Posai il cellulare sulla scrivania. Il pianto nascosto da settimane mi aveva bagnato il viso di lacrime silenziose, incrinando a tratti anche la voce. Ma Giacomo, dall’altra parte, sembrava non essersi accorto di nulla. Forse.
“Lu”, mi aveva detto, prima di chiudere la telefonata, “Mattia non vede l’ora di conoscere la sua ‘zia’ preferita. Muoviti a venire a trovarci, altrimenti ci parte per l’università e chi lo rivede più”. Avevo sorriso. Mattia ha soltanto cinque mesi e finora l’ho visto solo nelle numerose fotografie che i genitori mi spediscono regolarmente via mail: un bambino bellissimo e paffuto, con gli stessi occhi malandrini del padre e la boccuccia imbronciata che ricorda quella della madre. Suo padre, architetto, ha studiato qui a Pescara con me. E i ricordi delle risate incredibili che hanno costellato la nostra forte amicizia, le lunghe chiacchierate notturne in macchina lungo le strade della città semi-deserta, gli arrosticini divorati con pane e olio nel nostro ristorante preferito, ma anche le liti furibonde durante gli esami che abbiamo preparato insieme, mi tornano sempre in mente ogni volta che mi chiama dalla Puglia. “Architè, ti voglio bene.” Me lo dice sempre e lo ritrovo in ogni messaggio o mail che mi scrive. In media un giorno sì e due no. Mi asciugo le lacrime con la mano e penso a quanto sono fortunata ad avere amici che mi vogliono bene davvero. Ma le lacrime sono inarrestabili: nessuno di loro è più qui con me. Piano piano se ne sono andati tutti: chi a realizzare la propria vita altrove, seguendo lavoro o marito, chi a ricostruirla nella propria città di origine. Ed io sono rimasta qui, l’unico aggancio per tutti loro ad un periodo felice della nostra vita che non tornerà più.
Il cellulare squilla di nuovo. È lui. Capisco, dall’unico breve squillo, che è arrivato e devo scendere. Un velo di rossetto sulle labbra, una spazzolata ai capelli e una spruzzata di profumo. Davanti al portone, lo vedo che fuma una sigaretta, appoggiato alla Honda blu scuro scintillante al sole che sta tramontando. Con un sorriso mi porge il casco integrale e mi aiuta ad indossarlo, stringendo il cinturino per adattarlo sotto al mio mento. Poi scivoliamo veloci per le strade, zigzagando tra le numerose macchine che invadono il centro cittadino e finalmente ci troviamo a costeggiare il mare. La moto rallenta la sua corsa, permettendogli di prendere la mia mano. Incrocio il suo sguardo nello specchietto retrovisore e vedo i suoi occhi che brillano come i miei di un sorriso nascosto dal casco. In un attimo ho dimenticato la malinconia degli istanti precedenti. La sera che avanza è dolcissima e sa già quasi di estate. Fermiamo la moto in prossimità del molo di Francavilla e ci incamminiamo mano nella mano verso la sua estremità. “Lunedì parto per Milano.” La sua voce mi colpisce come una frustata. Lo sapevo già da due settimane che sarebbe partito. Fino ad allora non aveva ancora la certezza di essere stato assunto dalla multinazionale. “Verrai a trovarmi? “ mi chiede. Annuisco, sentendo le lacrime minacciare di rompere di nuovo gli argini. Poi mi stringe a sé. Sento il suo bacio leggero sui miei capelli, mentre le lacrime mi scorrono sul viso ormai in piena libertà. So già che non lo rivedrò più. Non sopporterei un’altra storia a distanza. La mia vita è qui. E mentre mi stringo nel suo abbraccio, non posso fare a meno di sentirmi come il centro di una ragnatela i cui fili si estendono all’infinito. Io resto qui. E aspetto.
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