tempo reale.

 

Ho sognato che facebook andava in tilt per il sovraccarico di entusiasti accessi da parte degli utenti, ansiosi di condividere la propria felicità.

 

Ho sognato che, all’ora di cena non avevo appetito e continuavo a fumare come un dannato e a inseguire i risultati sempre più confortanti.

 

Ho sognato che a mia madre era passata la bronchite e, anzi, la sua voce al telefono era entusiasta e squillante come quando insegnava ai suoi studenti.

 

Ho sognato che mia figlia mi chiedeva perché stessi sorridendo e sorrideva con me quando le spiegavo che gli italiani avevano mandato a casa “il porco”.

 

Ho sognato che non fosse un sogno e che l’Italia si svegliava veramente con una grande voglia di ricostruire un Paese sano, civile, educato, solidale, colto.

 

Quando mi sono svegliato, ho avuto un orrendo sussulto di pragmatismo ma l’ho subito ricacciato indietro: per quanto illusorio e certamente fuori moda, per me vale sempre il principio ideale che soltanto i sognatori possono far sì che i sogni si avverino.

 

Buon voto a tutti !

 
 
 

LA CRISI LIBICA E IL PRINCIPIO SUPERIORE

Post n°22 pubblicato il 20 Marzo 2011 da ronin53
 

 

“Il principio superiore” è un film del 1959 ambientato nella Praga del 1942, occupata dai tedeschi; la Gestapo arresta alla vigilia degli esami lo studente Milan, reo di aver messo in caricatura il Reichsprotector della Boemia Reinhard Heydrich, da poco ucciso da esponenti della resistenza antinazista, e due suoi compagni. Il professor Malek, detto "il signor Principio Superiore" per il suo attaccamento agli immutabili e astratti principi di giustizia, si reca dal comandante della Gestapo che gli promette l'imminente liberazione dei tre ragazzi ma che invece vengono fucilati.

Nella scena finale, il professor Malek entra in aula, con la morte nell’anima, si avvicina alla cattedra, a passi lenti, fa sedere gli studenti e dice “Studenti, il corpo docente del nostro liceo mi ha affidato l’incarico di presentarvi una versione del fatto, terribile, avvenuto ieri. I vostri tre compagni sono stati fucilati per aver approvato l’attentato al Reichsprotektor”.

L’inquadratura si sposta sui banchi vuoti dove sedevano gli studenti assassinati dai nazisti e il prof. Malek prosegue: “Ora, in base a un principio morale superiore, l’assassinio di un tiranno non è un crimine. Io protesto, come è doveroso che protesti ogni uomo onesto. Protesto contro l’assassinio dei vostri amici. Possa il loro sangue innocente e puro ricadere sui carnefici!” 

Quest’ultima affermazione, così netta e perentoria,  nasce da un testo di Cicerone: “Spesso, infatti, accade che, mutate le circostanze, ciò che siamo soliti stimare per lo più immorale, si trova che non è tale. Per esempio, si ponga un caso che è suscettibile della più ampia applicazione. Quale delitto può essere più grande dell'uccidere non solo un uomo, ma anche un intimo amico? Forse qualcuno si rende colpevole di un delitto, se uccide un tiranno, anche se suo intimo amico? Ciò non sembra al popolo romano, che anzi considera quell'azione la più bella tra tutte le altre illustri. L'utile, dunque, ha prevalso sull'onesto? No; anzi, l'utile ha seguito l'onesto.” (DE OFFICIIS, libro III, 19)

Mi è venuto in mente il film (e la citazione) pensando alle ore che stiamo vivendo: che piaccia o no, siamo alla vigilia di un’altra guerra che coinvolgerà anche l’Italia.

Dopo la risoluzione dell’Onu e la reazione di Gheddafi, i caccia bombardieri sono pronti a decollare dalle basi nel Mediterraneo per colpire le forze militari che ancora sono fedeli al “colonnello”.

Senza far ricorso a inutili giri di parole, ammetto il disagio violento che mi ha colpito nei giorni scorsi; dopo il veloce esito delle vicende tunisine ed egiziane, la rivolta del popolo libico sembrava poter seguire lo stesso rapido evolversi verso la caduta del regime tirannico ma l’inerzia e la pavidità della comunità internazionale hanno comportato un rigurgito di violenza e crudeltà dinanzi al quale, finalmente, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha fatto una scelta irreversibile.

La mia coscienza si è immediatamente ribellata all’idea di un altro conflitto, di altre vittime, di altri orrori ma, subito dopo, ho pensato che quella risoluzione potesse essere interpretata come una missione in soccorso di una popolazione che, diversamente da altre, si è appellata al mondo occidentale per essere liberata dall’oppressione di un tiranno.

Proprio in questi minuti, mentre sto scrivendo, le truppe di Gheddafi stanno avanzando verso Bengasi, malgrado la proclamazione del cessate il fuoco. Lo ha reso noto un alto ufficiale della Sicurezza Nazionale americana, il ministro dell'Interno Roberto Maroni esprime la propria preoccupazione per "la grande incertezza, i grandi rischi e soprattutto per quanto ci riguarda, e riguarda la sicurezza, il rischio, come avvenuto in altri scenari di guerra, di una fuga in massa di profughi che scappano dalle violenze e dalle bombe" e il comando del Consiglio Nazionale Transitorio ha ordinato a tutti i combattenti di schierarsi a difesa della strada d'accesso occidentale alla città di Bengasi.

Vale dunque il “principio superiore” o l’intervento militare è da condannare comunque? Aveva ragione Cicerone nel sostenere che “l'utile ha seguito l'onesto” o avremmo dovuto attendere che la diplomazia facesse il suo corso?

Temo che siano domande senza una risposta certa e definitiva ma credo sia giusto porsi il problema e rifletterci su.

 
 
 

IL LATO OSCURO DELLA RIVOLUZIONE EGIZIANA

Post n°21 pubblicato il 17 Febbraio 2011 da ronin53
 
Foto di ronin53

Il lato oscuro della rivoluzione egiziana ha i capelli biondi e gli occhi azzurri di Lara Logan, la 39enne bella e aggressiva reporter del network Cbs dal Cairo. Inviata del programma "60 minutes", raccontava quello che succedeva in piazza Tahrir, il cuore della protesta anti-Mubarak. Decine di migliaia di manifestanti, centinaia di agenti della polizia del regime. Il pericolo, credevano gli osservatori occidentali, era la repressione. Invece, per la Logan, la violenza è arrivata da alcune decine di egiziani che l'hanno aggredita, molestata, stuprata.

"Nella calca di folla, è stata separata dalla sua troupe - ha fatto sapere in una nota la Cbs -. Era circondata ed ha subito un costante e brutale aggressione sessuale e percosse, prima di essere salvata da un gruppo di donne e una ventina di soldati egiziani". Il presidente Barack Obama ha telefonato alla Logan (rientrata in patria subito dopo l'accaduto, col primo volo), da poco dimessa dall'ospedale di Washington dove era stata ricoverata. Obama avrebbe espresso le sue preoccupazioni per le condizioni di salute della donna. La Casa Bianca, attraverso il portavoce Jay Carney, ha chiesto che "i responsabili queste azioni siano portati davanti alla giustizia".

L' assalto non è il primo purtroppo ai giornalisti. Diversi reporter - non solo Usa - sono stati picchiati e assaliti nelle settimane scorse in Egitto: il più noto è l' inviato della Cnn Anderson Cooper. Ma l' Egitto è anche tristemente noto - dice il Comitato per la protezione dei giornalisti - per le violenze alle giornaliste donne. Lara Logan è un volto notissimo della tv americana. Di origine sudafricana, ha sempre inseguito la passione per il giornalismo di guerra. Avventurosamente riuscì a partire da free lance per l' Afghanistan dopo l' 11 settembre. È l' inizio di una carriera che le regalerà anche l' amore della sua vita: un contractor conosciuto durante un reportage in Iraq e dal quale due anni fa ha avuto un figlio. Il suo è un giornalismo che non ha paura di apparire estremo: di fronte al rifiuto dei suoi capi organizzò una sorta di referendum tra i telespettatori per mandare in onda le immagine «troppo crude» che denunciavano gli orrori della battaglia di Bagdad cinque anni fa. Ora sul sito della Cbs compare la foto che la ritrae pochi momenti prima dell' assalto: la folla, dietro di lei, festeggia. Poi, l'incubo.

 
 
 

IL RE E’ NUDO: TRIONFA L’ITALIA DEL “ME NE FREGO” E DEL “CHI SE NE FOTTE”

Post n°20 pubblicato il 04 Dicembre 2010 da ronin53
 

Il presidente Napolitano richiama la politica: "Vanno rispettate le prerogative del Quirinale"  e Verdini commenta: "Ce ne freghiamo". Poi la smentita, ma è bufera dirompente sull'atteggiamento del coordinatore berlusconista, platealmente sopra le righe e in aperto scontro istituzionale.

Questa è l'Italia dei politici, sosterrebbe il qualunquista di turno, senza rendersi conto del significato più importante e clamoroso che sta dietro la battutaccia del braccio destro di Berlusconi.

C'è ben altro, al di là del puro, semplice e diretto significato della frase: c'è il ritorno prepotente e ufficiale di un principio che, ahinoi, credevamo scomparso insieme ad altri con la nascita della Repubblica e l'avvento della democrazia parlamentare.

Per decenni, l'espressione "me ne frego" era stata relegata nell'angolo buio della più bieca retorica fascista, salvo riapparire in qualche estemporanea manifestazione di vecchi nostalgici e, ingenuamente, si è ritenuto che alla arroganza violenta di un potere monocratico si fosse sostituita la possibilità di un civile dibattito tra le parti in campo.

Accadde nel corso della stesura della nostra Costituzione, quando politici di fede e opinioni ben più che contrapposte decisero di accantonare personalismi e ideologie per definire i principi fondamentali della Repubblica e furono talmente coraggiosi e onesti che, ancora oggi, quel documento regge benissimo il passare del tempo e resta il più forte baluardo contro gli attacchi di chi ha, sinora invano, tentato di sovvertire la democrazia italiana.

Sarebbe però falso, oltre che ingenuo, credere che quei valori siano poi stati infusi nella società e abbiano preso corpo e vita; al contrario, mentre i padri costituenti si stavano ancora congratulando tra di loro per il buon lavoro svolto, i primi sintomi del peggior menefreghismo cominciavano a propagarsi nuovamente.

Nessuno riuscì a porre un argine agli speculatori che da subito cominciarono a curarsi solo dei propri esclusivi interessi, "fregandosene" della società, dei cittadini e della legge.

Non sono certo di ieri le devastazioni compiute nel secondo dopoguerra, in nome di una "ricostruzione" che in realtà si occupò di tutelare e promuovere solo il benessere privato di una fascia molto limitata della società italiana. E a nulla sono valsi gli anni di tangentopoli, che solo inizialmente lasciarono sperare in un sussulto di coscienza civile e di rinascita collettiva.

Da Nord a Sud, senza esclusioni, il "chi se ne frega" e il "chi se ne fotte" si sono talmente ben comperdnetrati nella società che finiamo con il sorprenderci se c'è notizia di un qualche isolato altruista che lavora per il bene comune anziché per il proprio portafoglio.

Ce si tratti di grandi temi che dovrebbero interessare la politica o della apparentemente banale emissione dello scontrino fiscale, il menefreghismo domina sovrano e ben accetto in ogni strato della società italiana.

Indifferenza, ignoranza, menefreghismo sembrano essere gli elementi decisivi nel comportamento dei cittadini, persino di fronte a episodi che, in qualunque altro stato occidentale, scatenerebbero indignazione e ribellione.

Il tal ministro ha favorito l'azienda di famiglia in un appalto milionario? Chi se ne frega!

Il tal sindaco viene eletto con i voti della mafia? Chi se ne fotte!

Il presidente del consiglio frequenta minorenni e prostitute? Chi se ne frega!

Il tal deputato o senatore è inquisito dalla magistratura? Chi se ne fotte!

E' tutta una litania che percorre senza sosta la spina dorsale della nazione e che, probabilmente, si è radicata nel DNA degli italiani fino al punto di non fare più notizia.

Scriveva Franco Battiato nel 1991: "Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene."

Alla vigilia di una crisi epocale della nostra Repubblica, servirebbe a qualcosa ricordare il sacrificio di quanti hanno speso la propria esistenza per fare dell'Italia un Paese civile?

Servirebbe a qualcosa ricordare lo spirito di servizio in nome del quale tanti onesti galantuomini hanno agito in nome dei principi costituzionali?

Oggi "il re è nudo" e Dennis Verdini è come il bambino che non riesce a mentire  affermando ad voce alta quello che tutti sanno e pensano nel silenzio delle loro coscienze ipocrite e, purtroppo, non esiste alcun deus ex machina che possa risolvere la situazione.

Il lavoro che attende i cittadini onesti è gravoso ma ineludibile: o si riprende in mano la Costituzione e si fa in modo che, con una capillare opera di diffusione e istruzione, venga applicata in ogni sua singola parte, oppure i menefreghisti continueranno indisturbati a fare carne di porco di questo Paese, così come hanno già fatto e stanno continuando a fare.

 
 
 

ULTIME DA TARANTO

Post n°19 pubblicato il 01 Dicembre 2010 da ronin53

Il Consiglio Comunale di Taranto ha approvato un ordine del giorno che solidarizza con gli studenti impegnati nelle manifestazioni contro la riforma universitaria del Ministro Gelmini e ha espresso una condanna ferma agli episodi di violenza e aggressione subita dagli stessi durante la loro protesta sul Ponte Girevole, ma dal documento approvato,  non compare il nome di chi ha perpetrato tale violenza. Il nome “scomodo” è quello di Gian Carlo Cito. E’ infatti lui l’autore dell’aggressione fisica e verbale nei confronti delle studentesse e degli studenti tarantini davanti a decine di testimoni. La condanna all’episodio c’è, ma quella all’autore no. Un’azione senza protagonista. Eppure prima della discussione dell’ordine del giorno, sette consiglieri comunali in accordo con gli studenti, buona parte del consiglio e gli assessori Mario Pennuzzi, Paolo Ciocia e Sebastiano Romeo, hanno scritto e sottoscritto un documento che recita: “Il Consiglio comunale deplora l’episodio di violenza avvenuto oggi e perpetrato ai danni degli studentida parte dell’On. G.Cito in quanto l’uso della violenza non è in alcun modo accettabile come espressione di opinioni politiche differenti o contrastanti da quelle espresse in una manifestazione democratica”. Il nome di Cito per motivi presumibilmente di convenienza o opportunità,  non compare più. Tra obiezioni legittime e rischio di caduta della maggioranza di centrosinistra senza il “silenzio assenso” dei consiglieri dell’ex sindaco (dal passato neofascista e pregiudicato per concorso esterno in associazione mafiosa), meglio non far nomi. La Giunta Stefàno e la maggioranza che lo sostiene, confermerebbero dunque di essere sotto scacco e bisognosi di “accordarsi”.

 ''Inaccettabile e insensata''. Il segretario generale della Uil Puglia, Aldo Pugliese, definisce così la decisione del Governatore, Nichi Vendola, e dell'assessore all'Ambiente della Regione, Lorenzo Nicastro, di accogliere nelle discariche tarantine di Vergine, Ecolevante e Italcave oltre 50mila tonnellate di rifiuti campani. ''Facciamo nostro l'appello dei Sindaci del tarantino e la loro sensazione di tradimento da parte delle Istituzioni regionali. Inaccettabile è infatti - afferma il sindacalista - la scelta del Presidente Vendola, quanto insensate sono le dichiarazioni dell'Assessore all'Ambiente, che oltre a penalizzare ulteriormente la provincia jonica, nega, con le sue dichiarazioni, un'emergenza ambientale a Taranto, dimenticando colpevolmente che l'Organizzazione Mondiale della Sanita' ha bollato la medesima provincia come 'zona ad elevato rischio ambientale'". Per l'ennesima volta - prosegue Pugliese - ci vediamo costretti a rammentare al Governatore che quando si parla di Puglia ci si riferisce a sei province, non solo a Taranto e al suo territorio, che negli ultimi anni, a causa del persistente silenzio-assenso delle Istituzioni regionali, ha gia' dato 'asilo' a piu' di 50mila tonnellate di rifiuti provenienti da Napoli".

Il mercato cinese delle contraffazioni tenta di colpire ancora. Crocevia di questo traffico, ancora una volta, è il porto di Taranto dove è stato sequestrato un carico di 126 ciclomotori marchiati «Honda» tutti abilmente taroccati. La merce che viaggiava all’interno di un container proveniente da Shanghai e diretto a Tunisi, ha un valore commerciale di circa duecentomila euro. A scoprirlo sono stati i militari della Guardia di finanza e gli uomini delle Dogane che hanno fatto bene a non fidarsi della bolla d’accompagnamento secondo cui il carico avrebbe dovuto contenere attrezzature da sub. E’ stato poi l’occhio dello scanner sotto cui è stato fatto passare il container e smascherare l’inganno. In effetti, anziché maschere e pinne le fiamme gialle hanno tirato fuori 126 scooter modello «Forza» della famosa casa auto motoristica Honda. I ciclomotori contraffatti erano stati così fedelmente riprodotti da rendere necessaria una perizia per certificare il falso. Sono stati i tecnici della casa giapponese a confermare che i marchi punzonati sui telai e sulle carene non erano originali. L’arrivo di questa merce nei moto saloni avrebbe falsato il lecito mercato. Il prodotto sequestrato ieri, hanno spiegato i militari della Finanza autori del blitz, non è di manifattura spicciola ma è opera di vere e proprie industrie di un certo livello. L’operazione anticontraffazione è stata presentata nel corso di una conferenza stampa tenuta nei locali dello scalo tarantino alla presenza dei vertici dell’Agenzia delle dogane, della Finanza e del procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio. Presente anche il generale Franco Patroni, comandante regionale della Guardia di Finanza, il quale si è complimentato con i suoi uomini per l’ottimo risultato ottenuto. «Affrontiamo il fenomeno delle merci contraffatte – ha detto l’alto ufficiale – utilizzando tecniche investigative raffinate in grado di individuare i traffici illeciti in un contesto di attività sicuramente lecite». Ad ascoltare il generale c’era il colonnello Nicola Altiero, comandante provinciale della Finanza di Taranto. «I copiatori cinesi - ha detto il colonnello - si muovono oramai in ogni settore. Contro questa continua aggressione affiniamo la nostra preparazione che poi mettiamo in campo con controlli serrati e sempre più precisi». Il procuratore Sebastio ha parlato «di pericolosità per i consumatori di tale merce contraffatta»,  ma anche del rischio che tali traffici possano «attrarre l’interesse di organizzazioni malavitose anche di stampo mafioso». Nello scalo tarantino sono state messe a segno ben 131 operazioni con il sequestro di oltre due milioni di pezzi contraffatti.

 
 
 
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